È difficile ricordare un momento in cui gli Stati Uniti abbiano subito una sconfitta totale in un conflitto: una battuta d’arresto tanto decisiva da non poter essere né riparata né ignorata sul piano strategico. Le perdite catastrofiche subite a Pearl Harbor, nelle Filippine e nell’intero Pacifico occidentale nei primi mesi della Seconda guerra mondiale alla fine furono ribaltate. Le sconfitte in Vietnam e Afghanistan furono costose, ma non compromisero in modo duraturo la posizione complessiva dell’America nel mondo, perché quei teatri erano periferici rispetto al cuore della competizione globale. Anche il fallimento iniziale in Iraq venne in parte corretto da un cambio di strategia che finì per lasciare il paese relativamente stabile, non minaccioso per i vicini, e mantenne gli Stati Uniti forza dominante nella regione.
Una sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrebbe invece natura completamente diversa. Non potrebbe essere né aggiustata né ignorata. Non ci sarebbe ritorno allo status quo ante né un successivo trionfo americano capace di annullare o compensare il danno subito. Lo Stretto di Hormuz non tornerebbe a essere “aperto” come un tempo. Controllando lo stretto, l’Iran emergerebbe come attore chiave della regione e come uno dei principali attori globali. Il ruolo di Cina e Russia – alleate di Teheran – ne uscirebbe rafforzato; quello degli Stati Uniti, drasticamente ridimensionato.
Lungi dal dimostrare la potenza americana, come i sostenitori della guerra hanno ripetutamente sostenuto, il conflitto ha mostrato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. E questo innescherà inevitabilmente una reazione a catena a livello globale, mentre amici e avversari si adatteranno al fallimento americano.
Al presidente Trump piace parlare di chi abbia «le carte in mano», ma non è affatto chiaro che gli siano rimaste buone carte da giocare. Stati Uniti e Israele hanno martellato l’Iran con devastante efficacia per trentasette giorni, eliminando gran parte della leadership del paese e distruggendo il grosso delle sue forze armate, senza però riuscire né a far crollare il regime né a ottenere anche la minima concessione.
Ora l’amministrazione Trump spera che il blocco dei porti iraniani riesca là dove la forza militare ha fallito. È possibile, naturalmente, ma un regime che non è stato piegato da cinque settimane di attacchi incessanti difficilmente cederà sotto la sola pressione economica. Né teme davvero la rabbia della popolazione. Come ha osservato recentemente la studiosa Suzanne Maloney: «Un regime che a gennaio ha massacrato i propri cittadini per soffocare le proteste è perfettamente disposto a imporre oggi nuove sofferenze economiche alla popolazione».
Alcuni sostenitori della guerra chiedono dunque la ripresa dei bombardamenti, ma non sanno spiegare in che modo un nuovo ciclo di attacchi dovrebbe ottenere ciò che trentasette giorni di bombardamenti non sono riusciti a ottenere. Ulteriori operazioni militari porterebbero inevitabilmente l’Iran a colpire gli Stati del Golfo vicini; e anche a questo i fautori della guerra non hanno alcuna risposta. Trump ha fermato gli attacchi contro l’Iran non perché si fosse stancato del conflitto, ma perché Teheran stava colpendo le infrastrutture vitali di petrolio e gas della regione.
Il punto di svolta è arrivato il 18 marzo, quando Israele ha bombardato il giacimento iraniano di South Pars e l’Iran ha reagito attaccando Ras Laffan Industrial City in Qatar – il più grande impianto mondiale per l’esportazione di gas naturale – causando danni alla capacità produttiva che richiederanno anni per essere riparati. Trump ha risposto dichiarando una moratoria su ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e successivamente annunciando un cessate il fuoco, nonostante Teheran non avesse fatto alcuna concessione.
Il calcolo dei rischi che ha costretto Trump a fare marcia indietro un mese fa resta valido ancora oggi. Anche se ora decidesse di dare seguito alla sua minaccia di distruggere la «civiltà» iraniana attraverso nuovi bombardamenti, l’Iran sarebbe comunque in grado di lanciare numerosi missili e droni prima della caduta del regime – ammesso che il regime cada davvero. Basterebbero pochi attacchi riusciti per paralizzare per anni, se non decenni, le infrastrutture petrolifere e del gas della regione, gettando il mondo intero, e gli stessi Stati Uniti, in una crisi economica prolungata. Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia d’uscita – mostrarsi duro per mascherare la ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe.
