Riecco gli Oligarchi: sono loro il nerbo della delegazione americana che accompagna Donald Trump a Pechino per il vertice con Xi Jinping. L’elenco dei capitalisti, top manager e chief executive in trasferta al seguito del presidente americano, è impressionante. Sono ben rappresentati BigTech con Apple Meta Cisco Tesla/SpaceX Qualcomm Micron, i colossi della finanza come Citi Mastercard Visa Goldman Sachs, l’industria aerospaziale con Boeing e GE, i fondi d’investimento Blackrock Blackstone. Ce n’è abbastanza per esibire la forza del capitalismo americano: l’Unione europea non sarebbe in grado di schierare nulla di simile a questa potenza di fuoco.
Un’altra chiave di lettura è che questa delegazione rappresenta la «lobby filocinese», sono tutti gruppi capitalistici che hanno interesse a mantenere buoni rapporti con Xi. Questo ricorda l’altra faccia della medaglia: il mito degli Oligarchi che governano l’America si è infranto un anno fa. Dai dazi alle restrizioni sull’immigrazione, le politiche economiche di Trump non sono state allineate con gli interessi del grande capitalismo, globalista per eccellenza. I turbo-capitalisti al seguito dell’Air Force One cercheranno di pesare sul vertice perché smussi le asperità di una relazione conflittuale. In questa fase Trump può avere interesse ad ascoltarli un po’ più che in passato.
Il vertice è avvolto in un paradosso: Stati Uniti e Cina restano avversari strategici, ma entrambi hanno bisogno di congelare il conflitto. Trump vuole tornare da Pechino con un risultato visibile: acquisti agricoli cinesi, ordini Boeing, investimenti selettivi (i capitali cinesi sono benvenuti per creare ricchezza e lavoro in America, ma non in settori strategici), un linguaggio comune sull’intelligenza artificiale. Xi vuole ottenere l’estensione della semi-tregua commerciale, un allentamento di sanzioni e controlli tecnologici, e possibilmente una posizione americana un po’ meno favorevole a Taiwan.
Pechino vede Trump come un’occasione tattica. Non perché lo consideri filocinese, ma perché lo giudica meno ideologico del Congresso, del Pentagono e della burocrazia americana. Dal segretario di Stato Marco Rubio fino alla maggioranza del Congresso (in questo caso bipartisan, repubblicani e democratici), con l’inclusione delle forze armate e dell’intelligence, tutti i poteri forti americani sono più ostili alla Cina rispetto a Trump e ai capitalisti che lo accompagnano. Se Trump può presentare un accordo come una vittoria personale, accetterà cose che un’amministrazione più tradizionale eviterebbe.
Il dossier più delicato è Taiwan. Xi potrebbe tentare di chiedere a Trump una modifica del linguaggio americano: non più solo «non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan», ma una formula più vicina a «ci opponiamo all’indipendenza» oppure «non ci opponiamo alla riunificazione pacifica». Sarebbe un cambiamento verbale, ma nella diplomazia dello Stretto le parole sono deterrenza. Pechino potrebbe anche cercare vincoli sulle vendite americane di armi a Taipei.
Proprio per prevenire critiche americane, il Parlamento taiwanese ha approvato l’8 maggio un bilancio supplementare per la difesa pari a 25 miliardi di dollari Usa: meno dei 40 miliardi richiesti dal governo, ma abbastanza per segnalare a Washington che Taipei non intende scaricare sugli Stati Uniti il peso della propria sicurezza.
Sul piano economico, il vertice dovrebbe produrre più simboli che svolte. Ci sono attese su acquisti cinese di derrate agricole, aerei Boeing. Forse un meccanismo bilaterale per individuare settori «non sensibili» aperti a commercio e investimenti.
Una novità potenziale riguarda l’intelligenza artificiale. Washington e Pechino stanno valutando colloqui ufficiali per evitare che la competizione AI diventi l’equivalente digitale di una corsa agli armamenti. Tra gli obiettivi realistici: canali di comunicazione, scambio limitato di informazioni su incidenti o abusi.
Sullo sfondo pesa la guerra in Iran. La Cina dipende dalla stabilità energetica del Golfo e teme il protrarsi di un conflitto che aumenta i costi di petrolio, raffinati e chimica. Al tempo stesso, la crisi conferma la sua strategia di sicurezza energetica: diversificazione, elettrificazione, carbone, rinnovabili, stoccaggi, forniture via terra da Russia e Asia centrale.
