di
Guido Santevecchi
Trump che sarà il 14 e 15 a Pechino, punta sul «Tavolo del commercio». Xi ha una lista di Tre T: con Taiwan al centro
Il ministero degli Esteri cinese ha finalmente confermato la visita di Donald Trump. Il presidente arriverà mercoledì sera e il vertice con Xi Jinping si terrà tra giovedì 14 e venerdì 15. Di solito il cerimoniale cinese annuncia quasi all’ultimo momento questi eventi preparati da mesi, per segnalare che l’imperatore si degna di ricevere. Questa volta Pechino ha aspettato anche per evitare eventuale imbarazzo in caso di nuovo rinvio.
Dunque, l’uomo che comanda una macchina da guerra da 1,5 trilioni di dollari (questo è il budget previsto dagli Stati Uniti per il 2027) si prepara a volare nella Cina che vanta 1,2 trilioni di dollari di surplus commerciale (la cifra si riferisce al 2025 e sta lievitando in questi mesi). Che cosa c’è da aspettarsi da questo vertice che sarà la conversazione numero 137 tra un presidente americano e un leader supremo cinese da quando Richard Nixon strinse la mano a Mao Zedong nel 1972?
Donald Trump è il primo presidente americano a visitare Pechino in quasi dieci anni: è stato anche l’ultimo, nel novembre 2017, quando fu accolto nella Città Proibita con i canonici colpi di cannone. Subito dopo però, i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono crollati al livello di ostilità a causa della guerra commerciale; della pandemia da Covid-19 originata in circostanze ancora misteriose a Wuhan; poi del famigerato pallone-spia lanciato dall’intelligence cinese nei cieli americani nel 2023; dalla tensione permanente intorno a Taiwan; infine dall’offensiva dei dazi scatenata l’anno scorso da Trump appena tornato alla Casa Bianca.
«Foreign Affairs» osserva che il numero dei contatti diretti, telefonate o faccia a faccia, tra i presidenti di Usa e Cina è crollato a 2,5 in media per anno, rispetto ai 5,6 del decennio 2000-2010 e ai 4,6 degli anni 2011-2020. Tre quarti dei colloqui a partire dal 2020 sono stati sulla linea telefonica presidenziale, magari arricchiti da sguardi in videoconferenza, anche se è risaputo che i faccia a faccia in presenza sono molto più efficaci nella costruzione di una relazione o nella gestione di crisi. Quindi, proprio mentre la tensione si allargava, il canale diretto del dialogo si restringeva.
Trump continua a sostenere di avere un rapporto eccellente con Xi, ha detto di aver ricevuto assicurazioni che la Cina non sta inviando armi all’Iran (anche se i dubbi dell’intelligence sono forti), è convinto di ricevere «un grosso e cordiale abbraccio» a Pechino. Ci arriva con oltre un mese di ritardo rispetto al calendario che era stato faticosamente organizzato tra le parti: a marzo il presidente chiese il rinvio a causa del protrarsi delle operazioni militari in Iran. Il ministro degli Esteri mandarino Wang Yi osservò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto «rimuovere rapidamente le distrazioni».
La guerra non è ancora finita e Trump ha deciso di avventurarsi ugualmente a Pechino, anche se per una visita breve, quasi una toccata e fuga di meno di due giorni.
Il disappunto cinese
I cinesi, sorpresi prima dall’incursione americana in Venezuela, poi dall’attacco massiccio all’Iran (entrambi utili all’approvvigionamento petrolifero della Repubblica popolare cinese), hanno fatto filtrare disappunto per il ritardo nella preparazione di questo appuntamento cruciale. È questa la «distrazione» a cui si riferiva Wang Yi. In queste ore le delegazioni dei due Pesi cercano di recuperare: domani 12 maggio il segretario al Tesoro Scott Bessent parlerà a Seul con il vicepremier cinese He Lifeng.
Il «Board of Trade»
È evidente che il dossier commerciale sarà al centro del vertice tra i due presidenti. Non si può dimenticare che l’offensiva dei dazi lanciata da Trump ad aprile del 2025, con l’imprevista reazione di Xi, aveva fatto schizzare le tariffe doganali al 147 per cento, una cifra insostenibile per import ed export delle due superpotenze. Poi, l’incontro tra i leader nel campo neutro di Busan in Sud Corea lo scorso ottobre ha prodotto una tregua: i dazi reciproci sono scesi intorno al 31%, che resta però il triplo rispetto al gennaio 2025, inizio della presidenza Trump. Comunque un successo per Xi Jinping, che ha mostrato di saper resistere e di essersi preparato da tempo al riavvento del trumpismo.