Se non è uno scacco matto, poco ci manca. Negli ultimi giorni Trump avrebbe chiesto alla comunità dell’intelligence americana di valutare le conseguenze di una semplice dichiarazione di vittoria seguita dal disimpegno. È difficile biasimarlo. Sperare nel collasso del regime non è una strategia, soprattutto quando quel regime è già sopravvissuto a ripetuti colpi militari ed economici. Potrebbe crollare domani, fra sei mesi, oppure non crollare affatto. Ma Trump non ha così tanto tempo da aspettare, mentre il petrolio si avvicina ai centocinquanta o persino ai duecento dollari al barile, l’inflazione cresce e iniziano a manifestarsi carenze globali di cibo e altre materie prime. Ha bisogno di una soluzione più rapida.
Ma qualunque soluzione diversa da una resa di fatto degli Stati Uniti comporta rischi enormi che Trump, finora, non ha mostrato di voler assumere. Coloro che invitano con leggerezza il presidente a «portare a termine il lavoro» raramente riconoscono i costi di questa scelta. A meno che gli Stati Uniti non siano pronti a impegnarsi in una guerra terrestre e navale su vasta scala per rovesciare l’attuale regime iraniano, e poi a occupare il paese finché un nuovo governo non riesca a consolidarsi; a meno che non siano disposti a rischiare la perdita di navi da guerra impegnate a scortare petroliere attraverso uno stretto conteso; a meno che non siano pronti ad accettare i devastanti danni di lungo periodo alle capacità produttive della regione derivanti dalle ritorsioni iraniane – ritirarsi ora potrebbe apparire come l’opzione meno peggiore.
Sul piano politico, Trump potrebbe benissimo ritenere di avere maggiori possibilità di sopravvivere a una sconfitta che non a una guerra molto più lunga, vasta e costosa, che potrebbe comunque concludersi con un fallimento.
La sconfitta degli Stati Uniti, dunque, non è soltanto possibile: è probabile.
Ecco che cosa significherebbe una sconfitta. L’Iran resterebbe in controllo dello Stretto di Hormuz. L’idea diffusa secondo cui, in un modo o nell’altro, lo stretto tornerà a riaprirsi una volta terminata la crisi è infondata. L’Iran non ha alcun interesse a tornare allo status quo ante. Si parla spesso di una divisione tra moderati e falchi a Teheran, ma persino i moderati devono capire che il paese non può permettersi di perdere il controllo dello stretto, indipendentemente da quanto vantaggioso possa sembrare un eventuale accordo.
Per prima cosa: quanto sarebbe affidabile un accordo con Trump? Il presidente si è quasi vantato di aver replicato l’attacco a sorpresa giapponese di Pearl Harbor approvando l’eliminazione della leadership iraniana nel pieno dei negoziati. Gli iraniani non possono avere la certezza che Trump non decida di colpire di nuovo pochi mesi dopo aver raggiunto un’intesa. E sanno anche che Israele potrebbe tornare ad attaccare, perché non si è mai sentito realmente vincolato quando ritiene minacciati i propri interessi. E gli interessi israeliani saranno minacciati.
Come hanno osservato numerosi esperti dell’Iran, il regime di Teheran rischia oggi di uscire dalla crisi molto più forte di prima della guerra, avendo non soltanto preservato il proprio potenziale nucleare, ma acquisito anche un’arma ancora più efficace: la capacità di tenere in ostaggio il mercato energetico globale.
Quando gli iraniani parlano di riaprire lo stretto, intendono comunque mantenerne il controllo. L’Iran potrà non soltanto imporre pedaggi per il passaggio, ma anche limitare il transito alle nazioni con cui intrattiene buoni rapporti. Se un paese si comporterà in modo sgradito ai dirigenti iraniani, Teheran potrà punirlo semplicemente rallentando – o anche solo minacciando di rallentare – il flusso delle sue navi commerciali in entrata e in uscita dallo stretto.