Il risultato più probabile è una tregua gestita: nessuna pace strategica, nessun direttori G2 per governare il mondo, ma un congelamento utile. Trump potrà dire di avere ottenuto acquisti, investimenti e un canale sull’AI. Xi potrà dire di avere riportato il presidente americano a Pechino e forse di avere rimesso Taiwan al centro del negoziato. Un rischio, è che la formula più importante su Taiwan venga pronunciata in una stanza ristretta, magari in un colloquio a due. In quel caso il vertice non sarebbe ricordato per i Boeing o la soia, ma per poche parole su Taiwan capaci di cambiare l’equilibrio dell’Asia.
Contro un vertice «troppo» conciliante, e contro gli interessi degli Oligarchi, si è già aperto un fuoco di sbarramento dall’altra anima dell’America trumpiana, il mondo MAGA. Una parte del mondo conservatore sta cercando di correggere quella che considera un’ambiguità strategica dell’attuale presidente americano.
L’economista Oren Cass, un teorico del protezionismo America First, sostiene che Trump continua a vedere il rapporto con la Cina soprattutto come una disputa commerciale: squilibri, dazi, deficit, accesso al mercato. Secondo Cass e gli ambienti di American Compass, il problema è molto più profondo. Non esiste alcuna possibilità di una relazione economica «equilibrata» tra Washington e Pechino, perché le due economie funzionano secondo logiche incompatibili. Da un lato c’è un capitalismo misto, aperto e variegato come quello americano; dall’altro un sistema diretto dal Partito comunista, capace di mobilitare credito, tecnologia, sussidi e capacità industriale come strumenti geopolitici.
L’idea di un «grande compromesso» tra America e Cina sarebbe dunque, secondo questa scuola di pensiero, un’illusione pericolosa. Ogni apertura concessa a Pechino finirebbe per rafforzare un avversario sistemico che utilizza il commercio non come terreno neutrale di cooperazione, ma come leva di dipendenza e coercizione. È il cuore della critica MAGA che accompagna Trump a Pechino: non basta negoziare promesse di acquisti. La vera questione è come ridurre la vulnerabilità strategica accumulata dagli Stati Uniti dopo quarant’anni di globalizzazione.
A molti critici Trump appare troppo accomodante verso Xi dopo la tregua concordata al summit di Busan (Corea del Sud) nell’ottobre scorso. Quella tregua pose fine a una spirale di escalation commerciale e tecnologica che aveva raggiunto livelli pericolosi. Nel corso del 2025 gli Stati Uniti avevano imposto nuovi dazi e restrizioni; la Cina aveva risposto mostrando il proprio potere sulle terre rare e sui magneti permanenti, settori nei quali domina soprattutto nella raffinazione e nella lavorazione.
Fu un momento rivelatore. Washington scoprì fino a che punto la propria base industriale dipendesse da forniture cinesi essenziali per difesa, elettronica, automotive, droni e tecnologie avanzate. La Cina dimostrò di possedere una capacità di ritorsione più sofisticata dei semplici dazi. Pechino poteva colpire il cuore stesso delle supply chain americane.
Per il mondo MAGA la tregua dell’ottobre scorso è accettabile solo come una pausa tattica necessaria per guadagnare tempo, mentre gli Stati Uniti cercano di ricostruire capacità produttive perdute. Servono anni per ricostruire filiere industriali, miniere, impianti di raffinazione, capacità manifatturiere e reti tecnologiche alternative. L’amministrazione sta costruendo un’architettura di contenimento multilivello nei confronti della Cina.
Non solo dazi, dunque, ma una lenta trasformazione regolatoria e industriale dello Stato americano. Un fronte riguarda i minerali critici. Washington sta cercando di spezzare il monopolio cinese sulle terre rare attraverso incentivi industriali, accordi con paesi alleati e investimenti nella raffinazione domestica.
Un altro fronte passa attraverso i nuovi accordi commerciali conclusi dagli Stati Uniti con partner asiatici ed europei. Includono clausole che costruiscono una sorta di Grande Muraglia economica attorno alla Cina: norme contro l’eccesso di capacità produttiva che l’industria cinese rovescia sui mercati altrui, controlli sugli investimenti. È una strategia che mira a impedire che la sovrapproduzione cinese distrugga ulteriormente l’industria occidentale.
12 maggio 2026
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