Sono di ritorno da un soggiorno a Hong Kong, dove ho raccolto informazioni, analisi e sensazioni in vista del vertice imminente fra Trump e Xi Jinping.
Comincio da una notazione semplice: la Cina vuole confermare la diffusa convinzione che in questa fase l’America si isola, perde influenza, si è messa tra gli sconfitti della storia, tuttavia la Cina stessa continua a perseguire forme di isolamento tipiche di un Paese tutt’altro che sicuro di sé stesso, poco fiducioso del controllo che ha sulla propria popolazione.
ChatGPT non è accessibile a Hong Kong, solo un’intelligenza artificiale «made in China» è consentita. Amici e conoscenti mi hanno raccontato aneddoti sulla polizia di Shanghai che fa controlli sui telefonini per verificare se hanno installata una Vpn (l’applicazione che consente di aggirare la censura). In quanto al diffuso disagio tra la gioventù cinese, che dà luogo al fenomeno degli «sdraiati», il regime comunista ha lanciato una campagna in cui accusa i servizi segreti di potenze straniere di fomentare questa sfiducia tra le nuove generazioni. Non è un segnale di grande sicurezza.
Tutto ciò non impedisce che il regime segni dei punti nella sua narrazione, che descrive l’America come un impero giunto allo stadio terminale del suo declino.
Per la verità non è nuova, questa propaganda. Vivevo a Pechino quando scoppiò la crisi del 2008 a Wall Street: già allora, sotto la presidenza di Hu Jintao, la leadership cinese cominciò a teorizzare che l’egemonia americana era finita.
C’era George W. Bush alla Casa Bianca, stava per arrivare Barack Obama. Non è dunque un leitmotiv legato in modo specifico a Trump, quello che oggi ispira la propaganda di Xi.
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Su questo vi offro la testimonianza di uno studioso cinese che vive negli Stati Uniti. Yanzhong Huang è Senior Fellow presso il Council on Foreign Relations e professore alla School of Diplomacy and International Relations della Seton Hall University.
Ecco cosa scrive, dopo un viaggio recente nel suo Paese:
«Uno dei meme virali più condivisi oggi sui social media cinesi è “la kill line americana”. Preso in prestito dal gergo dei videogiochi — la soglia oltre la quale un personaggio indebolito può essere facilmente eliminato — il termine si riferisce all’idea molto diffusa in Cina secondo cui milioni di famiglie americane sarebbero in bilico su un precipizio: basta perdere il lavoro, ammalarsi o affrontare una spesa imprevista per precipitare nella rovina. È diventata la metafora dominante con cui molti cinesi descrivono un’America intrappolata nel degrado economico, nella criminalità violenta e in un declino irreversibile.
Questo è falso. I tassi di criminalità violenta negli Stati Uniti sono ai livelli più bassi da decenni, il Paese conserva un potere geopolitico e finanziario senza eguali, e la sua economia resta dinamica e più grande di oltre il 50 per cento rispetto a quella cinese.
Eppure, mentre Pechino si prepara alla visita del presidente Trump questa settimana, vedo prendere piede nel mio Paese d’origine una nuova, pericolosa, eccessiva fiducia, fondata su idee sbagliate sul declino americano. Temo che questo stia alimentando un atteggiamento di intransigenza che rende i leader cinesi più disposti a usare come arma il potere del loro paese e meno inclini a fare marcia indietro in futuri confronti con gli Stati Uniti.
Viaggiando attraverso la Cina questa primavera, sento questa narrativa ovunque. Dopo che una versione particolarmente macabra del meme della “kill line” ha iniziato a circolare recentemente, alcuni membri della mia famiglia in Cina mi hanno detto di temere per la sicurezza dei nostri parenti negli Stati Uniti. Sento parlare di studenti che un tempo sognavano di studiare in America e che ora scelgono altre destinazioni, preoccupati per la criminalità americana e per le scarse prospettive occupazionali.
Le opinioni sugli Stati Uniti si sono deteriorate nell’ultimo decennio, in larga parte a causa dell’immagine di un’America erratica e indebolita che Donald Trump sembra rappresentare. Un sondaggio condotto a dicembre ha rilevato che quasi la metà degli intervistati cinesi ritiene che l’influenza globale degli Stati Uniti sia in declino.
Questa convinzione è in parte anche un meccanismo di difesa che aiuta i cinesi a convivere con i propri problemi: un’economia in rallentamento, il crollo del mercato immobiliare, l’alta disoccupazione e un diffuso senso di incertezza. Un tassista di Pechino ha colto bene questa miscela inquieta di ansia e spavalderia il mese scorso. Dopo aver sfogato con me tutte le difficoltà affrontate dalla popolazione cinese, ha aggiunto: “Almeno qui abbiamo una rete minima di protezione sociale. Meglio che finire sotto la kill line in America”.
