di
Gaia Piccardi
Il quarto uomo della Davis ’76 si racconta: dalla vittoria decisiva a Wimbledon al lavoro di maestro lontano dai riflettori. «Oggi i giocatori sono star, ma il calendario è intasato: servono più Slam e più riposo, o il sistema crollerà»
Buonasera Antonio, ha visto? Sinner ha lanciato l’arrembaggio a Roma.
«Non sono nato ricco: ero in campo a guadagnarmi la pagnotta e poi sono andato a cena. Jannik è sempre perfetto: lo vedi due, tre, quattro, dieci volte e sembra lo stesso film».
Della straordinaria stagione del nostro tennis datata 1976, di cui Jannik Sinner è il nipote prediletto, Antonio Zugarelli detto Tonino è stato il protagonista più misconosciuto.
«Gli altri le interviste le gradiscono; io, se posso, le evito». Eppure senza Zuga, il baffo nero del quartetto di Nicola Pietrangeli, pasoliniano nel suo silenzio controverso, niente vittoria con gli inglesi sull’erba di Wimbledon e quindi, bye bye coppa in Cile. Nel cinquantenario dello storico triplete (Roma-Parigi-Davis) firmato Adriano Panatta e condiviso con Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, è giusto onorare la storia ricordando che, senza gli antenati, non ci sarebbe nemmeno l’erede.
Antonio, come sta? Perché non è anche lei al Foro Italico con Bertolucci telecronista e Panatta, che domenica premierà il vincitore?
«Al Foro sono il coordinatore della scuola dei bambini, che durante il torneo si ferma. E allora faccio le mie lezioni altrove, senza disturbare nessuno. Non sono mediatico, vivo la mia vita. Se non mi invitano, sto bene lo stesso. Non mi faccia fare polemica, per favore: non ne soffro, non vivo di rendita. Va bene così».
La celebrazione dei 50 anni dal ‘76, però, dovrebbe riguardare anche lei.
«Ho bellissimi ricordi: quello che abbiamo vissuto mi è rimasto dentro. Dicono: ma Tonino ndo sta? Eccomi, sto per conto mio».

Il ricordo a cui è più legato?
«Londra, dal 5 al 7 agosto ‘76, quando ho battuto Roger Taylor e John Lloyd sull’erba di Wimbledon. Su quei campi gli inglesi ci erano nati, noi no. Fui scelto la sera prima da Belardinelli: Pietrangeli aveva anticipato alla stampa che avrebbe giocato Barazzutti ma il maestro Mario durante l’allenamento si era reso conto che sul verde avevo una certa attitudine. Era il nostro mentore. Alle undici entrò in camera mia: Tonino, domani tocca a te…».
Da quel successo, cominciò la rincorsa alla Davis.
«Entrai in campo impaurito, mi sbloccai dopo qualche game. Il 4-1 a Wimbledon ci spalancò la strada».
L’anno dopo, il ‘77, fu quello della finale a Roma.
«Sono nato a duecento metri dal Foro Italico, dietro alla Farnesina. È casa mia. Nel ‘77 successero cose strane. Al primo turno, nel derby con Lombardi, non riuscivo a tirare di là la palla. Avevo quasi perso, poi lui contestò un colpo, l’arbitro gli diede un penalty game, andò fuori di testa. Lì mi mise una mano sulla testa Gesù Cristo. Da quel momento in poi, mi sono guadagnato tutto. Franulovic, Pecci, Dent, la finale con Vitas Gerulaitis… Una palla che camminò sul nastro, alla Match Point di Woody Allen, decise la partita. Vitas mi confessò che, se avesse perso il quarto set, avrebbe mollato: non si reggeva più in piedi. Insomma, iniziai con un miracolo e finii con un po’ di sfortuna. Però non ho rimpianti. Un bel pezzo di quella Coppa Davis appartiene anche a me».
Trofei, magliette, cimeli: Panatta ammette di aver perso tutto, lei?
«Negli anni ho subito quattro furti in casa, l’ultimo venti giorni fa. Ma non c’era già più niente. Mi è rimasto solo lo scudetto del Cile che ci scambiammo con Fillol e Cornejo a Santiago: si è salvato perché sta sopra il camino, non l’hanno visto. Sopravvivono solo i ricordi».
La docu-serie di Procacci, Una Squadra, li ha rispolverati ben bene, quei ricordi.
«Un’opera meritoria, di cui lo ringrazio. Ci ha reso giustizia. Eravamo partiti per il Cile sotto scorta come i ladri, tornammo e ci bersagliarono di pomodori. Il film ci racconta finalmente nel modo giusto».
Perché dieci lustri più tardi, in piena era Sinner, quell’impresa è ancora così presente nella memoria collettiva degli italiani?
«Perché all’epoca contava solo la Nazionale, indossare la maglia azzurra. La gente stava sveglia la notte per ascoltare alla radio i nostri match di Davis. L’Italia era la priorità di tutti noi. Oggi il tennis è un altro mondo. Li vede, i tennisti? Non sono più giocatori: sono star che si esibiscono ogni settimana, in ogni continente, su ogni superficie. Troppo. Più tornei, più soldi, più velocità, più violenza: c’è una corsa al gigantismo che non mi appartiene. Però attenzione: più il castello diventa alto, più facilmente rischia di crollare. E poi mi chiedo: ma quando si riposano?».
Si fanno male, infatti. Vedi Alcaraz assente a Roma.
«Emulare Sinner comporta dei rischi. Ma Alcaraz fermo fa un danno enorme al tennis. L’Italia è diventata una corazzata: sette azzurri nei top 100, stupendo. È l’Atp che non mi convince: i giocatori vanno tutelati, invece il calendario è intasato di tornei, il tennis è in televisione tutti i giorni, temo l’effetto saturazione. Io aumenterei gli Slam e asciugherei il calendario».
Diventare il quinto Slam è il sogno degli Internazionali.
«Saliamo a sei Slam con Roma e Miami. Sette con Indian Wells. Rendiamo i Major più preziosi e diamo più tempo ai giocatori per prepararsi. Sennò si rischia l’appiattimento: tutto diventa uguale».
Sinner le piace?
«È un campione: il suo talento è la capacità di salire di livello e restarci, mentre gli altri, incluso Alcaraz, vanno e vengono. Jannik è oltre il giocatore di tennis: è la star di un kolossal. Però mi auguro maturi in fretta la generazione di Fonseca e Jodar: spero diano presto fastidio a Sinner e Alcaraz. Gli altri sembrano rassegnati: sono convinti di perdere ancora prima di entrare in campo. Ai miei tempi, succedeva con Bjorn Borg».
Con la morte di Pietrangeli si è chiusa un’era, Tonino?
«Con Nicola ho sempre discusso perché mi reputava una riserva e io non mi ci sentivo. In Coppa Davis non esistono riserve: esistono quattro potenziali titolari. E quando non giocavo, allenavo gli altri. Oggi vivo del mio lavoro in santa pace, mi creda, senza odiare nessuno».
11 maggio 2026 ( modifica il 11 maggio 2026 | 07:23)
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