L’ex attaccante festeggia la promozione con la Zeta Napoli dalla terza alla seconda categoria e racconta tanti aneddoti legati al tecnico salentino: “Antonio mi ha insegnato che solo il lavoro paga. Se resta in azzurro? Al 60% sì”
Alessandra Vaccaro
12 maggio – 19:13 – NAPOLI
Stessa passione, stessa esultanza nelle grandi occasioni, quella dell’arciere, per festeggiare una promozione a 44 anni con la Zeta Napoli, dalla terza alla seconda categoria. Emanuele Calaiò non ha nessuna voglia di smettere di giocare, segnare e sognare all’ombra del Vesuvio, dove ha deciso di vivere anche dopo la fine dell’esperienza in azzurro. L’ex attaccante del Napoli non perde occasione per sbirciare gli allenamenti del suo mentore Antonio Conte, a cui deve tanto, soprattutto la mentalità vincente.
È ancora merito di Conte se lei è così brillante a 44 anni?
“Non so se sono stati i suoi allenamenti, ma di sicuro ciò che mi ha trasmesso a livello mentale è stato importante. Con lui si lavorava tanto, ripeteva sempre ‘il lavoro paga’. Io dopo la stagione al Siena con lui ho vissuto di rendita nei successivi 4-5 anni, mi sono ritrovato il suo lavoro nelle gambe sul lungo periodo. Lo abbiamo visto con giocatori come Spinazzola e Juan Jesus a cui ha regalato una seconda giovinezza. Se ho ancora la passione e la voglia di allenarmi ogni giorno è anche merito suo”.
Prima stagione di Conte al Napoli, scudetto. Prima stagione al Siena, promozione. Incide soprattutto la sua mentalità?
“Conosciamo Conte, non farà un calcio alla Guardiola o alla Sarri, ma è un vincente. Gli allenatori possono vincere anche con altre qualità, non per forza con il gioco. Le qualità di Conte sono la mentalità e il lavoro fisico. All’inizio si fa un po’ di fatica con lui, ma da gennaio in poi si vola, noi al Siena avevamo una marcia in più. Anche alla Juve, all’Inter, al Chelsea ha vinto. Al Tottenham li ha portati dalla zona retrocessione alla Champions. Ci sono partite in cui non propone un calcio champagne, però riesce a trovare sempre nuove soluzioni. Anche io, come lui, preferisco vincere e portare a casa i titoli. La storia ci dice che a Napoli in due anni ha vinto uno scudetto e una Supercoppa e quest’anno arriverà secondo. Poi è naturale che vincere e proporre un bel gioco sarebbe il massimo”.
Pausa natalizia a Siena, Conte vi aveva promesso una settimana di vacanza, poi è saltato tutto. Cosa successe?
“La verità è che a Conte dà fastidio vedere le valigie sul pullman, impazzisce quando prima di una partita sente i giocatori parlare di vacanza e non della gara. Quella volta dovevamo giocare a Varese, tanti avevano già i biglietti aerei pronti. Conte si rese conto che c’era troppo fermento, tant’è che ci disse ‘Io vi vedo più euforici per le vacanze che per la partita. Vi avverto: cercate di fare questa partita bene, altrimenti troverete brutte sorprese’. Perdemmo 1-0 sotto la neve, su un campo allucinante. A fine partita ci disse ‘Vi avevo avvisati. Non avrete più una settimana di vacanza, vi fate il 24 e il 25 con i vostri cari e il 26 iniziamo una settimana di ritiro a Messina’”.
Come fu quel richiamo di preparazione? Reginaldo fu messo fuori rosa e rischiò grosso anche lei…
“Arrivammo a Messina il 26, Reginaldo era stanco, ma lo ero anche io, infatti al rientro non superai i test fisici. Conte voleva mandare anche me sotto la doccia. Io, però, che lo conoscevo un po’ meglio, gli proposi con toni sommessi di rifare il lavoro il giorno dopo. Reginaldo, invece, gli rispose in maniera un po’ forte. Per fortuna avevamo Giorgio Perinetti come direttore sportivo, faceva spesso da filtro col mister, lo sapeva prendere. Quindi dopo una settimana fuori rosa di Reginaldo, tra una parola del direttore, una mia, una di Vergassola, Conte si convinse a reintegrarlo”.
Ricorda l’intervallo di Sassuolo-Siena, cosa successe nello spogliatoio?
“Io, Del Grosso e altri del gruppo fumavamo, a fine primo tempo andavamo spesso a fumare una sigaretta in un altro spogliatoio, ma la puzza arrivava anche nel nostro. Il mister quella volta si arrabbiò molto. La settimana successiva ci fece la multa. Era una furia in quell’intervallo, stavamo perdendo 3-0…”.
E lui non accetta la sconfitta…
“Conte quando perde o pareggia sta proprio male fisicamente. Lui ha chiamato la figlia Vittoria perché è ossessionato dalla vittoria. Conte ha giocato in un grande club, allenato da Capello. Quindi è cresciuto con i suoi principi”.
Cosa aveva assimilato degli allenamenti di Capello?
“Quando andavamo in ritiro, Conte ci portava al cinema il giorno prima della partita, come faceva Capello con lui. Era convinto che in hotel, dopo cena andassimo in camera a fumare e a giocare alla play-station. Invece andando al cinema si faceva gruppo e si pensava alla partita. Andavamo a vedere dei film che ci facevano addormentare quindi tornavamo in camera già belli assonnati…”.
Le leggo alcune dichiarazioni forti di Conte. Era la vigilia di Siena-Modena, febbraio 2011: “Chi viene allo stadio per criticare non vuole il bene del Siena. Difenderò questi ragazzi con le unghie e con i denti contro questi pseudo-tifosi, gufi”.
