Esiste un momento, nelle guerre di logoramento, in cui la propaganda smette di essere uno schermo e diventa una prigione. Il potere che l’ha costruita non può più permettersi di abbatterla senza crollare insieme ad essa. Vladimir Putin sembra aver raggiunto quel momento. La parata del 9 maggio 2026 a Mosca – la prima in 81 anni senza carri armati, senza veicoli blindati, senza il tradizionale dispiegamento di forza che rendeva quella piazza Rossa la vetrina della potenza militare russa – non è stata solo una concessione logistica dettata dalla minaccia dei droni ucraini. È stata il simbolo involontario di uno Stato che ha iniziato a fare i conti con la propria fragilità. La tregua di tre giorni, annunciata a sorpresa da Donald Trump l’8 maggio per consentire lo svolgimento delle celebrazioni e un primo scambio di prigionieri, ha fornito la cornice fragile di cui Mosca aveva bisogno: non per trattare, ma per guadagnare tempo.

Per analizzare ciò che sta accadendo attorno alla guerra in Ucraina in questa finestra di maggio 2026 bisogna tenere insieme almeno quattro dimensioni, che interagiscono in modo non lineare: l’andamento militare sul campo, la crisi di sicurezza interna al Cremlino, la pressione economica generata dalla combinazione Iran-petrolio, e la manovra diplomatica con cui Putin sta cercando di aprire un canale diretto con l’Europa. Ciascuna di queste dimensioni, presa isolatamente, racconta una storia parziale. Tutte insieme, descrivono un potere che non negozia da una posizione di forza, ma dal bordo del precipizio che prova a nascondere ai propri interlocutori.

Il campo di battaglia: la propaganda e i dati

L’Institute for the Study of War ha documentato nel mese di aprile 2026 una perdita netta di circa 116 chilometri quadrati di territorio controllato dalla Russia in Ucraina: il primo saldo negativo mensile registrato dall’agosto 2024, quando l’operazione ucraina in Kursk aveva costretto Mosca a una temporanea ritirata. Il dato va letto con le necessarie cautele metodologiche: non si tratta di una ritirata strategica lungo tutto il fronte, ma di ritiri tattici con entrambe le parti che testano le difese avversarie in punti diversi della linea di contatto. Tuttavia, il segnale di tendenza e inequivocabile.

Il ritmo di avanzata russo si è ridotto in modo significativo rispetto all’anno precedente: nei primi quattro mesi del 2026 le forze russe hanno guadagnato in media 2,9 chilometri quadrati al giorno, contro i 9,76 del corrispondente periodo del 2025. Le cause di questo rallentamento sono diverse: contrattacchi terrestri ucraini, colpi ucraini a medio raggio sulle infrastrutture logistiche e di comando, e le interruzioni ai sistemi di comunicazione russi.

Le perdite umane russe hanno raggiunto soglie che nessuna propaganda può nascondere indefinitamente. Le stime convergenti di intelligence occidentali indicano oltre 1,2 milioni di perdite complessive tra morti, feriti e dispersi dall’inizio dell’invasione. Sono numeri che si traducono in una crisi di reclutamento strutturale: l’esercito russo fatica da mesi a mobilitare nuove truppe, ricorrendo sempre più aggressivamente a reclutamenti universitari, con soldati meno addestrati e meno efficaci rispetto all’anno precedente.

È in questo contesto che va letta la narrazione della “guerra prossima alla fine” che Putin ha scelto di lanciare a sorpresa durante la conferenza stampa del 9 maggio. Parlando ai giornalisti dopo la parata del Giorno della Vittoria, il presidente russo ha dichiarato di ritenere che il conflitto in Ucraina stia “volgendo al termine” e si è detto pronto a discutere nuovi assetti di sicurezza in Europa. La domanda analitica cruciale e: si tratta di una convinzione fondata sulle condizioni reali del campo di battaglia, o di una mossa di posizionamento preventivo dettata da pressioni di natura economica e interna? I dati suggeriscono con forza la seconda ipotesi.

Dronizzazione senza militarizzazione. Lezione per l'Europa dall'economia di guerra ucraina

Dronizzazione senza militarizzazione. Lezione per l’Europa dall’economia di guerra ucraina

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Memorial Italia

La paranoia del Cremlino: minacce esterne e paura del tradimento

La decisione di non esporre alcun mezzo militare pesante alla parata del 9 maggio e stata presa in larga misura a causa della minaccia dei droni ucraini a lungo raggio, sempre più efficaci nel colpire obiettivi in profondità nel territorio russo. Tuttavia, sarebbe riduttivo interpretare le misure di sicurezza senza precedenti adottate attorno a Putin come la semplice risposta a una minaccia esterna. I rapporti di intelligence europea dipingono un quadro assai più inquietante. Dal marzo 2026 il Cremlino è in “stato di allerta” riguardo al “rischio di una congiura o di un tentativo di colpo di stato contro il presidente”. In particolare, Putin teme l’uso di droni per un possibile attentato da parte di membri dell’élite politica russa. Il nome che appare nel rapporto di un’agenzia di intelligence europea come “potenziale attore destabilizzante” è quello di Sergei Shoigu, già ministro della Difesa e attuale segretario del Consiglio di Sicurezza.

