di
Rosanna Scardi
Delitto di Garlasco, l’analisi della condirettrice del «Corriere della Sera» di fronte ai dubbi (e alle critiche) dei nostri abbonati: «È giusto indagare fino in fondo, ma anche mettersi nei panni della famiglia Poggi»
La nuova indagine sul caso Garlasco, le accuse e i fatti: cosa sappiamo? E siamo davvero alla riscrittura della storia del delitto di Chiara Poggi, quasi vent’anni dopo?
I passaggi chiave e le carte dell’inchiesta sono stati ripercorsi nella diretta tv «Garlasco, la storia si riscrive?» per le Conversazioni del Corriere, appuntamenti video riservati ai nostri abbonati (qui la versione integrale della diretta). La condirettrice del Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini, in collegamento da Roma, ha risposto alle domande dei lettori riportate di seguito, che pongono dubbi e critiche. A condurre, Maria Serena Natale.
«Come è possibile riaprire un caso dopo tanti anni?»
«L’avvocata di Stasi, Giada Bocellari, con l’aiuto di una trasmissione tv, Le iene, aveva presentato un esposto dicendo che si sentiva pedinata, minacciata. Aveva il dubbio di essere sotto controllo. Quando le chiedono di quali casi si occupi, lei parla anche di Stasi e fa partire la nuova indagine. In quel momento c’è una sorta di volontà di non esporsi troppo, era già stata negata la revisione al processo, ma viene gettato un amo e quest’amo viene raccolto. La procura di Pavia decide di rileggere l’indagine fatta all’epoca anche con l’aiuto dei Carabinieri e da lì si riparte».
«Quali sono le prove che scagionano Stasi e incolpano Sempio? Sembra che si parli solo di indizi…»
«Io non parlerei di scagionare Stasi, né di incastrare Sempio. Stasi è stato assolto due volte, poi la Cassazione ha ordinato un nuovo processo d’appello. Si tratta di un processo indiziario, ma esiste una condanna a 16 anni che Stasi continua a scontare anche se sta beneficiando del regime di uscita per lavorare. Dall’altra parte, non c’è nulla che “incastri” Sempio: ci sono degli indizi che la Procura di Pavia ha messo insieme ritenendo che possano provare che lui sia l’assassino. Leggendo le carte, si ha la sensazione che una prova schiacciante sul fatto che Sempio sia l’assassino di Chiara non ci sia. La sensazione è che, essendo quella la scena del crimine ed essendoci una serie di elementi, prove, impronte e tracce del Dna, lo scenario sia usato, modificato, nei confronti di Sempio. Dove c’era uno, mettiamo l’altro. I pm hanno però il dovere di trovare le prove anche a discapito dell’indagato, e la procura ha finora offerto un quadro. Se Stasi fosse innocente, pensiamo alla disperazione di questo ragazzo. Ma ci vuole cautela anche nel giudizio. Siamo in una nuova fase in cui c’è molto da fare, anche per la difficoltà di riesaminare prove a tanti anni di distanza dall’omicidio».
«C’è mai stata un’attenzione così morbosa verso casi di cronaca?»
«Così, mai. Le trasmissioni tv si fanno la guerra tra di loro con avvocati e criminologi che passano da una parte all’altra. Questo avvelena il clima e disorienta i telespettatori che assistono a una battaglia che, prima che nelle aule giudiziarie, si consuma negli studi tv».
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«Perché Sempio è difeso in modo così accanito dalla famiglia Poggi?»
«Bisogna sempre immaginare che cosa devastante sia avere un figlio ucciso. La famiglia Poggi ha sempre cercato la verità. Stasi era il fidanzato; le prime indagini si concentrano su famiglia e compagno o fidanzato; lui era l’unico a essere presente, visto che la famiglia era in montagna. È stato Stasi a lanciare l’allarme. Poi c’è il suo comportamento: trova la fidanzata in fondo alle scale, non si avvicina, prende la bici e torna a casa. La famiglia all’inizio era vicina ad Alberto: poi se ti viene offerta una tesi accusatoria, ritieni che possa essere credibile, cerchi pace e ti affidi alla giustizia. Dopo 18 anni, si riapre l’indagine, viene prospettata una scena del crimine con personaggi diversi, vengono avanzati sospetti sulla famiglia. Il timore è che anche il figlio possa essere stritolato dal meccanismo. La famiglia ha avuto un atteggiamento esemplare; non so quanti avrebbero retto a questa pressione mediatica. Occorre sempre rispetto».
«E ora che succede? Ci sarà il processo a Sempio?»
«Siamo nella fase dell’avviso di chiusura indagine, come riportato in modo egregio da Cesare Giuzzi, Pierpaolo Lio e Alfio Sciacca, che offrono nei pezzi quello che sono le conclusioni della procura di Pavia. Invito sempre alla cautela, è un’indagine complessa. Sempio ha 20 giorni per decidere se farsi interrogare o produrre nuove prove: se la difesa riuscirà a produrre nuove prove che possano smorzare la nuova ricostruzione del delitto ci sarà un’archiviazione, altrimenti ci sarà una richiesta di rinvio a giudizio e il gip dovrà esaminarla e pronunciarsi. Se Sempio dovesse essere rinviato a giudizio, non significa che Stasi esca dall’inchiesta. Quando c’è un condannato in via definitiva, la revisione si può concedere se c’è una condanna definitiva di un altro imputato per lo stesso reato o se Sempio dovesse confessare il delitto o portare l’accusa a una prova che lo incastra. Fino a quel momento Stasi rimane condannato e le indagini su Sempio faranno il loro corso».