“Lui ha sempre fatto queste conferenze impattanti, è il suo modo per proteggere la squadra, per comunicare e togliere pressione ai giocatori. Oppure per mettere pepe al campionato e destabilizzare qualcuno. Il mister quando sente tifosi e addetti ai lavori che vogliono fare i tecnici va in bestia. Napoli è una piazza esigente, dove tutti vogliono essere allenatori. Sembra che i tifosi si siano un po’ imborghesiti, senza pensare da dove sono partiti. A Napoli ha sbroccato perché dopo scudetto e Supercoppa si è ritrovato con la pressione di dover vincere un altro tricolore. A Siena fece la stessa cosa: una piazza che ha sempre fatto C e D, in quella stagione si rivelò molto critica. Avevano fatto varie stagioni di serie A, i tifosi erano diventati esigenti…”.
Spesso dichiara il contrario di ciò che pensa…
“L’anno scorso Conte ha sempre detto ‘proveremo a dare fastidio e lottare per la Champions’. Vi assicuro che dal primo giorno in cui ha messo piede a Castel Volturno, Conte ha pensato solo allo scudetto. Dopo un decimo posto, ha deciso di dichiarare obiettivi abbordabili, ma ai giocatori ha detto di fare la storia. Nelle ultime partite prima dello scudetto diceva cose strane sugli arbitraggi, sull’Inter, ma solo per tutelare il gruppo e deviare l’attenzione. Poi alla fine si è dovuto sbilanciare e ha ammesso, ‘siamo in pista e si balla’”.
“Non ho voglia di accompagnare un morto”, dopo Bologna-Napoli, è stato pesante…
“Ha voluto dare un segnale ai giocatori. In quel momento voleva che anche loro si assumessero delle responsabilità. Sono certo che la frase pronunciata pubblicamente era la stessa detta 10 minuti prima ai ragazzi negli spogliatoi. A fine partita se ha da sfondarli a parole, lo fa senza problemi. Il pregio del mister è che ciò che dice ai giocatori, lo dice anche in conferenza. Dei nomi dietro alle maglie non gliene frega niente”.
Ha segnato 40 gol nelle tre stagioni in azzurro, è uno specialista. Che cura serve all’attacco del Napoli?
“Il Napoli ha un’ottima squadra, ma tranne De Bruyne, Neres, McTominay e gli strappi di Alisson, è in linea col resto della serie A. In Italia il calcio è fisico e tattico, vanno in doppia cifra più i centrocampisti che gli attaccanti. Se non hai giocatori di qualità, che saltano l’uomo, che fanno un passaggio illuminante, che hanno gli occhi anche dietro diventa difficile. Spalletti ha fatto un capolavoro perché aveva Osimhen e Kvara che inventavano sempre qualcosa. Adesso c’è McTominay che spesso toglie le castagne dal fuoco, ma non si possono pretendere da lui sempre gli stessi gol. Negli ultimi 25 metri ci sono Vergara, Alisson e Politano, ma non fanno la differenza, sono giocatori normali, non hanno mai performato ad altissimi livelli, non hanno vinto Champions o trofei. Il Napoli non ha la rosa del Real o del Psg e quando trova squadre bloccate fa fatica”.
Come se li spiega tutti questi infortuni, è stato sbagliato qualcosa nella preparazione?
“Non si possono addossare le colpe solo all’allenatore. Di sicuro due domande Conte e il suo staff devono farsele. Io, ad esempio, per tanti anni ho avuto lo stesso preparatore, quindi il mio fisico era abituato a un certo tipo di lavoro. Quando si cambia metodo, i muscoli vanno sotto stress, ed è necessario del tempo per far sì che il corpo si abitui. Bisogna sempre considerare che si gioca ogni tre giorni, i campi, i viaggi. Conte, però, deve migliorare sotto questo aspetto”.
Da giocatore ha vissuto il primo Napoli di De Laurentiis, che voto dà al presidente nel suo primo ventennio di gestione?
“De Laurentiis merita 10. È un grande imprenditore, è partito dal basso, non sapeva niente di calcio, si è messo lì piano piano, ha iniziato a capire come funzionavano le cose. Da solo ha portato avanti questo club, vincendo due scudetti in tre anni, ma anche altri trofei. Nel tempo sono migliorati gli allenatori, è partito da Ventura, Reja, Mazzarri per arrivare ad Ancelotti, Benitez, Conte. Anche la rosa ha fatto un salto di qualità, si è passati dai miei anni ad avere Higuain, Kvara, Osimhen. Per giunta la società è stata sempre in regola coi bilanci”.
Ha rifiutato il Palermo, la squadra della sua città, per la serie C con il Napoli…
“Ho rifiutato varie proposte dalla serie A per restare al Napoli perché ho creduto nel progetto. Ho detto di no alla Fiorentina, al Lecce di Corvino e anche al Palermo. Mio padre ci teneva che giocassi a casa mia, ma avevo dato la parola al Napoli”.
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“Ha un altro anno di contratto, la nazionale è una bella patata bollente, in Italia e in Europa non ci sono panchine libere. Se dovesse decidere di andare via potrebbe anche prendersi un anno sabbatico. Se Conte, invece, dovesse restare a Napoli, significherebbe aver trovato una quadra col presidente. Sicuramente nell’incontro che ci sarà a breve, De Laurentiis gli dirà che non potrà spendere altri 200 milioni sul mercato, e gli chiederà conto degli infortuni, gli chiederà di rivalutare due-tre giocatori voluti da lui, gli chiederà di abbassare il tetto ingaggi. In caso di permanenza, Conte, comunque, partirebbe da una buona base. Avranno davvero tanti argomenti da affrontare. Se dovessi dare una percentuale, 60% resta, 40% va via”.
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