A chiunque chiedesse quali fossero i segreti per girare un grande film, Alfred Hitchcock, il regista di Psycho, rispondeva che c’era bisogno di tre cose: la sceneggiatura, la sceneggiatura e la sceneggiatura. Non si può dire che questa formula magica sia altrettanto valida per ogni videogioco, ma c’è un genere in cui le parole del maestro Hitchcock valgono come l’oro, ed è quello a cui appartiene Directive 8020, la nuova avventura di Supermassive Games. Il perché è presto spiegato: l’ambizione è quella di replicare in maniera fedele una pellicola cinematografica nella quale il videogiocatore ha un ruolo attivo e può influenzare il destino dei personaggi. Per far questo, si è andati progressivamente verso produzioni sempre più vicine a quelle di un film, con attori di spicco e con un continuo dialogo con la sala. Un esempio su tutti: Until Dawn.

Non solo Until Dawn è stato il vero e proprio trampolino di lancio di Supermassive Games, ma poteva contare su attori di grande esperienza come Peter Stormare, Hayden Panettiere e Rami Malek, che avrebbe vinto persino un premio Oscar di lì a qualche anno. Until Dawn si è anche trasformato in un film (qui la nostra recensione), completando questo interessante scambio con il cinema, che, sebbene non seguisse in tutto e per tutto il diktat di Hitchcock, perlomeno era una pellicola divertente e divertita. Poi, Supermassive ha iniziato un progetto ispirato alla serialità televisiva episodica alla Ai confini della realtà: videogiochi più brevi, dall’ambizione più contenuta, che si discostassero da un genere – quello degli slasher – che avevano esplorato in Until Dawn e in The Quarry. L’operazione era intitolata The Dark Pictures Anthology.

Lashana Lynch è uno dei volti noti del cast di Directive 8020

Lashana Lynch è uno dei volti noti del cast di Directive 8020

Si può dire che sia stata un successo? Non proprio, dal momento che la considerazione di Supermassive non è di certo in ascesa. La percezione è invece che questo progetto abbia dato risultati decisamente più modesti rispetto al titolo che li ha lanciati. Ora, Directive 8020 inaugura idealmente una fantomatica seconda stagione di contenuti, tornando a un formato più disteso (dal momento che l’avventura dura circa sei ore) e a una storia che vorrebbe essere di più ampio respiro, ispirata ai grandi classici della fantascienza horror come Alien, Punto di non ritorno e La Cosa. Sapete però cos’hanno in comune questi tre grandi film che manca del tutto a Directive 8020? La sceneggiatura, la sceneggiatura, la sceneggiatura.

Una nuova Terra

Directive 8020 è la storia dell’equipaggio della nave spaziale Cassiopea. In un futuro non così lontano, la Terra è ormai al limite: non c’è alcuna speranza di salvare il nostro pianeta natio; siamo costretti a trovare un altro ecosistema altrettanto vivibile e a colonizzarlo. Per fortuna, l’esplorazione spaziale ha fatto passi da gigante: gli esseri umani hanno già provato a colonizzare Marte, per esempio, e adesso hanno trovato un pianeta che potrebbe essere compatibile con le loro necessità. Si chiama Tau Ceti f e si trova a dodici anni luce da casa. Il viaggio verso questo corpo celeste dura quattro anni, e un equipaggio di veterani è stato scelto per sondare il terreno e dare il via libera agli esseri umani. Ma chiaramente qualcosa accade durante il viaggio: un meteorite colpisce l’astronave a poche ore dall’arrivo e una forma di vita aliena attacca i due crioingegneri deputati al risveglio del resto dell’equipaggio. La nave va in avaria e, quando gli altri protagonisti aprono gli occhi, la catena degli eventi si è già messa in moto: è inevitabile che si schiantino su Tau Ceti f.

