L’intelligenza artificiale ha cominciato a cambiare il nostro modo di scrivere, e persino quello di parlare. Lo confermano alcuni studi condotti su ChatGPT. A rischio è la diversità linguistica e culturale con l’affermarsi di una sorta di nuovo standard espressivo modellato su inglese e cinese. Nonostante l’IA sia stata addestrata a scrivere come gli esseri umani, i grandi modelli linguistici sviluppati da start-up come OpenAI o Anthropic hanno finito per appiattire e togliere imprevedibilità: ognuno di noi scrive in maniera diversa, più o meno bene, ripetendo alcune forme lessicali, preferendo una parola a un’altra. Differenziandosi, insomma. Almeno finora.  

I ricercatori sono persino giunti all’identificazione di alcuni vocaboli ricorrenti che tradiscono il ricorso all’intelligenza artificiale.  

Negli ultimi quarant’anni, dalla diffusione di massa dei pc in poi, le tecnologie che utilizziamo hanno semplificato la vita quotidiana ma con una rinuncia progressiva a molte competenze. Con il computer si è persa la scrittura a mano, fino alla reintroduzione in Paesi come Francia, Stati Uniti e da ultima la Svezia, del “corsivo” nei programmi scolastici; le calcolatrici hanno disabituato ai calcoli manuali, il Gps ha annullato le capacità di orientamento e oggi quasi nessuno saprebbe arrivare nel luogo prefissato con l’uso di mappe e stradario; con i social media è precipitata la soglia di attenzione media. Adesso l’intelligenza artificiale mette a rischio la stessa capacità di esprimersi con parole proprie.   

Alla University of Southern California, un gruppo di ricercatori ha analizzato riviste scientifiche, articoli di giornale e post sui social rilevando un calo evidente nella diversità degli stili di scrittura dal lancio di ChatGPT in poi. «L’adozione diffusa di modelli linguistici complessi (LLM) come assistenti alla scrittura – si legge nell’abstract del loro studio – è collegata a un evidente declino della diversità linguistica e culturale, con la prevalenza dell’inglese e del cinese». A risultati simili è giunto anche uno studio del Max Planck Institute for Human Development di Berlino: qui i ricercatori hanno analizzato 740.249 ore di discorsi umani tratti da video accademici su YouTube o da podcast, e hanno rilevato un aumento esponenziale nell’uso di parole che ChatGPT genera più spesso di altre, come “approfondire”, “comprendere” o “meticoloso (naturalmente nella loro forma inglese), con l’obiettivo di comprendere se i modelli di IA possono plasmare la cultura umana e denunciando «i rischi di una manipolazione su larga scala». 

Interpellato da Axios sull’argomento Alex Mahadevan, responsabile dei corsi di intelligenza artificiale del Poynter Institute for Media Studies, ha detto di avere già nostalgia della «buona cattiva scrittura», quella in cui un testo è scritto così male da coinvolgerti per la sua spontaneità rispetto ai testi corretti grammaticalmente ma «privi di anima» generati dall’IA. Mahadevan, soprattutto, ha raccontato di un suo pregiudizio, che in realtà lo accomuna a molti, quello di evitare sempre più spesso vocaboli o segni ortografici che sono ormai ritenuti “spia” del ricorso ai Chatbot, come i trattini lunghi: «Ho iniziato a chiedermi “non è che qualcuno penserà che l’abbia scritto con l’intelligenza artificiale?”».  

Sul rischio del sopravvento della lingua inglese e su quello della standardizzazione si è interrogato anche Giuseppe Antonelli, uno dei massimi linguisti italiani, professore ordinario a Pavia e autore del recente “Alfabit” per il Mulino (il libro viene presentato al Salone del libro di Torino questo giovedì, 14 maggio). «L’intelligenza artificiale lavora in inglese e poi ritraduce in italiano – dice Antonelli – Ho chiesto per il mio libro a quattro diversi Chatbot qual era la loro lingua madre, hanno risposto che non ne hanno. Nei fatti, però, la lingua che usano è l’american english, questo comporta un maggior numero di interferenze, in particolare nelle reggenze verbali: per esempio, l’uso di “allucinare” in una forma transitiva che non è dell’italiano. Il rischio è che a lungo andare ci si abitui a queste interferenze, ma dobbiamo dirci che è così da tempo, l’influenza dell’inglese era già molto forte prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale». 

Antonelli invita a non enfatizzare troppo i risultati di questi studi, ritenendo nell’ordine delle cose che alcune parole diventino più di moda di altre. «Potrei citare un’altra ricerca – continua – secondo la quale i modelli linguistici realizzati in Italia fanno più errori, potendo disporre di meno potenza di calcolo e fondi per l’addestramento rispetto ai colossi americani». Cosa diversa è invece quella della standardizzazione.

Il linguista dell’università di Pavia nel ragionare sul tema ha coniato il termine IA-taliano per definire la lingua usata dai Chatbot. «Considero l’italiano di ChatGPT un modello ormai di riferimento, appena sotto quello scolastico e sopra quello giornalistico, perché è già realtà. Abbiamo affidato alle macchine la scrittura di testi ufficiali, dai temi del liceo ai verbali, alle relazioni, ne abbiamo fatto uno standard: parola che in linguistica è sinonimo di norma». Con una conclusione che può anche sorprendere: la lingua delle macchine è preferibile a quella che ha preso il sopravvento con i social: digitata non scritta, frammentata, velocizzata. «I testi costruiti con l’IA hanno un esordio, uno svolgimento e una fine, paradossalmente stanno riportando in auge un modello di scrittura più tradizionale» sostiene Antonelli.

Resta il problema di fondo: l’uomo perderebbe un’altra competenza se a scrivere e parlare al suo posto fossero le macchine. Uno scenario che i dati disponibili avvicinano a grande velocità. Secondo un sondaggio della Brookings Institution, citato da Axios, l’anno scorso il trentadue per cento delle piccole imprese statunitensi utilizzava già l’intelligenza artificiale per il servizio clienti e la comunicazione (figurarsi i colossi industriali), mentre per un’altra ricerca condotta su sessantacinquemila articoli apparsi online, erano stati solo il quarantotto per cento quelli redatti dall’uomo. 

«Anche chi non usa l’intelligenza artificiale, comincia a scrivere in modo più simile agli LLM», avverte Morteza Dehghani, l’esperta di scienze cognitive che ha guidato lo studio californiano. Una deriva pericolosa. «L’uomo pensa attraverso il linguaggio, elabora scrivendo e parlando – conclude Antonelli –, delegare a una macchina, magari limitarsi a un taglia e cuci, sarebbe come rinunciare a pensare. Seguo la trasformazione della lingua italiana da trent’anni, però, e ogni volta che mi sembrava di aver capito, qualcosa ha finito per sorprendermi».