di Tommaso Chimenti

Per oltre sei secoli la Cupola del Brunelleschi è rimasta un enigma. Un’opera che sfida la gravità, la logica e la documentazione storica: nessun disegno, nessuna spiegazione, nessun manuale lasciato dal suo autore. Solo la perfezione di una struttura che domina Firenze e il pensiero di generazioni di studiosi. Tra questi, uno ha scelto di non arrendersi al silenzio: Massimo Ricci, architetto, ricercatore, docente, e soprattutto uomo capace di dedicare una vita intera a un’unica domanda. Non per ambizione ma per necessità interiore. Ricci ha attraversato cinquant’anni di studio con una tenacia che appartiene più agli artigiani del Rinascimento che agli accademici contemporanei. Ha costruito modelli, li ha demoliti, li ha ricostruiti. Ha sperimentato tecniche antiche, ha osservato la Cupola come si osserva un organismo vivente, ha trasformato ogni intuizione in verifica concreta. Il suo metodo non è stato teorico: è stato fisico, quasi ascetico. Il risultato è oggi riconosciuto come la ricostruzione più autorevole del sistema costruttivo brunelleschiano. Ricci ha dimostrato che la Cupola non è un miracolo, ma un capolavoro di ingegneria intuitiva, basato su una geometria complessa e su una logica muraria che nessuno aveva più saputo leggere. Ha restituito al mondo ciò che Brunelleschi aveva scelto di non lasciare scritto: il metodo. Questa lunga avventura intellettuale trova oggi una forma pubblica nella mostra che si terrà sabato 16 maggio alle ore 16.30, presso Villa Barberini, in Via Antonio Bertolini 45, ai Parioli a Roma. Un luogo scelto non a caso: uno spazio che permette di restituire al pubblico la dimensione fisica, concreta, quasi tattile della ricerca di Ricci. Ma la storia di Ricci non è solo la vicenda di uno studioso. È anche la storia delle persone che hanno saputo custodire, proteggere e infine restituire al pubblico il valore del suo lavoro. Tra queste, un ruolo decisivo appartiene a Angela Ricci, moglie del professore. Per anni ha vissuto accanto alla sua ricerca, ne ha visto la fatica quotidiana, le intuizioni improvvise, le notti passate sui modelli e i giorni in cui la Cupola sembrava tacere. Angela non è stata una semplice presenza: è stata la memoria viva del percorso di Ricci, la custode dei suoi appunti, la garante della continuità di un lavoro che rischiava di restare confinato nell’ambito privato. È stata lei, oggi, a voler trasformare quella lunga avventura in una mostra. L’ideatrice del progetto, la prima a dire che era arrivato il momento di condividere con il pubblico ciò che per decenni era rimasto nel silenzio dei laboratori e dei cantieri sperimentali. La mostra nasce dalla sua determinazione, dalla sua visione e dalla sua capacità di trasformare un patrimonio personale in un bene culturale collettivo.

Accanto a questa storia, ce n’è un’altra che ritorna dopo quarant’anni. Tutto cominciò nel marzo del 1982, quando una giovane donna – Emma Maffucci – curiosa, intuitiva, capace di muoversi tra mondi diversi, decise di credere in Ricci prima che lo facesse il mondo accademico. La Maffucci organizzò una conferenza che il professore avrebbe poi definito “memorabile”, non solo per il successo inatteso, ma per la lucidità con cui quella giovane seppe intuire la portata del suo metodo. Da allora, il percorso di Emma Maffucci (che il Professor Ricci aveva soprannominato “la volpe”) non è stato lineare. Ha attraversato viaggi, incarichi, retrovie istituzionali, scritture, incontri, fino a trasformare quell’esperienza in una voce riconoscibile. Una voce che oggi trova la sua forma più matura in “Omertà parlante”, un libro che affronta il non detto con la stessa determinazione con cui Ricci ha affrontato il mistero brunelleschiano. Oggi, quella “volpe” dopo quarant’anni è tornata accanto a Ricci non come spettatrice ma come organizzatrice della mostra che celebra i cinquant’anni di studi sulla Cupola. Un ritorno che non è nostalgia ma compimento: la chiusura di un cerchio iniziato nel 1982 e riaperto oggi grazie alla visione della moglie Angela. Così, in questo progetto, si incontrano tre sguardi: quello dello studioso che ha decifrato l’enigma; quello della moglie che ne ha custodito la memoria e ne ha voluto la restituzione pubblica; quello di Emma Maffucci, che quarant’anni fa vide ciò che ancora non era visibile e oggi accompagna la mostra con la maturità del suo percorso culturale e narrativo. In fondo, la Cupola del Brunelleschi parla proprio di questo: di ciò che resiste, di ciò che ritorna, di ciò che continua a parlare anche quando tutto intorno tace.