Questo è il minore dei problemi con cui dovranno vedersela. D’altronde, tra di loro ci sono veterani delle missioni spaziali come Nolan Stafford e alti ufficiali in gamba come Laura Eisele. C’è un pilota che deve ancora farsi le ossa come Brianna Young (interpretata da Lashana Lynch, uno dei nomi di punta della produzione dal momento che è apparsa in Captain Marvel), ma generalmente l’equipaggio è composto da gente che non ha problemi a gestire un’emergenza. Una che conosce, almeno. Con gli alieni nessuno di loro ha mai avuto a che fare. Soprattutto perché quello che si è infilato nella Cassiopea è in grado di assumere le sembianze di ciascuno di loro (vestiti compresi… mistero della sceneggiatura) e alimentare il senso di paranoia che li porterà a dubitare l’uno dell’altro.

Un filmato motivazionale scadente

Se siete appassionati del genere, le premesse vi avranno ricordato una mezza dozzina di grandi film. C’è l’incursione aliena nello spazio claustrofobico come in Alien; un’intelligenza artificiale di bordo che sembra sapere più di quanto lasci intendere come in 2001: Odissea nello spazio; il senso di paranoia che colpisce gli scienziati in Antartide de La Cosa di John Carpenter. Guardare ai grandi, però, non ti salva necessariamente quando devi costruire la tua storia. Specialmente quando quest’ultima deve durare il triplo di un film, deve trasformarsi in una sorta di serie televisiva interattiva, dal momento che Directive 8020 è organizzato in otto episodi, e deve quindi tratteggiare personaggi convincenti, capaci di far breccia nel cuore del giocatore. Directive 8020 fallisce in tutte queste premesse.

E questo è il problema

E questo è il problema

Se l’incipit è intrigante e getta delle basi interessanti per la vicenda, lo svolgimento poi soccombe a un ritmo tutt’altro che brillante, che smorza continuamente la tensione con scene costruite in maniera goffa e involontariamente ridicola, e a una scrittura dei personaggi approssimativa. Per quanto riguarda la tensione, forse parte del demerito è anche del doppiaggio italiano, non proprio indimenticabile, ma è pur vero che puoi mettere in bocca al più grande attore della storia una stupidaggine, e resterà una stupidaggine.

Brianna, Stafford e tutti gli altri personaggi parlano per aforismi, sono più interessati a raccontare il loro archetipo piuttosto che a risultare umani. La maggior parte delle volte che li senti parlare, lo fanno per raccontarti senza grazia il loro passato, il loro obiettivo e cosa si sono lasciati indietro sulla Terra. Il contesto che li definisce è talmente retorico che si prendono in giro tra di loro. Dopo l’ennesimo sproloquio, uno dei protagonisti definisce così il capitano Stafford: “un filmato motivazionale scadente”. Uno slancio di lucidità che inquadra perfettamente la scrittura dei personaggi.

La Cosa è una delle opere di riferimento più evidenti del gioco

La Cosa è una delle opere di riferimento più evidenti del gioco

Così, tra un “questi bicipiti hanno dormito anche troppo” e un “il futuro è tutto da scrivere”, la speranza è che almeno il videogioco sia ritmato e divertente. Macché. Se Until Dawn era organizzato in maniera anche puerile nel riproporre tutte, ma proprio tutte, le situazioni degli slasher, perlomeno il ritmo era incalzante. Si percepiva che gli stessi Supermassive si fossero divertiti a giocare con quei cliché. In questo caso, la storia sembra non prendere mai l’avvio e tornare costantemente al punto di partenza. E forse questo è il peccato più imperdonabile di Directive 8020: non solo non fa mai paura – nemmeno da lontano -, ma è perfino incapace di costruire un minimo di tensione. Si fatica a trovare una scena ben congeniata, il villain è raccontato in maniera sconsiderata, il senso di paranoia è inesistente. Directive 8020 vuole sembrare un film, e ci riesce, solo che sembra uno di quei polpettoni di serie Z della Asylum, senza averne però la divertita consapevolezza e la sfacciataggine. Negli ultimi due episodi le cose si movimentano un po’, ma la scrittura non acquisisce alcuna qualità. Smette solo di essere profondamente noiosa. Resta mal scritta, involontariamente ridicola.

