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Sara Gandolfi, inviata
La nave da crociera Hondius a Tenerife, un passeggero sarebbe stato contagiato. Paura tra i turisti. Tanti quelli arrivati ieri da Malpensa. Diversi portano la mascherina: «Non si sa mai»
GRANADILLA (TENERIFE) Se ne vanno via alla spicciolata, in piccoli gruppi di cinque o sei, dopo quaranta insidiosi giorni di navigazione nei mari dell’estremo Sud. Avvolti in camici ospedalieri azzurrini, le redivive mascherine FFP2 davanti alla bocca. Prima sui gommoni e sulle lance dei militi della Guardia Civil, che sono andati a prenderli fin sotto alla MV Hondius ormeggiata appena oltre il muraglione d’ingresso del porto di Granadilla, a Tenerife. Poi sui bus rossi fuoco dell’Unità di emergenza dell’esercito spagnolo, scortati da autisti ed infermieri infagottati nelle tute bianche anti-contagio che abbiamo imparato a conoscere ai tempi del Covid. Solo gli inglesi si affacciano dietro ai finestrini ed alzano il pollice, «è tutto ok».
Ombre che filano via, sotto gli occhi dei giornalisti venuti da mezzo mondo a seguire lo sbarco dalla «nave degli appestati». A fine giornata, 94 delle 147 persone giunte ieri all’alba alle isole Canarie sulla nave olandese sono già arrivate o dirette a casa. Tre passeggeri, però, non ci torneranno mai più. Sono deceduti lungo questa tragica «Odissea Atlantica». Così si chiamava il viaggio organizzato da Oceanwide Expeditions, incappato nel ceppo andino dell’Hantavirus, l’unico dei 38 conosciuti che si trasmette da uomo a uomo, ma che il direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è convinto non diventerà mai pandemia. A meno che…
Preoccupa la decisione dell’amministrazione Trump che non vuole sottoporre a quarantena obbligatoria i 17 cittadini americani rimpatriati ieri. «Potrebbe comportare dei rischi», avverte Tedros. «Il nostro consiglio è chiaro: servono 42 giorni di quarantena con monitoraggio attivo».
Prima di lasciare la crociera di lusso diventata inferno i passeggeri sono stati tutti testati da un epidemiologo italiano, Ettore Severi, dell’European Centre for Disease Prevention and Control, salito a bordo a Capo Verde. Viene dato il via libera, a partire dalle 9,30 del mattino. Dieci chilometri appena, e i passeggeri raggiungono l’aeroporto Reina Sofia, direttamente sulla pista, «come i turisti Vip» dice un addetto dello scalo di Tenerife Sud, dove sono già accesi i motori dei piccoli jet che li portano nei rispettivi Paesi di origine. Prima i 14 spagnoli, verso un ospedale di Madrid. Poi olandesi, francesi, tedeschi, americani, canadesi, irlandesi, turchi, britannici. Sono 23 nazionalità. Tutti «asintomatici», allo sbarco. Nel pomeriggio, però, da Parigi arriva la notizia che nessuno voleva sentire: un francese presenta sintomi compatibili con l’Hantavirus.
Il cielo è nuvoloso sopra Tenerife. Le previsioni meteo e il ritardo nell’arrivo dell’aereo dall’Australia rischiano di allungare i tempi, e di complicare ulteriormente il conflitto fra gli abitanti delle isole Canarie e il governo del socialista Pedro Sánchez, che sabato notte ha di fatto obbligato il governatore dell’arcipelago ad «ospitare» la nave, arrivata a Tenerife Sud alle prime luci dell’alba. Con una sorta di promessa: finirà tutto in due giorni. Ovvero, entro stasera. I tempi, però, si dilatano. Sbarcati tutti i passeggeri, la MV Hondius dovrebbe riprendere il viaggio verso i Paesi Bassi, di cui batte bandiera, con una trentina di membri dell’equipaggio. Ma se il maltempo dovesse prendere il sopravvento, la nave dell’«Odissea Atlantica», crociera di lusso nei mari estremi del Sud, potrebbe fermarsi qualche giorno in più in rada in questo porto semi-abbandonato.