La crisi di sicurezza interna ha radici concrete: l’uccisione del tenente generale Fanil Sarvarov a Mosca ha scatenato un conflitto di attribuzioni tra i “siloviki” sulle responsabilità delle lacune nel sistema di sicurezza, in una riunione in cui Putin ha dovuto personalmente calmare i partecipanti.

L’arresto dell’ex primo vice di Shoigu, Ruslan Tsalikov, il 5 marzo, è stato interpretato come una violazione degli accordi informali di garanzia per le élite, indebolendo la posizione di Shoigu e aumentando la probabilità che egli stesso possa diventare bersaglio di indagini penali. Il FSO ha installato sistemi di videosorveglianza nelle abitazioni di cuochi, fotografi e guardie del corpo. Al personale che lavora in prossimità di Putin e stato vietato l’utilizzo di telefoni cellulari con accesso a internet, nonché l’uso di mezzi pubblici. Agenti del servizio sono stati posizionati lungo il fiume Mosca per rispondere a possibili attacchi con droni.

Questa chiusura progressiva segnala qualcosa di più profondo di una risposta tattica alla minaccia esterna. Un potere che si sente sicuro non presidia il fiume che attraversa la propria capitale. Un leader che controlla solidamente le élite non deve far sorvegliare i cuochi dei propri collaboratori. La paranoia di Putin non è una patologia personale: e il riflesso fedele dello stato di salute di un sistema di potere che ha cominciato a perdere la fiducia dei propri componenti.

I sospetti su Serghei Shoigu. Putin andava a caccia con lui, ora teme di finire preda

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Lorenzo Santucci

Il nodo energetico: il petrolio come variabile strategica

Per comprendere le scelte di Putin bisogna fare i conti con una variabile che spesso viene trattata separatamente dal piano militare e diplomatico, ma che in realtà ne costituisce il substrato materiale: il prezzo del petrolio. Il bilancio federale russo del 2026 e stato costruito su un’assunzione di prezzo del greggio Ural a 59 dollari al barile, con un deficit programmato di 3,8 trilioni di rubli. Prima che la guerra Usa-Israele-Iran deflagrasse a fine febbraio, quella stima appariva ottimistica.

In febbraio 2026, i dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia mostravano entrate russe da esportazioni di petrolio e derivati calate a soli 9,5 miliardi di dollari – il livello più basso dall’inizio della guerra in Ucraina. Nello stesso mese, i volumi di esportazione erano scesi a 6,6 milioni di barili al giorno. Combinando l’inasprimento delle sanzioni secondarie, l’abbassamento del price cap G7 a 46 dollari al barile e le operazioni ucraine sui terminal petroliferi del Baltico e del Mar Nero, la Russia si trovava sull’orlo di una recessione conclamata, con il Pil in contrazione nei primi mesi del 2026 e una previsione Fmi di crescita annua dello 0,8%.

La guerra in Medio Oriente ha temporaneamente interrotto questa spirale discendente. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile, fornendo a Mosca un’inaspettata boccata d’ossigeno finanziaria. Tuttavia, il “regalo” si è rivelato meno generoso di quanto le aspettative iniziali suggerissero. Nei primi quattro mesi del 2026, il bilancio russo ha ricevuto dall’oil-and-gas revenue 2,3 trilioni di rubli – il 38,3% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il bonus di aprile ha superato di soli 21 miliardi di rubli il livello base, “significativamente al di sotto delle previsioni” secondo gli economisti.

Così l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec+ assume un significato strategico. Gli Emirati – terzo produttore Opec dopo Arabia Saudita e Iraq – hanno lasciato il cartello con l’ambizione di portare la produzione a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027. L’uscita degli Emirati rimuove dall’Opec uno dei pochi detentori di capacità di riserva significativa, indebolendo strutturalmente la capacità del cartello di difendere un price floor (prezzo minimo).

La realtà attuale è però più complessa di un semplice “shock da offerta” ribassista. Con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso, il Brent si è mantenuto sopra i 118 dollari al barile, con la chiusura dello stretto che continua a rappresentare il principale driver dei prezzi nel breve termine. Il vero rischio per Mosca si concretizzerebbe in uno scenario preciso: un accordo tra Washington e Teheran che comporti la riapertura dello stretto. In quel caso, l’Iran tornerebbe a esportare milioni di barili sui mercati asiatici, in concorrenza diretta con il greggio russo, proprio mentre gli Emirati aumentano la propria produzione. E lo spettro di questo scenario che rende urgente per Putin trovare un accordo politico prima che la finestra petrolifera si chiuda.

