Il giovane ciclista si racconta alla vigilia del Blockhaus: dalla prima volta in bici al rapporto con il compagno di squadra Jai Hindley
Giornalista
12 maggio 2026 (modifica alle 09:48) – CATANZARO
E adesso la domanda gira ovunque nella carovana rosa, tra tifosi, addetti ai lavori e semplici curiosi: Giulio Pellizzari può davvero vincere il Giro d’Italia? Dopo la Grande Partenza in Bulgaria, il suo nome è diventato impossibile da ignorare. Perché quando nella seconda tappa Jonas Vingegaard ha acceso la corsa con uno dei suoi attacchi sulla salita di Lyaskoevts Monastery Pass, il primo a reagire senza esitazioni è stato proprio lui. Un segnale forte. Ora il Giro riparte dalla Calabria e Pellizzari si presenta con la calma di chi sa che il talento, da solo, non basta. Ma anche con la lucidità di chi non vuole nascondersi.
“Mi sento bene, davvero. Le gambe ci sono. Vingegaard va fortissimo, ma sono contento di essergli rimasto a ruota e di essermi difeso bene”.
Si può battere, il danese?
“Nessuno è imbattibile”.
La prossima frazione di montagna sarà quella di venerdì con arrivo al Blockhaus. L’idea di affrontarla dopo quasi 244 km la preoccupa?
“Per le mie caratteristiche è addirittura meglio che sia così. Io cresco con il passare dei chilometri e il fatto che una salita così lunga arrivi dopo 5-6 ore di gara è sicuramente un vantaggio per me”.
Da piccolo sognavo soprattutto la maglia gialla. Però, dopo aver corso due volte il Giro, il mio sogno ha cambiato colore
Giulio Pellizzari
In Francia aspettano un vincitore del Tour da più di quarant’anni e ora si aggrappano alla speranza Paul Seixas. In Italia, invece, l’ultimo a vincere il Giro è stato Nibali, dieci anni fa. Lei sente di essere la nuova speranza del ciclismo italiano? E questa cosa le mette pressione?
“Se facciamo il paragone con la Francia, noi abbiamo ancora trent’anni di vantaggio! Ma tra trent’anni avrò già smesso. Scherzi a parte, questa pressione non la sento”.
Ha già in mente quando potrebbe vincere una grande corsa a tappe?
“Non sono uno che fa programmi rigidi, vado molto a sensazione. Io devo solo fare le cose nel modo giusto, poi sarà il tempo a dire dove posso arrivare. Oggi nessuno può sapere se vincerò un Grande Giro oppure no. E non so quando sarò pronto, né se succederà quest’anno, il prossimo o tra cinque anni. Di sicuro farò tutto il possibile per riuscirci, per me e per l’Italia. Ma adesso conta solo vivere il presente e capire giorno dopo giorno dove si può arrivare”.
Da bambino sognava di più la maglia rosa o la maglia gialla?
“Da piccolo sognavo soprattutto la maglia gialla. Però, dopo aver corso due volte il Giro, il mio sogno ha cambiato colore: adesso è diventato più rosa”.
Ci racconta come è iniziato tutto? Perché il ciclismo?
“Mio padre Achille era stato ciclista da junior. Io giocavo a calcio con mio fratello Gabriele, ma lui non era particolarmente portato e a un certo punto decise di smettere. Essendo più grande di me, smisi anch’io insieme a lui. A quel punto nostro padre ci propose di provare con il ciclismo. È andata così: mio fratello ha smesso quasi subito, io invece ho continuato. Direi che è stata una buona scelta…”.
Jai Hindley? Siamo grandi amici, oltre che compagni di squadra. È un ragazzo speciale
Giulio Pellizzari
Quanti anni aveva quando ha iniziato a correre?
“Sette anni. Già allora ero un piccolo ciclista e mi divertivo tantissimo a stare in bici”.
Quali sono stati i momenti chiave della sua crescita fino al professionismo?
“Credo di aver fatto un percorso abbastanza normale. Fin da bambino il ciclismo era la cosa che mi piaceva più di tutte. Mi allenavo tanto e il mio sogno era diventare professionista. E adesso eccomi qui”.
Nell’intervista alla Gazzetta, Jai Hindley ha parlato molto bene di lei. Che rapporto avete? E quanto la ispira uno che ha già vinto un grande giro?
“Come corridore sappiamo tutti quanto sia forte. Ma per me conta soprattutto la persona. Siamo grandi amici, oltre che compagni di squadra, anche se abbiamo 7 anni di differenza. Ci divertiamo molto insieme ed è questo che fa davvero la differenza. È un ragazzo speciale”.
Lei è tifoso del Milan. Le piacerebbe visitare Milanello o conoscere qualche giocatore?
“Anche Jai tifa Milan, quindi magari dopo il Giro possiamo andarci insieme. Sono stato una sola volta a San Siro, per un Inter-Milan, e il Milan ha vinto… quindi forse è meglio che non ci torni più (ride, ndr). Mi piacerebbe molto vedere Milanello. Ci sono tanti giocatori che seguo, per esempio Christian Pulisic. E poi Ibra: è un’icona. Se arriva un invito, magari dopo il Giro ci facciamo davvero un salto”.
Di recente è salito anche su un elicottero. Com’è andata? Soffre l’altezza?
“Sì, parecchio! Ero all’Apc, il centro medico della squadra, per alcuni controlli e avevano organizzato questo volo. All’inizio ero terrorizzato, soprattutto al decollo. Però il panorama era incredibile e alla fine me lo sono goduto”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA