Chi se lo sarebbe mai aspettato? Il piccolo Davide ha battuto il gigante Golia. Ai David di Donatello 2026 Francesco Sossai con la sua opera seconda Le città di pianura, dopo aver fatto incetta di candidature (16) ha battuto La Grazia di Paolo Sorrentino vincendo il premio più prestigioso della serata, quello di Miglior Film.
Per il regista di Feltre anche la statuetta per Miglior Regia. Ma non solo: il film si porta anche a casa il premio per il Miglior attore protagonista a Sergio Romano, Miglior Produttore, Miglior casting, Miglior Montaggio, Miglior canzone originale e la Migliore sceneggiatura originale.
La pellicola interpretata dal terzetto Pierpaolo Capovilla, Sergio Romano e Filippo Scotti è dunque la vera vincitrice dei David 71. Ecco tre motivi per cui l’opera di Sossai ha conquistato così tanto la critica, nonché la platea del Festival di Cannes, dove è stato presentato in anteprima l’anno scorso.
Francesco Sossai a Cannes 2025 per la presentazione di “Le Città di Pianura”
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Avete presente i film che ti prendono per mano squadernandoti, con rigore ed eleganza, la loro sceneggiatura davanti agli occhi? Ecco, non è questo il caso. Le città di pianura è un road movie che fa lo slalom tra flashback, ricordi, parentesi, incontri casuali, linee narrative aperte e riprese 20′ più in là, o addirittura lasciate lì a morire. La stessa trama è impossibile da riassumere in una frase (come vorrebbe la sacra legge del pitching): è la serata alcolica di due uomini di mezza età, ma in mezzo ci sono tanti, troppi incontri, a cominciare da quello con l’universitario fuori sede Giulio (Filippo Scotti) e il rimpatrio di Genio (Andrea Pennacchi). Le città di pianura fa insomma esattamente quello che non fa il nostro cinema italiano, sempre così ortodosso (persino quando è d’autore): rompe le righe, vagheggia, prende e perde tempo. Il regista Francesco Sossai quasi non si cura dello spettatore: nemmeno alla fine, tanto da consegnargli un finale apertissimo (e anche un po’ furbo).
Il suo è puro storytelling da contorsionismo, nella forma e nella sostanza, dove il giudizio è perennemente sospeso, per sua stessa ammissione: “Non volevo pesare il cuore ai personaggi, e nemmeno ai luoghi, che sono ripresi tutti nello stesso modo: non c’è bello o brutto”, ha spiegato Sossai in un’intervista a Rollingstone, “Volevo fare un film che accettasse quello che era e che lo guardasse con occhi nuovi”. A tratti tutta questa impalcatura è un filo irritante ma il coraggio di sperimentare con la macchina da prese e la sceneggiatura c’è, e si vede eccome.
Maschile, plurale
In un mercato che celebra le storie al femminile, Sossai ci consegna un’ora e mezza ad alto tasso di cameratismo maschile. Un passo indietro? No, in avanti, perchè è un maschile troppo brillo, sgangherato e allo stesso tempo malinconico per risultare, se non aspirazionale, anche solo virilmente fiero di se stesso. I due compagni di bevute Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) non incarnano il maschio ma i più comuni – e meno speciali – maschi.
Dall’inizio alla fine del film fanno il giro dei bar: “l’ultima bevuta”, è il loro mantra, “ricordarsi il segreto del mondo” il loro cruccio. All’inizio Carlobianchi aveva infatti capito quale fosse, poi se l’è dimenticato e il lapsus costella tutta la storia. L’ammanco mentale è però anche valoriale: quella in scena è un’umanità stropicciata, che il regista forse non vuole giudicare, ma di certo non edulcora. Le donne non sono pervenute, nemmeno come reale oggetto del desiderio (come si vedrà in una scena hot tra un ricco padrone di casa e il finto architetto Carlobianchi). Il mondo inizia e finisce con l’ombelico dei due protagonisti e la visuale è, per forza di cose, stretta, se non strettissima. Chiunque riesce a entrare nel loro campo d’azione (lo studente fuori sede Giulio, la Stefy, il Cavalier Fadiga, Genio che torna in Italia perché il reato è caduto in prescrizione) diventa immediatamente una scheggia impazzita quanto loro. Si cerca la vita nel fondo di un bicchiere, si annega nella malinconia salvo poter gioire specchiandosi in una gioventù – quella di Giulio – che si vuole fare rifiorire. Lui ha ancora tempo di vivere la vita. Ma solo lui. “Siamo troppo vecchi per crescere”, ammette Doriano nel film.
Il cast
Tutto questo però non funzionerebbe senza l’ottimo cast messo in campo. Sergio Romano e il cantante Pierpaolo Capovilla non hanno quasi bisogno di parlare per essere credibili: i loro sguardi sono più eloquenti dei dialoghi (che non a caso non sono molti). Notevole anche la prestazione di Filippo Scotti che, tra l’altro, era stato proprio scoperto da Paolo Sorrentino con E’ stata la mano di Dio: in questo film è, se possibile, ancora più bravo perchèériesce a spaziare tra il dramma e la commedia, i sorrisi tirati e quelli sguaiati. Peccato non abbia avuto alcuna nomination.

Daniele Venturelli//Getty Images
Il cast al Festival di Cannes 2025
E poi Andrea Pennacchi (che in tv tutti amano per Petra) nei panni di Genio: l’amico che i due protagonisti dovrebbero andare a prendere in aeroporto. In realtà Pennacchi qui sembra meno in forma, artisticamente parlando, rispetto al suo solito. Degne di nota anche l’interpretazione di Roberto Citran (il Cavalier Fadiga che apre il film, volando in elicottero) come coprimario.