La toppa è peggio del buco

Forse proprio in nome di una sceneggiatura così traballante, Supermassive Games ha deciso di inserire nel novero qualche momento di gioco in più rispetto al solito. Le parentesi in cui al giocatore è richiesto un intervento diretto, però, si limitano essenzialmente a due situazioni ripetute lungo tutta l’avventura: trovare il modo di aprire alcune porte navigando gli stretti corridoi della Cassiopea oppure delle assai poco riuscite sessioni stealth nelle quali bisogna superare la creatura senza farsi vedere. Queste ultime sono talmente numerose che “aggira furtivamente la creatura” diventerà un mantra che comincerete a odiare. Perché, come si suol dire, la toppa è peggio del buco. Camminare per la nave è una scocciatura perché i corridoi sono generalmente organizzati in due biforcazioni: da una parte la serratura da aprire, dall’altra la soluzione all’enigma, la chiave, la password. Non si esplora, quindi, si attraversano scenari molto simili in quello che è un espediente per mettere il giocatore nella condizione di raccogliere e-mail, comunicazioni personali, filmati e altro materiale che racconta il background dei personaggi.

Ogni tanto, qualche inquadratura, è azzeccata

Ogni tanto, qualche inquadratura, è azzeccata

L’altro momento di gioco, ovvero lo stealth, è deputato a quasi tutti i confronti con la creatura. Si studia il percorso del villain, gli si passa accanto cercando di sfuggire al suo cono di visione facendo attenzione a dove si mettono i piedi, perché camminare sui vetri rotti allerterà il mostro. Se si sbaglia, si può cercare di superare comunque la creatura attraverso un QTE. Anche in questo caso l’obiettivo è sempre arrivare a una porta e cercare di aprirla risolvendo un piccolo enigma, mentre si sfugge alla morte. Se proprio si è così brocchi da farsi beccare più di una volta, il nostro personaggio potrebbe morire e la storia – come da tradizione per il genere – proseguirà senza di lui o di lei. Directive 8020 ci dà anche la possibilità di riavvolgere il tempo e di prendere altre scelte o di ripetere queste sessioni per far arrivare più sopravvissuti alla fine del gioco.

Il videogioco dura otto episodi e più o meno cinque o sei ore, con la possibilità di rigiocarlo per scoprire come cambia la storia se si decide di salvare o condannare alcuni dei suoi protagonisti. Il punto non è tanto che si possa fare, ma forse bisognerebbe chiedersi perché una persona dovrebbe farlo. Di Directive 8020 si salva solo l’aspetto tecnico, con alcuni volti molto espressivi e qualche sequenza registicamente azzeccata. Anche la selezione musicale delle sigle di chiusura degli episodi non è male. Non c’è altro. Gli aspetti positivi, comunque, non sono sufficienti a farvi venire voglia di ricominciarlo e di sorbirvi nuovamente quelle fasi stealth e quei dialoghi scadenti. Una massima famosa dice che nello spazio nessuno può sentirti urlare; purtroppo parlare, invece, sì.

Conclusioni

Versione testata PlayStation 5

Digital Delivery

Steam,

PlayStation Store,

Microsoft Store

Prezzo
49,90

Directive 8020 è un’avventura cinematografica interattiva che pesca dai grandi film di fantascienza ma praticamente non ne azzecca una. La sceneggiatura è piattissima, i personaggi parlano per aforismi e sono talmente retorici che non si prendono sul serio nemmeno tra di loro. Le situazioni di gioco non presentano mai momenti intriganti o divertenti da giocare. Per gran parte della sua durata è semplicemente noioso dover vivere la stessa situazione da più punti di vista, con un’infinità di momenti stealth privi di qualunque guizzo. Nella parte finale le cose si movimentano un po’, ma ormai la frittata è fatta: non puoi pensare di costruire tutta la tensione di un horror nell’ultimo atto. Si salvano solo una realizzazione tecnica perlopiù interessante e una selezione musicale azzeccata. Niente che valga almeno sei ore della vostra vita.

PRO

  • Tecnicamente è valido, alcuni volti sono molto belli
  • La selezione musicale delle sigle

CONTRO

  • La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti
  • Così retorico da apparire involontariamente ridicolo
  • Sezioni stealth da incubo vero

Abbiamo recensito il gioco grazie a un codice fornito dal publisher.
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