Le opere sono disposte secondo una modalità che richiama gli antichi Salon francesi, in modo estremamente denso e ravvicinato per facilitare un continuo confronto visivo. Questo approccio rompe l’isolamento museale dell’opera singola e crea una conversazione continua tra artisti lontani nel tempo. Così un ritratto di Gianbattista Tiepolo, dalla caratteristica luce chiara e dorata e dalla pennellata rapida e vibrante, può trovarsi accanto alle visioni disturbanti di Miriam Cahn, oppure la raffinata eleganza di Giovanni Boldini può dialogare con la freddezza pop di Alex Katz.

È proprio in questi accostamenti che il percorso trova il suo aspetto più interessante: la tensione che nasce tra sensibilità differenti. La forza della mostra sta anche nella straordinaria varietà degli artisti coinvolti. I nomi storici sono tra i più altisonanti, Vittore Ghislandi (Fra Galgario), Gianbattista Tiepolo, Pierre-Auguste Renoir, Giorgio de Chirico, Giacomo Balla, Stanislao Lepri, Leonor Fini, Gino De Dominicis, Mimmo Rotella, mentre tra i contemporanei più noti spiccano Francesco Vezzoli, Giulia Andreani e Michele Bubacco, solo per citare i più conosciuti.

Maestri e contemporanei, nomi riconosciuti e nomi emergenti creano una trama visiva sorprendentemente coerente. In questo contesto, opere di giovani come Matteo Capriotti, Cecilia Cocco o Leonardo Devito appaiono come prosecuzioni naturali di una ricerca iniziata secoli fa. Il messaggio implicito è chiaro e pare affermare senza alcun dubbio che il ritratto non è un genere del passato ma che continua a reinventarsi perché continua a cambiare il nostro modo di percepire l’identità. Non è casuale che questa parte della mostra trovi casa proprio a Venezia, città-ritratto della memoria nazionale, superficie splendida dietro cui si nascondono tempo, decadenza, teatralità e nostalgia.