Le voci più chiuse e nazionaliste vengono amplificate più che mai. Zhang Weiwei, professore universitario che fu interprete di Deng Xiaoping e oggi è seguito online da milioni di persone, ha sostenuto in un video virale di gennaio che la Cina è l’unico Paese al mondo in cui la gente mangia bene.
Anche la retorica del Partito comunista rafforza questa visione. Basta guardare il telegiornale serale della televisione di Stato cinese: gran parte della mezz’ora di trasmissione è dedicata a celebrare i successi interni, per poi concludersi quasi sempre con alcuni minuti sui guai degli Stati Uniti, ultimamente dominati dal caos globale scatenato dalla guerra di Trump contro l’Iran.
Negli ultimi anni il governo ha inoltre promosso una campagna per purgare il mondo accademico dai concetti occidentali giudicati “erronei” — come l’indipendenza della magistratura o la separazione dei poteri — sostituendoli con idee che enfatizzano patriottismo, centralità del partito e sicurezza nazionale.
Il tema del declino americano viene continuamente ribadito nei documenti ufficiali, nei discorsi dei leader politici e nelle influenti riviste del Partito comunista, ed è ripreso dagli studiosi più influenti. In passato molti cinesi comuni liquidavano questa retorica come semplice propaganda. Recenti sondaggi suggeriscono invece che un numero crescente di persone, soprattutto giovani, stia iniziando davvero a crederci.
Sono cresciuto nella Cina degli anni Ottanta, quando si stava aprendo al mondo. Eravamo ottimisti sulla possibilità di rientrare un giorno nel gruppo delle grandi potenze. Ma c’era anche una palpabile umiltà, il desiderio di integrarsi nell’ordine globale esistente. Oggi vedo una Cina molto più prospera e potente di quanto avessimo osato immaginare, sicura di sé e incline a giocare secondo regole proprie.
I dirigenti cinesi non sembrano più considerare le pressioni americane sul commercio e sulla tecnologia come minacce esistenziali che richiedono compromessi, bensì come sfide facilmente neutralizzabili utilizzando i punti di forza della Cina. È ciò che fece Xi Jinping l’anno scorso, quando la minaccia di interrompere le esportazioni di terre rare e altri minerali critici costrinse Trump a fare marcia indietro sui dazi.
Questa leva è una delle ragioni principali per cui la Cina continua a spingere aggressivamente per dominare settori come i minerali critici, le tecnologie per l’energia pulita — dai veicoli elettrici ai pannelli solari — e gli ingredienti farmaceutici di base da cui dipende gran parte della produzione mondiale di medicinali. Tutti strumenti che, in futuro, potrebbero trasformarsi in opzioni nucleari nelle trattative commerciali o in uno scontro geopolitico.
Con l’aumento dell’arroganza dell’opinione pubblica cinese, cresce anche il costo politico per i dirigenti comunisti qualora mostrassero moderazione in eventuali crisi sul Mar Cinese Meridionale o su Taiwan. Una ricerca basata sulla teoria dei giochi pubblicata l’anno scorso ha mostrato che persino modesti aumenti del nazionalismo accrescono in modo misurabile la probabilità che sia la Cina sia gli Stati Uniti assumano posizioni più aggressive durante un confronto.
Questa traiettoria non è irreversibile. La politica americana verso la Cina dovrebbe essere riorientata verso una combinazione di deterrenza — per esempio rafforzando la resilienza degli Stati Uniti nelle catene di approvvigionamento critiche e la loro presenza geopolitica in Asia — e ricostruzione dei legami umani che un tempo contribuivano a mantenere viva la relazione e impedivano alle due parti di rinchiudersi ciascuna nella propria bolla informativa.
Un punto di partenza semplice ma potenzialmente efficace sarebbe che Washington alleggerisse le barriere sui visti e sulla sicurezza per studenti e ricercatori cinesi, oltre a rilanciare gli scambi in declino nel turismo, nell’accademia e nel mondo degli affari.
Sono passati quasi nove anni dall’ultima visita di un presidente americano in Cina — Trump nel suo primo mandato. Un intervallo del genere è insostenibile. Un coinvolgimento americano continuo, lucido e fermo potrebbe essere il modo migliore per correggere le percezioni distorte della Cina e rilanciare la relazione più importante del mondo».
11 maggio 2026, 15:14 – modifica il 11 maggio 2026 | 16:41
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