di
Greta Privitera

Il post del presidente dopo aver letto la risposta al memorandum. Il nodo del nucleare

Dopo settimane di negoziati impossibili, la Repubblica islamica consegna ai mediatori di Islamabad la risposta al memorandum di Washington: «Cessazione immediata della guerra» e «ripristino della sicurezza marittima» nel Golfo e nello Stretto di Hormuz. Poi, si parlerà del resto. A guardare i contorni del documento e della replica sembra che non si discostino molto dalla bozza degli ayatollah di qualche settimana fa, che prevedeva un accordo in due fasi: prima le urgenze, poi i nodi veri.

Il primo a commentare è il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che deve rassicurare i falchi di casa: «Non ci piegheremo mai di fronte al nemico e se si parla di dialogo o di negoziato ciò non significa resa o ritirata». Il secondo è Donald Trump che butta tutto all’aria: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti “rappresentanti” dell’Iran. Non mi piace: totalmente inaccettabile!».



















































La proposta di Teheran pretende il pagamento dei danni di guerra, il riconoscimento della sovranità su Hormuz e la revoca delle sanzioni. L’Iran ha anche minacciato ritorsioni contro Londra e Parigi se manderanno navi nello Stretto. 
«Non ci si aspettava questo nuovo rifiuto: lui ha bisogno di chiudere la guerra», ci dice Paul Salem, del Middle East Institute. «E poi giovedì incontra il presidente cinese e potrebbe voler andare a Pechino con Hormuz già aperto, visto che la Cina è uno dei Paesi che soffre di più la chiusura».

Il memorandum americano prevede tre cose immediate: via il blocco contro le navi e i porti iraniani, si riapre lo Stretto al traffico commerciale, si smette di sparare. Poi tutto il resto. Il programma nucleare, le sanzioni, i miliardi iraniani bloccati all’estero. Gli americani insistono che l’Iran ceda le scorte di uranio arricchito, chiuda tre impianti nucleari, sospenda l’arricchimento per vent’anni. Gli ayatollah, secondo i media Usa, hanno risposto positivamente per quanto riguarda la diluizione di una parte dell’uranio, il resto lo spedirebbero in Russia. Ma l’agenzia iraniana Tasnim smentisce. E, in ogni caso, l’arricchimento si fermerebbe per dieci, quindici anni al massimo. Secondo una fonte dei negoziati, il problema è che Washington e Teheran continuano ad avere posizioni massimaliste sul nucleare.

Nel programma tv Full Measure Trump ricorda che «gli Stati Uniti non possono permettere all’Iran di possedere armi atomiche». E dice che «prenderemo l’uranio arricchito. Se qualcuno si avvicina, lo faremo saltare in aria». Gli fa eco l’amico Benjamin Netanyahu che in un’intervista a 60 minutes spiega che i materiali nucleari, i siti di arricchimento e i gruppi alleati dell’Iran devono essere smantellati prima che la guerra possa finire. Continua affermando che l’uranio arricchito può essere «portato via»: «Quello che mi ha detto Trump è “voglio entrare lì”».

Intanto, a Teheran il comandante Khatam al-Anbiya fa visita alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e lo informa che «le truppe sono pronte» a riprendere i combattimenti, se servisse. Khamenei junior non si vede e non si sente ma impartisce le direttive, dicono. Contrastate «i nemici con determinazione».

Si pensava che l’imminente meeting cinese potesse ammorbidire le posizioni. Vista la forte influenza sugli ayatollah, gli esperti credono che Xi Jinping abbia le armi diplomatiche per convincerli a fare qualche concessione sul nucleare e la speranza nel summit a Pechino è ancora alta: «Giovedì capiremo dove stanno andando le trattative», dice Salem.

In questa giornata di vicoli ciechi diplomatici arriva una buona notizia. Le autorità iraniane hanno rilasciato Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023, trasferendola a Teheran per essere curata al cuore. Dopo dieci giorni di ricovero a Zanjan, nel nord dell’Iran, dove stava scontando la pena, le è stata concessa la sospensione in cambio di una cospicua cauzione.

10 maggio 2026 ( modifica il 11 maggio 2026 | 01:40)