Il decano degli animatori italiani parla di esordi lontani, tecnologia, creatività, animali. E del festival a Bergamo (imminente) organizzato da suo figlio
(BdI n. 1.089) È un allegro e vivace giovane di 88 anni, il padre del disegno animato italiano Bruno Bozzetto. E ha appena festeggiato il David di Donatello con emozione, perché «arriva non dal mondo dell’animazione e dei festival specializzati, ma dal mondo del cinema, un riconoscimento del valore cinematografico del mio lavoro e del fatto che non ho mai realizzato film per bambini, come invece di solito è considerata l’animazione in Italia. Dal primo film, «Tapum! La storia delle armi» (1958), mi sono sempre rivolto agli adulti» sorride. «Inoltre, un premio come il David fa comodo perché la visibilità mi permette di parlare di cose che mi stanno a cuore».
Per esempio?
«Gli animali. Vivo in campagna immerso nella natura, a contatto con loro, e provo continuamente a convincere la gente a rispettare gli animali, perché viviamo sulla Terra, questo piccolo vascello che percorre l’universo, insieme a loro. Sono i nostri compagni, invece l’uomo si è messo al di sopra di tutto dimenticandosi che il 98% del suo DNA è uguale a quello di una scimmia. Sa quanti animali ammazziamo per metterli sulla tavola? 80 miliardi all’anno, senza contare i pesci».
Lei è vegano?
«Vegetariano. Lo sono diventato grazie alla pecora Beeelen, con tre “e” come il suo belato! Ha vissuto in casa con noi finché è morta, l’anno scorso, era più intelligente del mio cane, mi riconosceva, riconosceva tutti in famiglia. E poi, una mia amica ha una gallina in casa che riconosce i colori, distingue gli oggetti. Un altro mio amico ha un maialino in casa più pulito e intelligente di un cane».
Ci sta dicendo che lei ha avuto una pecora domestica?
«(Ride) L’abbiamo trovata in un terreno a fianco al nostro dove ogni tanto dei pastori portavano un gregge per alcuni giorni. Una mattina sono ripartiti e hanno lasciato, o dimenticato, un agnellino che piangeva disperatamente, aveva ancora il cordone ombelicale. L’abbiamo portato a casa e tenuto in una scatola in salotto, lo abbiamo allattato col biberon. Beeelen è cresciuta in casa, era una di famiglia, apriva le maniglie delle porte con la bocca, una cosa incredibile».
Non ha pensato di dedicarle un corto di animazione?
«Le ho dedicato un centinaio di vignette su Facebook, mi dava molti spunti. Ma fare un film no, perché fare film con gli animali è molto difficile, non si possono indottrinare, e io il film l’avrei fatto dal vero, non a matita. Ma Beeelen era un personaggio incredibile, meritava veramente!».
Magari le sarebbe valso una nuova candidatura agli Oscar, come nel 1991 per il corto «Cavallette…»
«Le racconto un episodio divertente. Quando sono andato alla cerimonia degli Oscar premiavano Kevin Costner per “Balla coi lupi”. Tutti i premiati ringraziavano e si dilungavano, salito sul palco lui tirò fuori dallo smoking un rotolo di carta e lo lasciò cadere, era un papiro lungo un metro e mezzo, non le dico le risate del pubblico!»
A lei piace tanto l’ironia, vero? Lo dimostra anche la sua ricchissima produzione artistica.
«Mia moglie dice che sono più ironico e divertente quando disegno che a voce, però la sua è un’opinione personale (ride). L’ironia e l’umorismo sono le basi per parlare anche di cose serie, permettono di affrontare qualsiasi argomento. Io non ho inventato nulla, è lo stesso trucco che usavano i giullari di corte, che potevano parlare male del re, però riuscivano a farlo ridere e venivano accettati».
Un po’ come fa lei con il suo personaggio storico e intramontabile, il Signor Rossi.
«Lui affrontava le novità del suo tempo, come andare a sciare o andare a fare un camping o un safari. Oggi con il mio Studio, che ormai dirige mio figlio Andrea, stiamo realizzando 50 film con la Rai in cui il Signor Rossi affronterà tutte le tecnologie che hanno invaso la nostra quotidianità, che sono nate per semplificare la vita e tante volte invece la complicano. Un po’ tipo “Tempi moderni” di Chaplin. Viviamo con la tecnologia, ma ne siamo anche schiavi e uno può restare impelagato. Pensi alla domotica: una volta sono rimasto fuori di casa perché non avevo il telecomando del cancello. Ecco, mi ha aperto mio figlio con il telefono e sa dov’era? In Arabia Saudita!»
Quindi lei è un po’ il Signor Rossi. Cosa altro vi accomuna?