Nelle ultime settimane gli americani hanno cominciato a usare una nuova formula che dovrebbe stabilizzare la relazione sul fronte economico: «Board of Trade». Si tratta di un «Tavolo commerciale» con alti esponenti di Washington e Pechino, con l’obiettivo limitato a selezionare i prodotti che le due nazioni sono disposte a scambiarsi anche quando le relazioni politiche sono tese. Il «Board of Trade» dovrebbe definire con chiarezza quali prodotti i cinesi potranno/dovranno acquistare dagli Stati Uniti: in particolare aerei dalla Boeing, semi di soia e carne dagli agricoltori del Midwest (essenziali al consenso politico di Trump soprattutto in vista delle elezioni di midterm).
Cos vuole la Cina? Le tre «T» al centro dei colloqui
In cambio di queste importazioni di qui ha comunque bisogno, Xi vuole «stabilità», parola carissima al pensiero mandarino.
Agli americani è stata presentata una lista riassumibile in Tre T: tariffe doganali, tecnologia e Taiwan.
L’obiettivo cinese è concordare la stop al ricorso ai dazi e l’accesso ai semiconduttori americani ancora essenziali allo sviluppo dell’industria tecnologica cinese.
Si potrà dire che il vertice è stato un successo se sarà annunciata una proroga della tregua di un anno nella guerra dei dazi. Questo cessate il fuoco è comunque favorevole a Pechino, che continua ad accrescere la sua forza commerciale nel mondo: l’anno scorso il surplus ha raggiunto 1,2 trilioni di dollari, e anche le esportazioni verso gli Stati Uniti sono calate, il 2025 si è chiuso con l’invio di prodotti per un valore di 308 miliardi di dollari verso gli Stati Uniti e un acquisto di 106 miliardi di dollari di prodotti americani. Vantaggio netto di 202 miliardi di dollari per Pechino. Ecco perché (tutt’altro che a torto), Trump esige un riequilibrio.
Non è certo che le parti riescano ad annunciare la costituzione del «Tavolo commerciale» in questo vertice. Il meccanismo comunque segnala che gli Stati Uniti hanno abbandonato il sogno di obbligare la Cina a cambiare il proprio modello economico, abbattendo le barriere commerciali, rinunciando ai sussidi massicci all’industria statale per spingere l’export, puntando sui consumi interni. Come dice Jorg Wuttke, per anni presidente della Camera di Commercio europea in Pechino: «Sembra che la Cina abbia vinto la gara di resistenza, nel 2001 quando le fu concesso di entrare nella Wto (Organizzazione mondiale del commercio) l’idea era che sarebbe diventata come noi, invece siamo noi occidentali che oggi siamo più simili» al modello mandarino.
La terza T è anche la più grossa: Xi Jinping vorrebbe ottenere uno spostamento di Trump sul fronte taiwanese. In ogni dichiarazione sul rapporto con gli Stati Uniti, i cinesi sottolineano che la riunificazione è inevitabile e che vendere armi a Taipei è giocare con il fuoco. Pechino vorrebbe che Trump dichiarasse «opposizione» all’indipendenza dell’isola (attualmente Washington dice solo di non sostenerla). Il presidente americano su questo dossier finora è stato piuttosto solido e coerente. Ma sogna anche un accordo con la Cina per ripresentarsi come grande pacificatore e qualcuno teme che Taiwan possa essere usata come pedina di scambio.
Ma la Cina ha davvero «già vinto»?
I politologi continuano a sfornare classifiche sulla sfida Usa-Cina. La guerra del Golfo nella quale Trump si è infilato danneggiando l’economia mondiale e gli alleati, distraendo risorse dal teatro asiatico, svuotando gli arsenali che sarebbero vitali per difendere Taiwan, hanno fatto dire a molti che Xi Jinping è in vantaggio, ha vinto senza sparare un colpo.
Eppure, anche il presidente cinese ha i suoi buchi neri, dall’economia (consumi interni inadeguati a una superpotenza, eccessiva dipendenza dalle esportazioni, disoccupazione giovanile alta) alle forze armate.
La settimana scorsa sono stati condannati a morte due ex ministri della Difesa accusati di corruzione e altre malefatte avvolte nel mistero. L’esecuzione della pena per i disgraziati Wei Fenghe e Li Shangfu è stata sospesa per due anni e sarà presumibilmente commutata in carcere a vita. Ma la purga infinita rivela la sfiducia di Xi nel suo esercito: negli ultimi due anni sono stati puniti o sono scomparsi più di 100 alti ufficiali. La Commissione militare centrale, organo supremo di controllo dell’Esercito popolare di liberazione, tradizionalmente composta di sette membri, è ridotta a due soli uomini: il presidente Xi e il generale Zhang Shengmin, responsabile dell’anticorruzione. Nei giorni scorsi a Pechino c’è stata una riunione dei vertici militari. Sul podio della Commissione centrale solo due uomini: Xi e Zhang. E il presidente ha esortato l’inquisitore a portare avanti l’opera di «rettifica e purificazione».
11 maggio 2026 ( modifica il 11 maggio 2026 | 12:22)
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