di
Luigi Ippolito
Il discorso del premier non convince. Membri del governo pronti a dirgli di lasciare
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA- La diga si è rotta e la piena sta scendendo a valle, pronta a sommergere Keir Starmer. A poco è valso il discorso con cui, ieri mattina, il primo ministro britannico ha provato a raddrizzare la barca: in serata si sono dimessi, uno dopo l’altro, una serie di assistenti ministeriali (il gradino più basso della gerarchia di governo), che hanno chiesto al premier di lasciare Downing Street o quanto meno di fissare un calendario per la sua uscita. E lo stesso hanno fatto oltre 60 deputati laburisti, in uno stillicidio che sicuramente continuerà nella giornata di oggi.
Sarebbe ingenuo pensare che non si tratti di una manovra coordinata per mandare avanti figure minori in grado però di creare quella copertura politica perché i pezzi grossi si facciano avanti. Secondo il Times alcuni ministri di peso avrebbero già detto a Starmer di fissare un calendario per la successione e stamattina, quando ci sarà una riunione del governo, ci si aspetta che i ministri gli dicano che deve farsi da parte perché la sua posizione è insostenibile.
E pensare che in mattinata un primo ministro rilassato, in camicia bianca, senza giacca né cravatta, aveva pronunciato forse il discorso più importante della sua carriera, nel tentativo di salvare la sua posizione sempre più in bilico. Ma le sue parole non sono bastate a convincere quanti, nel partito laburista, intendono sbarazzarsi di lui dopo la disastrosa sconfitta subita alle elezioni amministrative della scorsa settimana: anche se ha provato a mostrare di aver capito la lezione e di essere pronto a imprimere una accelerazione alla sua azione di governo.
«I cambiamenti graduali non bastano più», ha detto Starmer nel discorso: e così ha annunciato la nazionalizzazione dell’industria britannica dell’acciaio e, soprattutto, l’intenzione di riportare «la Gran Bretagna al cuore dell’Europa». La Brexit ci ha reso «più poveri e più deboli», ha affermato il premier, attaccando Nigel Farage per il suo rifiuto di affrontare le conseguenze «dell’unica politica che è riuscito a realizzare».
Sul piano concreto, l’unico passo certo prospettato è stato il ritorno della mobilità giovanile, per consentire agli under 30 di studiare e lavorare in Europa (e lo stesso vale per gli europei, che potranno andare in Gran Bretagna): ma quando gli è stato chiesto se continuava a escludere il rientro nel mercato unico e nell’unione doganale, per la prima volta Starmer ha glissato, dicendo che non intende «ricombattere le battaglie del passato».
Un segno che la riflessione sull’Europa, all’interno del suo governo, si sta spingendo più in là di quanto non venga detto pubblicamente.
Starmer si è assunto la responsabilità di una sconfitta elettorale che «fa male», ma ha insistito che non è il tempo di cambiare leadership, perché viviamo «in momenti pericolosi»: più volte ha richiamato il caos dei continui cambi di premier dei recenti governi conservatori, ammonendo i colleghi laburisti a non incamminarsi sulla stessa strada.
«Abbiamo azzeccato le scelte politiche fondamentali», ha rivendicato, a partire dalla decisione di non intervenire nella guerra in Iran: ma ha riconosciuto che fare le cose giuste non basta, bisogna anche saperle inserire in una cornice, perché il Paese «ha bisogno di speranza».
Starmer sembra insomma essersi reso conto che il maggior difetto del suo governo è la mancanza di una narrazione, di un progetto: ma ormai pare essere troppo tardi. Nelle prime ore dopo il discorso, si era avuta l’impressione che fosse riuscito a guadagnare tempo e che la prospettiva fosse quella di una resa dei conti in autunno, in attesa del «salvatore», il sindaco di Manchester, Andy Burnham. Ma poi chi avrebbe più da perdere in questa attesa, come il ministro della Sanità Wes Streeting, ha probabilmente deciso che era venuto il momento di rompere gli indugi.
11 maggio 2026
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