Ci sono album che sono magnetici. Una nota, e già hanno rapito. Trascorsa una battuta, già è impossibile distogliere l’attenzione. Certo, serve la traccia di apertura giusta. E perché il gioco duri tutto il disco, non basta solo quella.

A volte è questione di indovinare il sound giusto: agganciato il mood dell’ascoltatore, con le opportune condizioni emotive la durata dell’alchimia è pressoché garantita. Ma se il suono e le sensazioni continuano a cambiare? Lì davvero serve classe. E classe è il termine migliore per presentare la musica dei Forager, statunitensi, un unico album all’attivo prima di questo spiazzante “Even A Child Can Cover the Sun With A Finger”, uscito a febbraio per Ring Road, sublabel dell’etichetta di Brooklyn La Reserve.

Il miracolo iniziale lo fa “Your Good Time” col suo synth pulsante e notturno, sontuoso tappeto d’ingresso per la voce di Shyamala Ramakrishna, ventisettenne di origini Tamil la cui versatilità espressiva può portarla da Aurora alle Haim nello spazio di mezza strofa. Il suo baricentro, però, si colloca su coordinate più prossime al jazz e all’rnb, ed è sulle inflessioni più bluesy, con tanto di pieghe microtonali, che la sua tavolozza espressiva si fa più sfumata.

Il resto è un continuo slittamento di prospettiva: un suono caleidoscopico e raffinato, con una grazia rétro che fa da contraltare a sbalzi indie-prog-pop stile Magdalena Bay e a groove millimetrici tra wonky e broken beat. Una combinazione folgorante di armonie sofisticate, timbri che raramente scelgono la via più ovvia e melodie che, nella loro peculiare obliquità, si piantano in testa per non andarsene per giorni.

“Double Dutch” si muove su un piglio sognante e ovattato, tra chitarre cristalline ed echeggianti e giochi di pieni e vuoti, con rintocchi sugli armonici e gated drum usciti dritti da “Hounds Of Love“. “Haiku Nursery Rhyme”, subito dopo, già è all’opposto dello spettro: fantasiosa e guizzante, vagamente Stereolab nella sua stralunata giocosità.

Una liquefazione ritmica apre il pezzo da ko, “Pomeranian” forte di una strofa funky e un po’ wave che guida al voltafaccia del ritornello — uno stop secco per infilare un saliscendi cromatico tanto sorprendente quanto contagioso. Come contagioso — qui e altrove — è il testo, umoristico e tagliente, che paragonando l’interlocutore a un cane volpino si fa beffa della gentrification dei comportamenti prima ancora che dei luoghi:

You’ve got the right touch of vintage
A layer of grit
But I kinda think that you’re full of shit
A touch of vintage and nothing to say
A pomeranian getting its way

Finora si è detto soprattutto di Ramakrishna, ma niente funzionerebbe senza la precisione e l’inventiva del chitarrista/bassista/tastierista Jack Broza e del batterista Colum Enrique, capaci di muoversi con disinvoltura tra registri diversi e di fonderli senza soluzione di continuità anche all’interno dello stesso brano. “Autobody” sorprende con un folk trip-hoppeggiante alla Beth Orton; “Split Lip” tra alt-rock ombroso e luci dream-pop riscopre l’efficacia di un buon riff — e della possibilità di lasciarlo evolvere. Scintillante e videogiocosa il giusto, “Grown Up” scivola di strofa in strofa dall’elettronica al rock dal gusto un po’ grunge, fino sfociare su un ritornello solare da pop fine-Novanta (sì, in pratica siamo in zona Garbage!).

Difficile tratteggiare il ritratto dell’ascoltatore ideale di un disco tanto eclettico: la cosa migliore è dargli una chance e vedere se la magia ha effetto. Certo è che chi in questi anni frequenta il jazz-pop più sghembo e sbalestrante, dai Knower agli Hiatus Kaiyote, qui potrà trovare nuovo pane per i propri denti.

11/05/2026