Il potere di chiudere o controllare il traffico navale nello stretto è più grande e più immediato del potere, per ora soltanto potenziale, del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai dirigenti di Teheran di costringere gli altri paesi a revocare le sanzioni e normalizzare le relazioni diplomatiche, oppure a subirne le conseguenze. Israele rischierà di trovarsi più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchirà, si riarmerà e conserverà intatta la possibilità di dotarsi in futuro dell’arma nucleare.
Potrebbe persino diventare impossibile per Israele colpire i proxy iraniani: in un mondo in cui Teheran esercita un’influenza decisiva sulle forniture energetiche di numerosi paesi, lo Stato ebraico potrebbe subire enormi pressioni internazionali affinché eviti di provocare l’Iran in Libano, a Gaza o altrove.
Il nuovo equilibrio nello stretto produrrà inoltre uno spostamento significativo dei rapporti di forza e d’influenza, tanto a livello regionale quanto globale. Nella regione, gli Stati Uniti avranno dimostrato di essere una tigre di carta, costringendo gli Stati del Golfo e gli altri paesi arabi ad accomodarsi alle richieste iraniane. Come hanno scritto di recente gli studiosi Reuel Gerecht e Ray Takeyh: «Le economie arabe del Golfo sono state costruite sotto l’ombrello dell’egemonia americana. Togliete quell’ombrello — e la libertà di navigazione che garantiva — e gli Stati del Golfo finiranno inevitabilmente per andare a trattare con Teheran».
E non saranno gli unici. Tutti i paesi che dipendono dall’energia proveniente dal Golfo dovranno trovare un proprio accomodamento con l’Iran. Quale alternativa avrebbero? Se gli Stati Uniti, con tutta la potenza della loro marina, non riescono o non vogliono riaprire lo stretto, nessuna coalizione che disponga soltanto di una frazione delle capacità americane potrà riuscirci.
L’iniziativa anglo-francese per pattugliare lo stretto dopo il cessate il fuoco ha qualcosa di grottesco. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiarito che questa coalizione opererà soltanto in condizioni pacifiche: scorterà le navi, ma solo se non avranno realmente bisogno di essere scortate. Eppure, con l’Iran al controllo, lo stretto non tornerà sicuro ancora per molto tempo. La Cina, presumibilmente, esercita una certa influenza su Teheran, ma nemmeno Pechino è in grado, da sola, di forzare la riapertura dello stretto.
Uno degli effetti di questa trasformazione potrebbe essere l’avvio di una nuova corsa navale tra le grandi potenze. In passato, la maggior parte dei paesi del mondo – inclusa la Cina – contava sugli Stati Uniti sia per prevenire crisi di questo tipo sia per gestirle una volta scoppiate. Ora invece le nazioni europee e asiatiche che dipendono dall’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico si trovano impotenti di fronte alla perdita di forniture vitali per la propria stabilità economica e politica.
Per quanto tempo potranno tollerare questa situazione prima di iniziare a costruire flotte proprie, nel tentativo di esercitare influenza in un mondo dominato dal “si salvi chi può”, dove ordine e prevedibilità sono ormai venuti meno?
La sconfitta americana nel Golfo avrà conseguenze globali ancora più ampie. Il mondo intero può vedere come poche settimane di guerra contro una potenza di secondo livello abbiano ridotto le scorte di armamenti statunitensi a livelli pericolosamente bassi, senza che esista una soluzione rapida per ricostituirle. Gli interrogativi che questo solleva sulla capacità americana di affrontare un altro grande conflitto potrebbero oppure no spingere Xi Jinping ad attaccare Taiwan, o Vladimir Putin ad aumentare l’aggressione contro l’Europa. Ma, nel minimo dei casi, gli alleati degli Stati Uniti in Asia orientale e in Europa devono ormai interrogarsi sulla reale tenuta americana nel caso di futuri conflitti.
L’adattamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante degli Stati Uniti nel Golfo è soltanto la prima di molte vittime future.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sull’Atlantic.