di
Tiziano Grottolo
L’edificio lascerà spazio a un complesso residenziale, il permesso per l’abbattimento è arrivato con il «silenzio-assenso» dell’amministrazione comunale. Ma la Soprintendenza aveva dichiarato l’interesse culturale
La nave di Meano è affondata. Al civico 1 della strada del Dos di Lamar, a Trento, resta solo un cumulo di macerie di quella che era stata una delle avveniristiche costruzioni dell’architetto Giovanni Leo Salvotti de Bindis. L’abitazione privata — realizzata con un sapiente uso del cemento armato, ricreando all’interno particolari giochi di luci — reinterpretava la forma di un’arca, idealmente pronta a riprendere la navigazione lungo il fiume Adige che scorre ai piedi della collina. Agli escavatori è bastata una manciata di giorni per mangiarsi un pezzo alla volta l’edificio. La scena della demolizione ricorda un po’ quella del celebre film “Lo squalo” — uscito al cinema nel 1975, lo stesso anno in cui venne costruita la casa-nave — quando il feroce pescecane di Steven Spielberg fa a pezzi il peschereccio di Quint (alias Robert Shaw). Questa volta però hanno vinto gli squali-escavatori.
L’interesse culturale dell’edificio
Nonostante rappresentasse probabilmente l’unico esempio in Italia di architettura civile navale modernista, l’edificio era da tempo abbandonato. Dimenticato dalla sua stessa città. Benché la Soprintendenza ne avesse dichiarato l’interesse culturale, gli attuali proprietari hanno potuto acquisire il titolo edilizio per la demolizione — e relativa ricostruzione con ampliamento dei volumi — grazie al cosiddetto istituto del silenzio-assenso, ovvero la mancata risposta dell’amministrazione comunale all’istanza entro i termini previsti dalla legge. Così, dopo un lungo iter amministrativo, l’opera di Salvotti lascerà spazio a un nuovo complesso residenziale. In quanto al suo ideatore, perlomeno l’architetto non ha dovuto assistere agli escavatori che facevano scempio della sua costruzione: Salvotti se ne è andato lo scorso 16 dicembre, all’età di 94 anni. Basco nero e cappotto lungo, fino all’ultimo ha continuato ad aggirarsi per le vie del centro cittadino e non di rado lo si poteva incontrare al bar Funivia mentre sfogliava il giornale.

I tentativi di salvarlo
Eppure, qualcuno aveva provato a farsi avanti per salvare l’eredità dell’architetto. Il Fondo per l’Ambiente Italiano (Fai) lo aveva inserito tra i «luoghi del cuore», mentre gli Ordini degli architetti e degli ingegneri avevano evidenziato come l’edificio fosse diventato un elemento caratterizzante del paesaggio. D’altra parte, la nave di Meano aveva segnato un passaggio importante nella carriera dell’architetto, che aveva abbandonato i riferimenti al «Movimento Moderno» per abbracciare una composizione costruita su «simbolismi astratti», un anticipo della sua fase «post-moderna» degli anni Ottanta e Novanta.
Il nipote dell’architetto
«Mio nonno è morto due volte: la mediocrità moderna lo ha ucciso», il commento del nipote dell’architetto, Scipio Salvotti De Bindis Cesarini Sforza. «Quell’edificio non era soltanto un’abitazione, ma un simbolo del percorso intellettuale lasciato da mio nonno». Per il nipote la perdita non riguarda tanto l’opera in sé, ma piuttosto ciò che rappresentava: «La nave incastonata nella collina, ci ricordava che Trento non è solo una città di montagna, ma l’ultima spiaggia del Mediterraneo, come la definiva Goethe». Laddove la fame di cemento ha inghiottito per sempre un simbolo del capoluogo, per concludere vale la pena citare una frase pronunciata da Salvotti nel 2021, in occasione di una mostra a lui dedicata: «Voi che dite che la gloria non esiste più, perché ormai il mondo è cambiato, perché tutto è diventato tecnica, non è vero niente: voi state sbagliando, perché state lavorando per un tipo di società che nega la bellezza, nega la verità; è praticamente una menzogna».
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12 maggio 2026
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