di
Gaia Piccardi
Il numero 1 del mondo continua a dominare, archiviata anche la pratica Pellegrino che racconta: «È un martello. Ti toglie il fiato, non ti regala niente»
ROMA Due ore dopo, Andrea Pellegrino da Bisceglie ha ancora lo sguardo dell’alce illuminata dai fari. «È un martello. Ti toglie il fiato, non ti regala niente. Diritto o rovescio: non c’è lato del campo in cui puoi fargli male. È completo. Ha una percentuale di prime superiore a chiunque. Non perde un match da metà febbraio, ha 24 anni: è una cosa fuori dal normale».
Il ritratto di Jannik Sinner è firmato dal 31° avversario di fila sconfitto nei Master 1000: il record gli permette di agganciare un certo Djokovic, l’antenato coevo su cui ha plasmato il suo tennis ma a cui riconosce una primogenitura inarrivabile («I Big Three hanno dominato per quindici anni, io sono solo all’inizio» minaccia). I boati arrivati dallo Stadio dei Marmi — mentre un generosissimo Luciano Darderi risucchiava nelle sue spire quel che resta di Sascha Zverev (4 match point annullati) assicurandosi la prima vittoria su un top 10 e il primo quarto di un Mille —, hanno risvegliato il sonnacchioso match sul centrale, valso a Sinner l’annessione del 19° derby della carriera (su 19, ça va sans dire). Andrea Pellegrino, la favola del torneo, dalle qualificazioni agli ottavi degli Internazionali d’Italia da n.155 del ranking, non ha gli strumenti per interrompere la cavalcata trionfale del migliore verso il titolo che cinquant’anni fa Adriano Panatta strappò a Guillermo Vilas. Stesa (nessuna mancanza di rispetto: sono parole di Andrea) fu a Santa Margherita di Pula nel 2019 (6-1, 6-1) e stesa è al Foro Italico (6-2, 6-3): 108-45 contando i punti, 79% di palle vinte sulla prima, una superiorità schiacciante fatti salvi sei game nel secondo set, perché ormai è ai dettagli che guardiamo per capire come sta Jannik al quarto Master 1000 consecutivo, sulla strada verso Parigi.
«Mi sento abbastanza bene — risponde —, è stato un match molto fisico ma sono felice del mio livello». Primo set scontato, da copione sinneriano: break immediato, come contro Popyrin, e poi fuga per la vittoria, lasciando agli atti la seconda palla break del torneo concessa (sul 3-0, il pugliese mette il dritto in rete). 6-2 in 42’. Nel secondo la partita diventa indolente, complice la calura primaverile di un martedì pomeriggio romano. È vero che Pellegrino, non potendo reggere l’intensità dello scambio, cerca di addormentarlo ad arte offendo a Jannik palle centrali per non dargli angoli, però a un certo punto cala su Sinner un’affaticata pigrizia: il respiro si fa pesante, il team si alza spesso per incitarlo, lui si tocca l’anca e/o la schiena. Il centrale viene attraversato da scosse elettriche di preoccupazione. Niente di grave. Si avanza fino al 3-3 on serve, con Pellegrino liberato dalla tensione iniziale e più sciolto di braccio e testa. Però è un equilibrio che non può durare. Al settimo game, infatti, ci sono due palle break: sulla prima un dritto del favorito finisce in rete (22 gratuiti, ieri: non pochi) ma sulla seconda la contro-smorzata dell’ottimo Andrea è spuntata. 6-3.
Domani i quarti: la storia di Roma non può attendere. Non è stata una versione smagliante di Sinner: non si ferma da Doha, un po’ di fiacca è da mettere in conto. Il giorno di riposo non può che giovargli. Non lo trascorrerà a studiare la storia del tennis italiano né le gesta di Panatta, di cui gli interessa poco («Ogni tanto sui social escono video di tanto tempo fa, ma non sono mai andato a vedermi una partita intera»), i gesti con le racchette di legno appartengono al passato remoto: «Me ne regalarono una, non so nemmeno dove è finita…». Sinner è uomo del fare, e del presente. «Amo le partite che mi spingono al limite, sono una buona preparazione per Parigi». Capito? È già là, con la testa. Noi, palpitanti qui al Foro, siamo un necessario intermezzo.
13 maggio 2026 ( modifica il 13 maggio 2026 | 07:27)
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