La mossa di Schröder e la diplomazia della divisione

Così, alla conferenza stampa successiva alla parata del Giorno della Vittoria, Putin ha indicato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come il suo mediatore preferito per i potenziali colloqui diplomatici tra Russia ed Europa. “Di tutti i politici europei, preferirei trattare con Schröder”, ha dichiarato Putin.

La scelta non è casuale. L’ex cancelliere – in carica dal 1998 al 2005 – è stato per anni al centro di polemiche per i suoi legami con l’industria energetica russa, avendo ricoperto la carica di presidente del consiglio di amministrazione di Nord Stream 2 AG, sussidiaria di Gazprom. La sua posizione di advocacy per la cooperazione energetica con Mosca gli è costata un isolamento crescente all’interno del suo stesso partito, l’Spd (socialdemocratico). Questa è precisamente la caratteristica che lo rende utile a Putin: non la credibilità come mediatore imparziale, ma la capacità di incrinare il fronte europeo.

La Germania, sotto Frierdich Merz, ha risposto con freddezza. Il governo tedesco ha definito le dichiarazioni di Putin parte di “una serie di offerte fittizie e della sua nota strategia ibrida”, aggiungendo che “la Germania e l’Europa non si lasceranno dividere”. I funzionari tedeschi hanno sottolineato che qualsiasi futuro colloquio con Mosca dovrebbe essere strettamente coordinato con Kiev e con gli Stati membri Ue. La proposta Schröder è un tentativo di speculare sulla divisione europea: offrire a Berlino l’illusione di un ruolo speciale che agisca come cavallo di Troia per frammentare la posizione comune europea.

La risposta europea alla mossa di Putin non è arrivata solo sul piano retorico. Quattro giorni prima della conferenza stampa del Cremlino, il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una decisione che permetterà all’Ue di diventare membro fondatore del Tribunale Speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, con l’obiettivo di perseguire i vertici politici e militari russi responsabili della decisione di avviare e condurre la guerra.

Lo scenario previsionale: tre ipotesi

Mettendo insieme tutti questi elementi si delineano tre possibili scenari futuri.

Il primo – quello che Putin sta cercando attivamente di costruire – è il congelamento negoziato asimmetrico: un accordo che permetta a Mosca di presentare come vittoria un cessate il fuoco che consolida i guadagni territoriali russi, anche al costo di significative concessioni sulle questioni di governance nelle aree contese. In questa ipotesi, l’apertura a Schröder serve a creare un canale diretto con l’Europa che bypassa sia Kiev che Washington, sfruttando la stanchezza europea e la tendenza dell’amministrazione Trump a privilegiare soluzioni rapide sulla qualità del processo. La finestra temporale di questo scenario è stretta: Putin ha bisogno di chiudere prima che un eventuale accordo Usa-Iran faccia crollare i prezzi del petrolio.

Il secondo scenario è l’escalation controllata come tattica negoziale: Putin usa le minacce di escalation – inclusi possibili attacchi missilistici massivi su Kyiv, come trapelato dopo la tregua del 9 maggio – per accelerare la disponibilità europea a trattare a condizioni meno sfavorevoli per Mosca. È già emerso che Putin avrebbe informato Washington della possibilità di un attacco missilistico massiccio sul centro di Kyiv qualora l’Ucraina avesse tentato di disturbare le celebrazioni del Victory Day, ottenendo in cambio l’intermediazione americana della tregua. Questa dinamica di ricatto-compensazione può diventare un modello ricorrente.

Il terzo scenario, meno probabile nel breve, ma strutturalmente più plausibile nel medio termine, è la crisi interna russa che precede o accompagna un accordo: se i prezzi del petrolio dovessero scendere significativamente a seguito di un accordo iraniano, se le perdite militari accelerassero, e se la spirale di misure repressive sulle élite continuasse a erodere i patti di lealtà informale su cui si regge il sistema putiniano, la traiettoria verso un’instabilità interna diventerebbe concreta. Non necessariamente un golpe – i golpe nei sistemi di potere personalizzato sono eventi rari e difficili da coordinare – ma una crisi di legittimità che si manifesta in modo caotico e imprevedibile.

La guerra in Ucraina è entrata nella sua fase più pericolosa non perché la Russia stia vincendo, ma perché Putin sta perdendo abbastanza lentamente da poter ancora scegliere i tempi e le modalità della propria uscita. Un sistema che teme i droni sul fiume Mosca, che sorveglia i propri cuochi, che riporta alla ribalta un ex cancelliere di 82 anni come ambasciatore di pace non è un sistema che negozia da una posizione di forza. Ma è un sistema che sa ancora come creare l’illusione di farlo. Ed è esattamente questa illusione che l’Europa deve imparare a smontare con pazienza analitica, senza cedere né alla stanchezza né all’urgenza artificiale che Mosca sta cercando di costruire attorno al tavolo negoziale.

Il Victory Day senza carri armati è stato il momento più onesto che Putin abbia offerto al mondo in quattro anni di guerra. Vale la pena ascoltarlo.