Le ultime partite hanno evidenziato una squadra che… non c’è più: che cosa è successo in questi mesi? Risposte molteplici, che coinvolgono tutte le aree


Marco Pasotto

Giornalista

11 maggio 2026 (modifica alle 14:16) – MILANO

E pensare che dopo la 33ª giornata – quindi non una vita fa – il distacco sulle quinte era addirittura di otto punti. Il problema è che pensarci fa un male cane, perché quello che pareva il fossato di un castello medievale, dopo le quattro partite successive non esiste più. Il Milan ha abbassato il ponte levatoio e i nemici sono entrati senza fare nemmeno troppa fatica. La quinta, ovvero la Roma, adesso fa compagnia al Diavolo in classifica, anche se i rossoneri nei confronti di Gasperini (e del Como, sesto, che segue due piani più in giù) hanno il prezioso vantaggio dello scontro diretto in caso di arrivo a braccetto. Lo sprofondo è evidenziato proprio da queste riflessioni: è un Milan che si ritrova costretto a ragionare su ogni singolo punto in ballo perché ha dilapidato quello che avrebbe dovuto essere un distacco inattaccabile. Il fatto grave è che si tratta di un crollo verticale. Nelle ultime due partite non c’è stata l’ombra di un gol e ne sono stati subiti cinque, peraltro contro avversarie che la classifica non induceva a essere particolarmente fameliche. La grande problematica di base è che non si sta parlando di una squadra con qualche problema, più o meno grave, da sistemare. Si parla di una squadra che in questo momento non c’è. Non esiste più. I 42 punti messi insieme nel girone di andata (media 2,21) sono diventati i 25 del ritorno (media 1,47). Non è solo un calo, è uno svenimento. Una crisi iniziata in particolare dopo il derby, con la sconfitta di Roma contro la Lazio: cinque ko in otto partite. I motivi? Molteplici.

condizione—  

Fra i più evidenti c’è l’aspetto dinamico, quello legato all’intensità di gioco. E, ovviamente, anche alla corsa. Allegri alla vigilia dell’Atalanta ha spiegato che a questo punto della stagione conta l’aspetto mentale più che quello atletico. Sì, ma fino a un certo punto. E’ vero che è la testa a muovere le gambe, ma quando chi porta palla quella testa la alza e vede nove compagni fermi sulle rispettive zolle, occorre fare qualche riflessione anche sulla condizione fisica. Saelemaekers ha i polmoni vuoti da settimane, Leao – al netto degli errori e dell’atteggiamento – è frenato da mesi dalla pubalgia, in mediana Rabiot ci mette l’anima ma sul centrodestra la fatica è evidente al di là degli interpreti. Pulisic è uno che per natura non lesina chilometri, ma adesso quando arriva negli ultimi venti metri perde completamente la lucidità. E dunque? Una risposta può essere che la preparazione lungo l’anno non sia riuscita a mettere carburante sufficiente sino alla fine della stagione. Anche perché alla base di qualsiasi riflessione fisica c’è il legittimo ragionamento sull’annata senza impegni europei. Avrebbe dovuto essere il grande vantaggio del Milan rispetto alla concorrenza – un vantaggio che molti osservatori giudicavano persino da scudetto -, ma i benefici non si sono visti. Spiegazione parziale: la rosa è stata pensata in termini numerici troppo esigui, anche se mancavano gli impegni in Europa. Avere soltanto diciannove giocatori di movimento (poi diventati venti a gennaio con Füllkrug) significa che, nell’ambito di un gruppo dove i riservisti non sono all’altezza dei titolari, giocano più o meno sempre i soliti 14-15. Ovvero come vanificare il vantaggio di avere una competizione in meno.

ipotesi—  

Gambe in affanno, d’accordo, ma la testa è davvero sparita del tutto. La cosa più grave è che Allegri non è stato in grado di rimediare – nonostante li veda al campo tutti i giorni – a un calo sempre più evidente e sempre più profondo. La sensazione, abbastanza netta, è che la squadra abbia staccato la spina dopo la sconfitta con la Lazio. Se la vittoria nel derby aveva evidentemente permesso di accarezzare sul serio l’ipotesi scudetto, il tonfo dell’Olimpico – partita persa molto male sotto tutti gli aspetti – ha cancellato i sogni e probabilmente adagiato i giocatori su una comfort zone da piazzamento Champions. Della serie: pazienza lo scudetto, ma il quarto posto non ce lo toglie nessuno. Solo che la squadra da on è passata a off, senza vie di mezzo.

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scricchiolii—  

Il Diavolo ha espresso un gioco gradevole ed efficace in autunno. Va detto con onestà che da fine settembre a fine novembre il Milan era piacevole da osservare. Poteva contare su diverse soluzioni offensive, la manovra era capace di portare in zona gol giocatori diversi e non soltanto gli attaccanti, si cercava maggiormente la verticalità. Il tutto con il consueto marchio di fabbrica allegriano: una difesa finalmente solida e compatta dopo le autostrade a quattro corsie della stagione precedente. Poi, a dicembre, i primi scricchiolii, aumentati a gennaio e a cui Allegri non è riuscito a porre rimedio: nel 2026 il Milan è stato per lo più lento, prevedibile e noioso. Non è più riuscito a innescare i suoi attaccanti, che peraltro ci hanno messo del loro. La manovra è diventata uno stucchevole tiqui taka orizzontale nei primi quaranta metri di campo e nessuno è più riuscito a vedere quei varchi e immaginare quei passaggi che nei primi mesi dell’anno facevano dei rossoneri una squadra completa. L’ambiente generale, sempre più complicato col passare delle settimane, ha completato il quadro. Il minitorneo da tre partite citato da Allegri l’altro ieri si è ridotto da 270 a 180 minuti. Adesso i bonus sono finiti.