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Il cinema horror, quello fatto per bene, ha un compito: prendere le agitazioni mentali di una società e portarle ad un acuto. Scava nelle zone di mezzo, in quello strato sottile tra il pensare e il dire. E da lì estrae la lunga ombra di come questa società si forma, si deforma, si manifesta e si desidera. Ecco, faccenda spinosa quella del desiderio. Non c’è nulla di male a desiderare qualcosa, verbo che riguarda noi e non l’altro. Che dice di noi e non ferisce l’altro. Appartiene all’interno. Non è insomma come il volere, verbo al quale il desiderare è gemello e che presuppone invece già una sorta di imperativo, di proiezione sull’esterno.
Dal 14 maggio arriva al cinema “Obsession”. Che di questa tensione tra il desiderare e il volere, vera corona di spine della nostra contemporaneità e più in particolare di una certa generazione, ha capito tutto. Lo ha scritto e diretto Curry Barker, regista statunitense classe 1999. E noi qui ne siamo certi: Obsession segna un prima e un dopo.
Di cosa parla Obsession
Bear (Michael Johnston) desidera ma non vuole Nikki (Inde Navarrette). Lei è in gamba e sexy, lui l’orsacchiotto – nomen omen – che si accontenta dell’esserle amico nonostante la cotta che gli brucia dentro. Non che lei l’abbia mai apertamente rifiutato. Non ce n’è stato modo, perché Bear non si è mai dichiarato.
Solo che il desiderare di Bear si aggruma e si infetta in maniera strana e terrificante quando compra un bastoncino dei desideri in un negozio di oggettini magici. Lo stesso buon senso di facciata che non lo ha mai fatto esporre gli dice che ovviamente è una stupidaggine, che non funzionerà. Però in fondo un po’ spera che quelle parole che sta per pronunciare agiscano al posto suo: voglio che Nikki mi ami più di ogni altra cosa.
Funziona. Nikki inizia di punto in bianco ad amarlo più di ogni altra cosa. Sta sempre con lui e non lo lascia più. Si trasferisce in pianta stabile a casa sua e come unico obiettivo ha soddisfarne ogni desiderio. Lo stringe, lo segue, lo osserva pure quando dorme ed è un po’ troppo sorridente quando Bear parla con i loro amici (Cooper Tomlinson e Megan Lawless), che gli dicono che una Nikki così non l’hanno mai vista. Che non è normale.
Messa a fuoco di una generazione
La grande vertigine di Obsession sta allora nel fatto che Bear sappia perfettamente che tutto ciò non sia normale. Vede e subisce – o sarebbe meglio dire accetta – passivamente il progressivo delirio fanatico della sua nuova “compagna”. Nella negazione dell’evidenza Barker fa così il contorno a un maschile senza spina dorsale, mettendo in psicosi e infettando una certa inadeguatezza di una generazione maturata all’ombra del MeToo.
La Gen Z è infatti la prima generazione ad essere nata con una concezione puramente maschiocentrica della società e ad aver poi ricevuto l’idea più sana, o quantomeno di certo differente, di un nuovo rapporto ed equilibrio tra i sessi. Un dislocamento epocale che in quanto epocale ha generato resistenze, e che da quelle resistenze ha visto partorire nuove terrificanti chimere: ‘manosfera’, ‘incel’ e allegra compagnia. Ma in rovescio pure cataclismi performativi ed esasperate ipersensibilità.
Obsession è un film lucidissimo nel mettere a fuoco e ad esasperare questo slittamento. Ed è altrettanto sagace nel non evocarlo mai a parole ma solo nei fatti e nei turbamenti, lavorando sulla retrovia e sulla ritrosia. Il confine mette a disagio: dove finisce lo spaesamento di Bear? Dove inizia la meschinità? Prima sembra un “alleato”, poi una vittima, ma se infine fosse un aguzzino?
La triangolazione di questo protagonista è certamente espressa a partire dall’aberrazione dei fenomeni sociali di cui è espressione, ma ago della bilancia resta la scelta individuale. La deresponsabilizzazione mascherata da fragilità incrocia la cultura deviata della repressione e del rancore.
Nel mezzo stanno le coordinate schizzate di una generazione che si aggrappa a corsi di astrologia e ai tarocchi ordinati su Amazon, ai ninnoli e all’esoterismo a buon mercato, a una spiritualità tutta esterna e mai interna nel tentativo di scansare l’asfissia portata dietro dal sentirsi, più che davvero essere, a “corto di tempo”. Una generazione che – in parte a ragione – percepisce se stessa come fregata in partenza e che perciò si ritrova a boccheggiare, a direzionare male quella faccenda del desiderio. Che si traduce appunto in un volere vano, storpiato, depresso e impasticcato.
Lo chiameremo con il suo nome: capolavoro
Non c’è allora nessuna forma cinematografica che possa descrivere meglio tale catastrofe di come può farlo l’horror. Che raccoglie lo strisciare dell’insidia, dell’infestazione e dell’assedio costante. Ad esempio fuori di testa è il lavoro fatto sul sonoro del film, con la voce, le urla e i passi di Nikki che non vi abbandoneranno presto. Perché Obsession non è niente affatto un’opera solo di concetto, ma anche di una grande messa in pratica che scortica vivi scena dopo scena.
La stranezza striscia nelle pareti lungo tutta la pellicola, si condensa nell’estetica retrò e quasi analogica – e non è un caso: nell’horror contemporaneo c’è un conflitto evidente tra il senso del presente e quello della rappresentazione del passato, che per estensione è il conflitto in atto tra il vivere le regole dell’adesso e il loro rifiuto, tra il ricordare le forme di prima e il rifugiarvisi dentro.
A colpire in particolare è poi la maniera con cui Barker elabora in regia la menzogna che si racconta Bear, il suo negare a tutti i costi ciò che in realtà ha sotto gli occhi, nel tentativo di preservare il più a lungo possibile una fantasticheria vagamente misogina ma di certo egoistica. Il regista lavora con un paio di ambienti in croce (il tutto è costato circa un milione; non c’è scampo che per chi si lamenta dei budget), ma ne cava fuori fino all’ultima goccia di terrore.
Da peli rizzati sulle braccia è il sapere Nikki lì nella stanza, inquietante perché sempre ben visibile, spavento annunciato e mantenuto, entità capace di rovesciarsi dall’eccessivamente tenero al decisamente agghiacciante nel tempo di un battito di ciglia – la performance di Navarrette è da antologia: sarà una nuova reginetta dell’horror.
Da lodare è anche l’ostinazione in direzione contraria con cui l’autore rifiuta di collocare i perché e i per come alle ragioni del film. Scansa ogni logica e fa collassare ogni appiglio nel campo dell’inspiegabile e del perturbante, sopra cui stende il sangue, lo schifo e un’ironia acre che trascina nel disagio – pane per i denti di Barker, che proviene da YouTube e dal duo comico “that’s a bad idea”, di cui faceva parte con Tomlinson.
Quando Obsession esplode definitivamente non ce n’è per nessuno. È una condanna, è un marchio a fuoco. Adesso è presto per chiamarlo così, ma lo faremo fra dieci anni: capolavoro.
Voto: 9
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