«Sempio sapeva di essere intercettato? E il suo soliloquio è rilevante dal punto di vista dell’indagine?»
«Sempio sapeva di essere indagato perché aveva ricevuto un avviso un mese prima. Dopodiché, non credo si possa dire che quella conversazione in auto sia una confessione: se i magistrati lo avessero pensato, avrebbero dovuto far scattare l’arresto. Personalmente ritengo che lui stesse ironizzando su quello che sentiva in tv e radio. Gli elementi più forti dell’indagine sono il dna, la ricostruzione che potesse essere andato in cucina e essersi lavato lì, e lo scontrino che sarebbe stato della mamma e a lei dato da un amico: questo è l’elemento più forte che dà un quadro indiziario fondato».
«La pressione mediatica può essere stata spinta per favorire un cedimento?»
«Sicuramente. Ma la pressione produce talmente tanta confusione che alla fine – anche se hai elementi certi e seri – l’effetto può essere il contrario. Sembra di essere tornati al tempo del Covid in cui eravamo tutti virologi o epidemiologi: adesso, siamo tutti criminologi, pm o avvocati difensori».
«Un effetto del populismo?»
«Non è populismo: noi siamo tutti appassionati di serie tv e Garlasco viene considerato alla stregua di un «crime» in diretta: ognuno entra nella storia che potrebbe essere la storia di ogni famiglia. Era già successo nel caso di via Poma, con Simonetta Cesaroni che in un’estate romana resta in ufficio a lavorare e viene uccisa. All’epoca, l’amplificazione della storia era ridotta, ma l’attenzione uguale. I delitti, quando riguardano gente normale, ci appassionano di più rispetto all’omicidio di un politico importante che non ci fa sentire immersi nella storia».
«Sull’attribuzione dell’impronta 33 – lo stampo del palmo della mano destra sulla parete della scala che porta alla cantina – si può fare qualche passo in avanti?»
«La scienza è andata avanti e la ricostruzione parte da un assunto che è lo spostamento dell’ora del delitto. Per 18 anni abbiamo creduto che Chiara fosse stata uccisa a una certa ora, adesso l’ora è stata spostata. A meno che non siano state fatte malissimo le indagini, l’autopsia è più affidabile nell’immediatezza del fatto. Ma a volte la rilettura degli atti serve a risolvere il delitto. Ad esempio, nel delitto dell’Olgiata sapevamo che l’indagato era un maggiordomo filippino e con la rilettura delle carte è stato incastrato. Fanno bene i magistrati a rivedere tutto. Adesso hanno messo un nuovo attore sulla scena del crimine. Ma se avessero avuto una prova regina, oggi Sempio sarebbe in carcere».
Molti lettori chiedono dei 700 mila euro ottenuti dalla famiglia Poggi: in caso di innocenza dovrebbero restituire l’indennizzo a Stasi?
«Nessun risarcimento può riparare il dolore della perdita di una figlia uccisa dentro casa. Capisco la loro posizione, anche solo dal punto di vista processuale. Se andassero appresso a tutti gli indizi, non potrebbero sopravvivere. Offro una domanda ai nostri lettori: da un anno abbiamo posto cento ricostruzioni diverse, mettendo sulla scena più persone. Il movente sarebbe quello dei video intimi di Chiara e Alberto visti da Sempio. Le cugine Cappa, che sembravano le complici, si sono rivelate estranee. L’arma del delitto non si trova. Come potevano i Poggi pensare che la figlia fosse rimasta vittima di un omicidio compiuto in complicità da Sempio, le sorelle Cappa e con il figlio favoreggiatore? Le carte raccontano che Sempio è l’unico colpevole, però prima di dire che i genitori dovrebbero non accanirsi con Stasi e invece farlo su Sempio, dovremmo, anche solo un secondo, metterci nei loro panni».
Roberto chiede se le indagini delle procure di Pavia e Brescia potranno incrociarsi.
«Tecnicamente, no. Brescia indaga per corruzione su un magistrato, Pavia sul delitto. Non si potranno incrociare mai dal punto di vista processuale. È evidente che i magistrati abbiano lavorato insieme».
Laura sostiene: comunque vada la fiducia nella giustizia italiana ne esce danneggiata per sempre.
«Bisogna sempre prendere quello che esce dalle aule come un verdetto emesso da persone, dunque umanamente fallibile. L’inchiesta dell’epoca è stata fatta male, però un colpevole è stato trovato e ritenuto tale. È giusto che vengano i dubbi sulla magistratura, però qui ci sono altri magistrati e, anche se ci fosse un minimo sospetto che l’assassino possa essere un altro, bisogna indagare; anche se tra vent’anni scopriremo che l’assassino non è Stasi, ma Sempio o un altro è giusto che si vada fino in fondo. Il clamore rischia di inficiare il processo. Se arriveremo in corte d’assise, Sempio dovrà essere giudicato da un giudice e da una giuria popolare e non oso pensare con quanti condizionamenti e pregiudizi. Tutti abbiamo la necessità di abbassare i toni. Lo dovremmo fare noi giornalisti, ma soprattutto la difesa e gli esperti».
«Garlasco, la storia si riscrive?»: qui la versione integrale dell’evento.
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12 maggio 2026 ( modifica il 12 maggio 2026 | 18:58)
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