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Barbara Visentin

Venerdì esce il nuovo disco «L’ornamento delle cose secondarie», a 30 anni dal suo lavoro di esordio

Max Gazzè dice di aver voluto fare «qualcosa di diverso», ma per un disco ambizioso come «L’ornamento delle cose secondarie», in uscita venerdì, l’aggettivo forse non è esaustivo. In tempi di ascolti rapidi e spesso superficiali, il cantautore e bassista ha scelto di andare in tutt’altra direzione, con un album di 20 canzoni che riserva cura meticolosa al suono, sperimenta con gli strumenti e parte dalla musicalità intrinseca nelle parole.
«Le cose secondarie del titolo sono quelle a cui dare dedizione per farle diventare importanti — racconta —. Forse con il procedere dell’età si dà più rilevanza ai dettagli e mi riferisco sia al percorso dell’album sia alla presa di consapevolezza che quel che è stato messo in secondo piano richiede attenzioni per diventare primario».

A 30 anni dal primo disco, Gazzè è partito recuperando molti testi scritti all’epoca da suo fratello, «frammenti mai pubblicati» a cui ha lavorato «generando musica attorno a un testo, visto che già il suono della parola è musica». Ne sono nate «canzoni molto libere», che si avvicinano a tratti al progressive, in cui, però, «non c’è niente di finto, nessuno strumento è campionato e nulla è lasciato al caso».



















































Da ingegnere del suono quale è — «gli amici mi chiamano l’orecchio chimico», racconta —, Max Gazzè ha suonato tutto il disco tornando alla frequenza di 432 Hz (anziché 440), un’accordatura che secondo molti artisti è più «calda» e armoniosa: «La musica è stata suonata così per tanto tempo, le risonanze sono più naturali e organiche e le armoniche si mischiano in maniera più morbida», spiega. La scelta, però, ha comportato vari assestamenti per accordare gli strumenti «e ne ho anche fatti costruire alcuni che non esistevano a quella frequenza, come un vibrafono che è stato fatto in Colombia, vicino a Bogotà, ed è il primo al mondo in questo genere».
Altrettanto impegno è stato messo sui microfoni, «ne abbiamo usati fra 9 e 12 per ogni strumento», registrando su nastro e «mantenendo anche gli errori — dice —. Un tempo il problema era correggere gli errori, adesso si corregge tutto, quindi non ho voluto toccare niente».

Nei testi emerge più volte il tema del tempo: «Ho scoperto che è una grande illusione, ma è il luogo in cui accade il cambiamento», dice Gazzè. Così il disco attraversa le età della vita, fra l’infanzia «dove si formano le prime ferite» di «Da piccolo» e i volti che cambiano di «Faccia da vecchi», prendendo consapevolezza delle fragilità, ma anche di ciò che si ama. Anche il tour, in linea con il disco, rompe gli schemi: oltre 40 date fra ottobre e dicembre costruite come delle residenze artistiche, con almeno tre sere consecutive in ogni città. «Non mi piacciono, in questo momento, i grossi contenitori, ma voglio mantenere un’identità e lavorare sull’aspetto scenografico», spiega.

E se per Max Gazzè ricorrono i 30 anni dal primo disco, il 1996 è stato anche l’anno in cui ha aperto i concerti di Franco Battiato, «un’artista che ha lasciato un’eredità musicale enorme, ma al di là della stima musicale, io ero legato a lui dall’affetto che si ha per un padre».

12 maggio 2026