«All’inizio tante cose, ma c’erano in lui anche certe cose di mio padre. In particolare la curiosità e l’entusiasmo nell’affrontare le cose nuove, sia io che mio padre quando arrivava qualche novità anche tecnologica la affrontavamo con grande voglia di sperimentare e scoprire. Anche adesso, l’intelligenza artificiale mi entusiasma, capisco che bisogna andare molto cauti, ma anche quando è arrivato il computer la reazione è stata uguale! Ho fatto il mio primo film col computer da solo, a casa mia e non in studio, perché tutti erano scettici, ma io ero entusiasta e volevo fare un esperimento, quindi sono un po’ il signor Rossi in questo».
Ha già sperimentato l’intelligenza artificiale per il disegno?
«Io poco, ormai oltre a qualche vignetta non faccio molto, ma mio figlio sì e io seguo tutti gli esperimenti che fa, sono curioso. Siamo ancora abbastanza lontani dall’ottenere quello che abbiamo in testa, perché – attenzione – l’intelligenza artificiale fa delle cose grandiose, ma io voglio che faccia quello che ho in testa io, non quello che ha in testa lei! Questo è lo scopo di una creazione».
Lei è stato il pioniere dell’animazione italiana. Come ha cominciato? «All’epoca in Italia non c’era niente, solo un libretto che spiegava le cose più elementari dell’animazione. Ma io avevo la passione per il cinema e facevo dei film con alcuni compagni di scuola. La cosa che più mi appassionava era il montaggio, è molto creativo. Ho cominciato a maneggiare la moviola e mi sono capitati dei film in animazione che mio padre portava a casa, me li riguardavo fotogramma per fotogramma. Ho imparato lì a capire come si muovevano le figure e come bisognava disegnarle, ma per arrivare a fare dei film occorrevano degli strumenti tecnici che non esistevano in Italia. Allora io spiegavo a mio padre cosa mi serviva e lui me lo costruiva. Era un vero inventore! Il tavolo da disegno trasparente con la luce dietro per vedere in trasparenza i disegni, me l’ha costruito lui. E anche la prima macchina da ripresa per filmare i disegni».
Adesso è suo figlio Andrea a dirigere lo Studio Bozzetto e organizza anche il festival BAD Bergamo Animation Days (14-16 maggio), dedicato ai linguaggi e alle professioni dell’animazione.
«Andrea porta avanti il lavoro d’animazione, insieme a Pietro Pinetti che segue la parte commerciale. Hanno fatto adesso un film per il Giappone, stanno curando la nuova serie del Signor Rossi per Rai Gulp e Rai Kids e portano avanti il progetto del festival invitando a Bergamo grandissimi animatori da Inghilterra, America, Germania, per raccontare ai ragazzi come nasce un personaggio, come si fa uno storyboard, come si creano certe animazioni, gli effetti speciali, eccetera. L’evento si svolge negli ambienti dell’Università di Bergamo perché c’è un grande interesse dei giovani per questo lavoro affascinante, che oltre al disegno comporta musica, scrittura di soggetti e sceneggiature, fotografia e tante altre attività».
Insieme a Lillo Petrolo, lei sarà protagonista del talk «Fammi ridere. Lo humor nel cinema tra animazione e live action». Cosa combinerete insieme?
«Conosco Lillo da tempo e parleremo dell’umorismo, anche se non so bene cosa diremo (ride)! E poi ci saranno artisti internazionali molto importanti: Alvise Avati, (animation supervisor e regista che ha lavorato su Avatar, Star Wars, Transformers e Guardiani della Galassia), Torsten Schrank (character designer e art director tra le voci più autorevoli dell’animazione contemporanea), John Nevarez (che ha lavorato per grandi successi Disney e Pixar, tra cui Cars 2, Inside Out, Coco). Lo scopo è di interessare i giovani e farli avvicinare a questo lavoro in maniera più precisa, facendo capire loro che non è solo disegno. L’animazione in 3D, per esempio, la può fare anche chi non sa disegnare perché è la tecnica del movimento. Con Jurassic Park l’animazione è entrata dalla porta principale anche nel cinema dal vero con attori in carne e ossa, oggi la gente non si accorge più dove c’è l’animazione e dove c’è la recitazione».
Però, dica la verità, il disegno animato non è tutta un’altra cosa?
«Certo! Il disegno è completamente creato dalla mano e quindi ha quella magia particolare che lo rende unico e assolutamente inimitabile. Il 3D si sta avvicinando sempre di più al cinema dal vero e secondo me lo sta imitando troppo. Deve allontanarsi invece, perché stiamo parlando di mondi di fantasia. Per questo agli Animation Days ci occupiamo soprattutto di disegno animato classico».
Cosa lo rende così speciale?
«Il fatto che tutto nasce da un foglio bianco, che per me è lo spettacolo, il palcoscenico più affascinante del mondo! Piero Angela mi diceva che il disegno animato è uno dei mezzi di comunicazione che rimane più impresso perché tutto quello che lei vede è frutto di creatività, non l’ha mai visto prima e quindi la colpisce di più. Lui era molto convinto di questo, non a caso ci ha fatto fare un sacco di film in animazione per Quark, perché lo riteneva il mezzo perfetto per spiegare anche cose difficili».
12 maggio 2026 ( modifica il 12 maggio 2026 | 12:53)
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