Non si vedono sulle mappe satellitari, non appaiono agli “occhi” delle rilevazioni ottiche. Ma si muovono, in silenzio nel tentativo di eludere il blocco iraniano. Eccole le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz con il transponder spento, cercando di sfuggire dall’imbuto del Golfo Persico. Le immagini radar d’altronde non mentono. È accaduto nei giorni scorsi, si è ripetuto ieri (11 maggio) ed è proseguito oggi martedì 12 maggio il transito ombra di petroliere e cargo in fuga

Le immagini radar a Hormuz

Sono dei puntini bianchi che si confondono con gli scogli che affiorano nello Stretto. Ma la forma e la scia che si lasciano dietro, come mostrano le immagini di Copernicus, permettono di identificarle come imbarcazioni, almeno dall’alto. Non è tuttavia facile associarle a un nome, a un proprietario o a una nazionalità di bandiera. Probabilmente questo avverrà quando la loro rotta sarà uscita dal tiro del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, in una zona sicura. Ad oggi sono delle imbarcazioni che navigano nell’ombra, sfidando i rischi che l’assenza di segnale satellitare provoca. L’obiettivo è quello di uscire dalla bolla della Stretto nel tentativo di consegnare il carico di greggio trasportato a bordo

L’impatto economico

Ad oggi quasi 1.000 navi risultano ferme nel Golfo Persico, per un valore stimato di 23,7 miliardi di dollari di merci trasportate, con impatti sulle catene globali di approvvigionamento, in primis l’agroalimentare. A fare il punto sulla logistica in standby dopo la chiusura del traffico marittimo nello stretto di Hormuz è il report «Port Infographics» realizzato da Assoporti e Srm (Centro studi che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo). Lo Stretto di Hormuz movimenta il 37% del petrolio mondiale via mare e il 28% del Gpl globale e il 25% dei fertilizzanti: le tensioni nell’area hanno provocato un calo dell’89% dei transiti giornalieri in pochi mesi, rileva l’analisi di Assoporti e Srm nel sottolineare che le deviazioni delle rotte, ad esempio via Capo di Buona Speranza, comportano un aumento fino a 20 giorni di navigazione aggiuntivi e rincari significativi dei costi. Per l’Onu il persistente blocco di fertilizzanti nello Stretto di Hormuz rischia di causare entro «qualche settimana» una «grave crisi umanitaria».

Lo stallo nelle trattative

Nel frattempo la risposta iraniana alla proposta Usa per chiudere la guerra e la conseguente reazione scomposta di Donald Trump rappresentano l’ennesima iniezione di incertezza e tensione sul conflitto in Medio Oriente: il cessate il fuoco «è debolissimo, attaccato alle macchine per sopravvivere, dopo quella proposta spazzatura che ci hanno mandato» e «ha l’1% di chance di tenere», ha sentenziato il tycoon. Ma se da una parte il presidente Usa boccia «l’inaccettabile» replica di Teheran e valuta anche la ripresa dell’operazione Project Freedom a Hormuz, dall’altra ritiene una soluzione diplomatica ancora «molto possibile», seppur bollando come «indegna» la leadership della Repubblica islamica. Una soluzione che tuttavia sembra essere congelata, almeno fino all’attesissima visita di Trump a Pechino da Xi Jinping, considerata chiave anche per le sorti della guerra mediorientale. 


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