Il governatore dell’arcipelago, eletto tre anni fa con Coalición Canaria, una federazione di partiti nazionalisti alleata al Partito popolare, non ci sta: Fernando Clavijo ha paura che il ratto dalla coda lunga della Patagonia possa sbarcare dalla nave, invadere ed infettare le sue isole. La ministra della Salute Monica Garcia, replica sfoderando una informativa ufficiale: «È un ratto che vive nelle foreste andine e nelle aree vicine alla steppa; non vicino alla costa. Pertanto, non si prevede che questo roditore possa colonizzare il nostro territorio, anche se ci fosse una remota possibilità della sua presenza sulla nave da crociera». Poi, in una serie di conferenze stampa al porto, la ministra ribadisce «l’orgoglio spagnolo» per il successo dell’operazione: «Vorrei mettere da parte le polemiche sorte attorno all’operazione, che ha incontrato difficoltà, anche a causa del presidente delle Isole Canarie. È fondamentale sottolineare l’assoluta certezza che non ci sarà alcun contatto con la popolazione locale».
Le dà manforte nientemeno che il Papa Leone XIV, atteso in visita pastorale alle isole Canarie il mese prossimo, che esprime gratitudine all’arcipelago atlantico «per l’accoglienza che ha reso possibile questa operazione». E il console argentino Luis María Sobrón assicura che «l’Hantavirus non rappresenta un vero problema: è endemico e sotto controllo in America Latina. E l’Europa ha gestito in modo professionale questa emergenza».
I jet dell’evacuazione aspettano ai bordi della pista, verso il mare. Lontano dai turisti che arrivano a frotte all’aeroporto Reina Sofia, a Tenerife Sud. Non sono i normali aerei delle tante compagnie low cost che affollano questo scalo. E quelli che salgono a bordo non sono i consueti vacanzieri in cerca di sole in questo arcipelago spagnolo, più vicino all’Africa che all’Unione europea.
Il volo 3733 dell’Easyjet da Malpensa, quasi li incrocia. È arrivato stracolmo di italiani. Si fiuta un po’ di paura, ma nessuno lo ammette. Sarà scaramanzia, Federica di Milano però ha messo nello zaino «un po’ di mascherine, per il ritorno, non si sa mai». Un’altra giovane, Elisabetta, la indossa già la FFP2 però assicura che «è un’abitudine in viaggio, dai tempi del Covid».
Tra pensionati in bermuda e giovanissimi alla loro prima vacanza, c’è solo voglia di vacanza. Il racconto cambia, però, con chi alle isole Canarie vive da tempo. Come Claudia Speranza, che a Tenerife si è trasferita da 15 anni, e fa la hostess di terra in aeroporto. È lei a dare subito voce al sentimento dei canari (in spagnolo i canarios). «Ancora una volta ci sentiamo i cassonetti dell’Europa. Quando ci sono i voli problematici, li dirottano qua. Adesso anche le navi da crociera olandesi, non potevano proseguire il viaggio fino a lassù», dice. «È la storia di queste isole. Quando ci fu la peste, Madrid costruì qui il lazzaretto. Perfino Francisco Franco venne confinato qua, nel 1936, dal governo repubblicano, prima del golpe che poi lo portò al potere. E ora arriva la Hondius». Antonio, il tassista che malvolentieri ci porta fino al porto concorda: «Siamo il basurero, la pattumiera, della Spagna e dell’Europa».
A sera proviamo a chiamare un altro taxi, per tornare in albergo. Ma nessuno vuole venire al porto, «troppa paura» confessa la voce del call center dopo un po’ di insistenza. Alla fine, ci dà uno strappo l’ambasciatore olandese in Spagna, che ha passato la giornata a controllare il rientro dei concittadini ma anche dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio i cui Paesi non hanno inviato aerei per il rimpatrio. «Lo scriva, che siamo stati bravi». In fondo sì, hanno evacuato pure un’italiana.
10 maggio 2026
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