Il capitano di Davis analizza il momento d’oro del tennis azzurro agli Internazionali: “I successi di oggi nascono dalla programmazione. Tutti vogliono fare i tennisti, per noi è l’ideale. Jannik è un esempio di professionalità che stimola tutti a superare i propri limiti”
Giornalista
12 maggio – 08:41 – MILANO
La sconfitta inattesa di Flavio Cobolli contro l’argentino Tirante ha privato l’Italia della gioia dell’ennesimo record, ma gli azzurri che oggi giocano gli ottavi degli Internazionali sono comunque quattro. Ottima notizia per il capitano di Davis Filippo Volandri, che non si perde un match dei suoi al Foro.
Capitano, giocatori che si confermano, altri che si ritrovano. Il panorama del nostro tennis è sempre ricco.
“Sì, sono felice di aver ritrovato Arnaldi, che sta fisicamente meglio e può riprendere a lavorare e giocare con continuità. Poi Bellucci, che ha avuto la miglior stagione su terra di sempre, e Pellegrino che comunque arriva da un lungo percorso e a 29 anni, qua raggiunge il suo miglior risultato. Non è un caso, perché avere una squadra allargata, tra giocatori e tecnici, tutti qui in questi giorni romani, aiuta a crescere e confrontarsi”.
Il momento positivo aiuta a creare un circolo virtuoso, ci sono già i ricambi all’orizzonte?
“Siamo partiti dai piccoli che ora sono diventati grandi, vinciamo la Coppa Davis, gli Slam, vinciamo i Mille, però dobbiamo tornare a lavorare anche alla base, quindi stiamo cercando di allargare un po’ la famiglia con i più piccoli. Lavorare adesso per ‘dopodomani’ è sempre la cosa migliore”.
I numeri non mancano: ora tutti i ragazzini vogliono diventare tennisti…
“Sì, sono ottime notizie perché le scuole tennis sono piene, perché i maestri hanno capito che possono fare gli allenatori, anche se non lo hanno mai fatto prima, perché vengono affiancati. Si lavora tanto su di loro, non solo sui ragazzi, e quindi ora ci sono tanti ragazzini che vogliono fare i tennisti e tanti maestri che vogliono fare gli allenatori. Per noi è l’ideale”.
La fotografia migliore del tennis italiano è il derby di oggi tra Pellegrino, il nuovo arrivato, e Sinner, il fenomeno. È un segnale incoraggiante per gli azzurri che sono ancora indietro in classifica?
“Certo perché significa che se si lavora bene, ci si può riuscire. Ad Andrea, in tutte le sue componenti fisiche e tecniche, non è mai mancato niente. Però sappiamo bene che ci sono giocatori che maturano prima, altri dopo. Andrea è maturato un po’ più tardi, però la partita con Sinner sarà interessante. Pellegrino è molto fisico, può riuscire in parte a contenere Jannik che, come abbiamo visto, fa arrendere subito gli avversari con la sua potenza”.
Andrea è maturato un po’ tardi, però la partita con Sinner sarà interessante. Pellegrino è molto fisico, può riuscire in parte a contenere Jannik
Il n. 1 non regala niente, nemmeno in allenamento: Cobolli ha detto che contro Sinner ha dovuto fare terapia subito dopo…
“Lo abbiamo visto anche in Davis, con Jannik si fanno i migliori allenamenti di sempre. Anche i giocatori che hanno un po’ meno continuità, con lui alzano il livello. È la qualità dei grandi campioni e lui si mette a disposizione”.
Anche Sinner dice che ama allenarsi con gli altri italiani e aggiungere competitività…
“Sinner è uno che la mette anche quando gioca a chi tira il sasso più lontano, e di conseguenza quello che sta dall’altra parte vuol tirare il sasso più lontano di Jannik e quindi ci si stimola a vicenda”.
Avere il numero 1 al mondo resta un grande stimolo per il movimento?
“È una spinta, perché magari non arriverai al n.1, ma cerchi di avvicinarti. Jannik è di esempio soprattutto nella gestione della sua quotidianità. E loro capiscono il tipo di professionalità che serve per fare questo mestiere, lo vedono, lo toccano”.
Cahill ci raccontava che Sinner è curiosissimo…
“Lo è! Vuole sapere di tutto, anche del passato, di come era anche il tennis prima. Con lui devi avere tre nanosecondi per dare la risposta giusta, perché altrimenti perde attenzione, però dall’altra parte è quello che ti porta a studiare di più, a fare meglio, a essere più preparato”.
Ha vinto tre Davis, e non è finita. Ma in futuro, cosa le piacerebbe aver lasciato al tennis italiano?
“La cultura della costruzione. Dare struttura al settore tecnico, alla Coppa Davis, aver portato l’idea che dietro ai risultati c’è un lavoro di squadra, non improvvisazione. Cerchiamo di mettere insieme le aree, trasferire competenze, esperienze: far comunicare le diverse parti è importantissimo”.
Questa Italia può crescere ancora?
“Siamo qui per questo. Adesso abbiamo meno giocatori nei 100, quindi l’obiettivo è non solo il vertice ma provare a riportarli o portarne altri lì. Il lavoro non finisce mai”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA