Villa Borghese, in teoria, dovrebbe essere il posto meno adatto per ricominciare davvero. Troppo bella, troppo centrale, troppo attraversata da turisti, famiglie, studenti, corridori, bambini in gita. Un commissariato, quello in cui è ambientata una bella serie crime su Raiplay, lì dentro sembra quasi un ufficio di sorveglianza del quieto vivere, più che il centro di un’indagine. E infatti Giovanni Buonvino ci arriva convinto di essere stato messo da parte.

Su Raiplay, la serie in due episodi  “Buonvino – Misteri a Villa Borghese” parte proprio da questa piccola sconfitta professionale. Giovanni Buonvino, vicequestore con una carriera promettente alle spalle, paga ancora le conseguenze di un grave errore commesso durante un blitz. Da quel momento qualcosa si inceppa. L’uomo che aveva scelto la polizia credendo nella giustizia viene spostato in un commissariato considerato marginale, quasi innocuo. Solo che Villa Borghese, dietro i vialetti eleganti e il verde da cartolina romana, nasconde più ombre del previsto.

La fiction, uscita nel 2026, è diretta da Milena Cocozza ed è tratta dai romanzi di Walter Veltroni dedicati al commissario Buonvino. A indossare i panni del protagonista è Giorgio Marchesi, affiancato da un cast di attori italiani emergenti. La miniserie è costruita in due puntate e prende ispirazione, in particolare, dai libri Buonvino e il cadavere del bambino scomparso e C’è un cadavere al Bioparco.

Il primo elemento interessante è proprio Buonvino, un commissario anomalo che almeno in apparenzaha un passo morbido, gentile, predisposto naturalmente all’ascolto. Un mood che altrove potrebbe sembrare debolezza, ma che invece diventa il suo modo di stare dentro le indagini. Un leader diverso, empatico, quasi fuori moda rispetto alla tradizione televisiva del poliziotto ruvido e solitario.

Appena arrivato a Villa Borghese, Buonvino trova una squadra non proprio elettrica. Agenti demotivati, abitudini lente, la sensazione che in quel commissariato la vita passi senza grandi scosse. Tra loro c’è Veronica Viganò, interpretata da Serena Iansiti, sua vice e vecchia conoscenza. Anche lei porta addosso un passato personale complicato: dopo la morte del marito, anche lui poliziotto, ha scelto Villa Borghese come una specie di rifugio, un luogo apparentemente protetto dove tenere lontano il dolore.

Poi arriva il primo caso. Un uomo, Girolamo Nodari, viene trovato morto nei pressi del laghetto del parco. La scena sembra parlare da sola: tutto lascia pensare a un suicidio. Buonvino, però, non si accontenta della soluzione più comoda. Qualcosa non torna. E quando comincia a scavare, la morte di Nodari si collega a un mistero più antico: la scomparsa del figlio dell’uomo, avvenuta anni prima proprio nello stesso luogo. Da qui la serie apre il suo meccanismo migliore: un presente che si macchia di vecchie ferite, una Roma luminosa solo in superficie, un parco che da spazio di passeggio diventa archivio di segreti.

Punto di forza di questa miniserie è il tono sfumato, il racconto umano di una squadra che deve imparare a funzionare. C’è il passato del protagonista, la sua voglia di riscatto, la necessità di dimostrare che quell’assegnazione non è la fine di qualcosa. E c’è Roma, usata non come semplice fondale monumentale, ma come ambiente narrativo: elegante, popolare, stratificato, capace di nascondere drammi molto concreti dietro luoghi frequentati ogni giorno da migliaia di persone.

La serie su Raiplay funziona soprattutto quando gioca su questo contrasto. Villa Borghese è uno dei luoghi più riconoscibili della Capitale e proprio per questo diventa sorprendente vederla trasformarsi in territorio investigativo in cui il mistero si muove tra laghetti, alberi, musei, passeggiate e spazi aperti.

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