Tra detective tormentati, killer spietati e coppie investigative ormai diventate un vero e proprio cliché televisivo, il genere crime thriller segue spesso regole molto precise. Proprio per questo motivo, il ritorno di L’uomo delle castagne ha colpito così tanto il pubblico. La serie danese di Netflix, considerata da molti uno dei migliori noir nordici degli ultimi anni, è infatti tornata con una nuova stagione che non si limita ad aumentare la tensione: decide addirittura di distruggere una delle convenzioni più importanti del genere.

Dopo quasi cinque anni di attesa dalla prima stagione, L’uomo delle castagne: Nascondino riprende le vicende degli investigatori Mark Hess e Naia Thulin, ancora profondamente segnati dagli eventi del passato. La serie recupera immediatamente le atmosfere che avevano conquistato gli appassionati di thriller nordici: fotografia fredda, ritmo lento ma costantemente inquietante, indagini oppressive e un senso di tragedia imminente che accompagna ogni episodio.

Fin dalle prime puntate emerge però una differenza importante rispetto alla stagione originale. Se il primo capitolo lasciava spazio anche a momenti di complicità tra i protagonisti, i nuovi episodi appaiono molto più cupi, pessimisti e carichi di tensione emotiva… e il motivo diventa evidente già a metà stagione. Nel terzo episodio la serie compie infatti una scelta che pochissimi crime thriller televisivi avrebbero il coraggio di fare. Naia Thulin, interpretata da Danica Ćurčić, viene improvvisamente uccisa durante una sparatoria all’interno dell’Agenzia per il Diritto di Famiglia.

Dopo essere stata rapita da Peter Hougard, ex marito di Ditte Kølster, la detective viene colpita allo stomaco durante l’assalto armato dell’uomo. Per alcuni minuti la serie lascia credere che il personaggio possa salvarsi, seguendo quello che normalmente accade in produzioni simili. Invece L’uomo castagna sceglie la strada opposta: Thulin crolla a terra e muore poco dopo, mentre Hess osserva impotente il corpo senza vita della collega.

È una scena devastante non soltanto dal punto di vista emotivo, ma soprattutto per ciò che rappresenta a livello narrativo. Per anni il genere crime ha costruito gran parte delle proprie storie sulla dinamica della “buddy cop series”: due investigatori opposti ma complementari, destinati a creare un forte legame durante le indagini.

Anche L’uomo delle castagne sembrava inizialmente seguire quella struttura: Hess era il detective disilluso e tormentato, mentre Thulin rappresentava la controparte più empatica e razionale. La loro dinamica era diventata rapidamente il cuore emotivo della serie, tanto che molti spettatori consideravano proprio la chimica tra i due il principale punto di forza dello show. La serie, tuttavia, ha ora deciso di abbattere completamente le aspettative. Eliminando Thulin così presto, L’uomo delle castagne non distrugge soltanto il suo duo principale: cambia radicalmente il tono dell’intera storia.

Dopo la sua morte, infatti, Hess resta completamente solo e la serie scivola in territori molto più disperati e nichilisti rispetto alla prima stagione. Il dolore, il senso di colpa e la perdita diventano il vero motore emotivo dei nuovi episodi, e trasformano il thriller investigativo in qualcosa di molto più oscuro.

Il lato più interessante è che questa scelta non appare mai gratuita o costruita soltanto per scioccare il pubblico; al contrario, tutto contribuisce a rafforzare la sensazione che nessuno sia davvero al sicuro e che il male raccontato dalla serie sia molto più incontrollabile rispetto ai classici polizieschi televisivi.

Desistendo da formule prevedibili e strutture narrative ripetitive, L’uomo delle castagne: Nascondino riesce quindi a fare qualcosa di sempre più raro: sorprendere davvero lo spettatore. Anche a costo di spezzare completamente le regole del genere a cui appartiene.

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