di
Guido Santevecchi
Mercoledì 13 maggio Trump vedrà Xi a Pechino. Nel 2005 George W. Bush fece costruire a Pechino un circuito di mountain bike dall’esercito cinese, per esibirsi. Xi fu considerato un uomo noioso. Nel 2016 a Obama fu negata la scaletta con tappeto rosso
La visita al Tempio del Cielo alla quale Xi Jinping ha invitato Donald Trump, giovedì in apertura del loro summit, potrebbe ispirare ai due governanti grandi pensieri sereni e mistici. Però questi eventi mettono a dura prova i nervi dei funzionari del cerimoniale e della sicurezza dei leader. A volte le cose rischiano di sfuggire di mano e in passato si sono sfiorate scazzottate tra i «gorilla» in abito scuro, occhiali da sole specchio e cavetti degli auricolari.
«Sono impegni traumatici per coloro che debbono organizzarli», ha confermato al Wall Street Journal Rick Waters, ex funzionario del Dipartimento di Stato che partecipò ai preparativi del viaggio di Trump nel 2017. La stessa cosa potrebbero dire i suoi colleghi cinesi, se solo potessero parlare.
La missione del presidente americano che comincia mercoledì sera con ripartenza prevista per venerdì pomeriggio richiede lo schieramento di centinaia di uomini e donne delle due parti specializzati per assicurare che ogni mossa, ogni possibile contatto con la folla e i vari dignitari al seguito siano preparati meticolosamente. Basta una foto sbagliata a dare l’impressione di debolezza, di una sconfitta.
La sicurezza a Pechino è ossessiva anche in giorni normali, le armi le hanno solo le forze dell’ordine, perché fin dai tempi della dinastie celesti gli imperatori avevano capito che alle masse è meglio non dare strumenti di offesa contro il potere. Eppure, la sparatoria di aprile alla cena della stampa a Washington ha sicuramente posto nuovi problemi al team del secret service che accompagnerà il presidente americano ed è già da giorni a Pechino in perlustrazione (si chiama «advance team»).
Sono già arrivate a Pechino su un Boeing cargo almeno due limousine Cadillac della Casa Bianca, definite «Beast», bestie, per la super-blindatura e le attrezzature studiate per consentire al leader di comunicare senza rischio di essere intercettato. Le auto sono sempre due o anche tre, identiche, sia per ovviare al rischio che una abbia problemi (è successo nel 2013 che il motore di The Beast di Barak Obama si ingolfasse sulla strada per Gerusalemme perché qualcuno aveva messo diesel nel serbatoio invece di benzina).
Il cerimoniale cinese esige con grande anticipo una nota diplomatica formale per ogni arma da fuoco e anche walkie-talkie che gli agenti del secret service americano intendono portare per difendere il presidente.
Tutto è pianificato con trattative e intese tra i professionisti delle due superpotenze. «Questi viaggi sono controllati in segmenti di 15 minuti, uno dopo l’altro, li chiamiamo “tick-tock”» ha detto al WSJ Dennis Wilder, alto funzionario del National Securiti Council al tempo di George W. Bush.
I cinesi una volta erano amichevoli e felicissimi di mettersi a disposizione: nel 2005 Bush andò a Pechino, che stava preparandosi alle Olimpiadi del 2008, punto più alto dell’apertura cinese al mondo. Il presidente americano, appassionato di mountain bike, chiese di organizzargli un’uscita in bici con i ragazzi della nazionale cinese sul percorso della gara olimpica, che naturalmente non era ancora pronto. Toccò a Wilder occuparsi della faccenda. Richiesta trasmessa all’ambasciatore, subito accolta e in due settimane il circuito in campagna fu allestito da un reggimento dell’Esercito popolare di liberazione, completo di alberi per il colpo d’occhio.
Tre anni dopo, tornato per l’inaugurazione delle Olimpiadi, Bush ebbe l’occasione di incontrare Xi Jinping, che all’epoca era presidente del Comitato organizzatore dei Giochi: «Noioso, una perdita di tempo», confidò il capo della Casa Bianca senza immaginare che il «giovane» Xi stava solo nascondendo le proprie capacità politiche.
Al presidente Obama capitò un incidente di percorso. Uno sgarbo diplomatico grave. Era il 2016, vertice G-20 di Hangzhou, l’Air Force One atterrò in perfetto orario ma il portellone rimase chiuso per lunghissimi minuti. Che cosa stava succedendo? Mancava il bus-scaletta con tappeto rosso che ogni buon protocollo prevede per la dignitosa discesa dei capi di Stato e di governo ospiti. Finalmente arrivò, ma resisi conto che l’autista cinese non parlava una sola parola di inglese e non era in grado di eseguire le istruzioni del secret service Usa, non gli fu permesso di manovrare sotto bordo. Alla fine Obama si decise a scendere rapidamente dalla scaletta di servizio srotolata dall’apparecchio. Lo sconcerto americano fu accresciuto dal fatto che il presidente brasiliano era appena sceso con tutto il cerimoniale schierato e sorridente.
Non è mai stato chiarito se si trattò di un imperdonabile errore da parte cinese o di un ordine preciso di dare un segnale ad Obama, che aveva lanciato la politica «Pivot to Asia» tesa a contenere l’ascesa della Repubblica popolare nel Pacifico.
Trump è già stato a Pechino nel 2017, ricevuto nella Città Proibita con un allestimento scenografico e cordiale definito «plus». Eppure, durante i colloqui tra Trump e Xi nella Grande Sala del Popolo su Piazza Tienanmen ci furono scintille nei corridoi dove gli uomini dei servizi aspettavano i due leader. Si arrivò quasi agli spintoni e ai pugni tra opposti gorilla e dovettero mettersi di mezzo i diplomatici per evitare uno scontro spiacevolissimo (d’altra parte questo è il compito dei diplomatici di carriera).
Quel giorno comunque i cinesi di vendicarono in qualche modo. Nel cortile dietro la Grande Sala era parcheggiata The Beast presidenziale, munita di una targa cinese per rimarcare la giurisdizione (del traffico) di Pechino. I reporter cinesi e occidentali si avvicinarono per curiosare e scattare foto alla Cadillac.
I poliziotti cinesi lasciarono fare. Gli uomini del secret service americano invece si fecero subito avanti per evitare che qualcuno osasse toccarle (confesso la colpa: anche io mi feci un selfie sfruttando la complicità cinese): «Non superate questa linea, punto» sibilò esasperato un funzionario usa palestrato.
In trasferta dietro Xi Jinping, sono estremamente attenti anche i cinesi, naturalmente. Quando il leader era a San Francisco nel 2023, dopo il pranzo in una tenuta nei dintorni della città, i gorilla mandarini entrarono in azione con uno spray per ripulire piatti e posate usate da Xi: cancellarono ogni traccia di DNA presidenziale.
12 maggio 2026 ( modifica il 12 maggio 2026 | 11:53)
© RIPRODUZIONE RISERVATA