di
Paolo Giordano e Alessandro Vespignani

La prima differenza è sostanziale: l’Hantavirus Andes non è un patogeno sconosciuto. Lo studiamo fin dai primi anni Novanta, epidemiologicamente e geneticamente, attraverso l’analisi delle catene di trasmissione documentate

Vale la pena di capire perché le rassicurazioni dell’Oms non sono di facciata, di percepirne la fondatezza. Anche perché è plausibile, come si osserva già nelle ultime ore, che il focolaio debba ancora esprimersi appieno e che la febbre mediatica salga ancora un po’ prima di placarsi. In che cosa la minaccia dell’Hantavirus si presenta diversa da quella iniziale del Covid?

La prima differenza è sostanziale: l’Hantavirus Andes non è un patogeno sconosciuto. Lo studiamo fin dai primi anni Novanta, epidemiologicamente e geneticamente, attraverso l’analisi delle catene di trasmissione documentate. Le conoscenze più recenti vengono da un outbreak, avvenuto a Epuyén, nella provincia di Chubut, Argentina, nel novembre 2018.



















































A Epuyén almeno 34 persone sono state contagiate con sintomi, di cui 11 sono morte.

Due numeri che fanno saltare all’occhio un aspetto poco rassicurante dell’Hantavirus: una letalità elevata, tra il 21% e il 51%, elevatissima in effetti, dovuta anche alla mancanza di cure specifiche. Una letalità che fra l’altro non sembra molto correlata, come nel caso del Covid, a fattori di fragilità pregressi. L’Hantavirus, insomma, è qualcosa con cui non vogliamo avere a che fare individualmente.

Già che abbiamo iniziato, tanto vale proseguire con le cattive notizie. Il tempo di incubazione dell’Andes è lungo, può variare fra i quattro e i 40 giorni (contro i tre-sei del Covid). Questo aumenta la zona cieca del contagio e prolungherà la nostra ansia (il conto alla rovescia). Ci vorrà pazienza insomma prima di dichiarare conclusi il focolaio attuale e la crisi che lo accompagna. Ma questo stesso intervallo lungo concede anche alle autorità sanitarie più tempo per il tracciamento dei contatti, per mettere in quarantena chi è stato esposto, per agire prima che i casi si manifestino. Inoltre, le indicazioni attuali suggeriscono che nella fase asintomatica si è poco o per nulla contagiosi. Possiamo quindi ragionevolmente pensare che ciò che si svela via via al nostro sguardo sia all’incirca ciò che davvero c’è. Con il Covid, al contrario, eravamo nei guai seri prima ancora di capire per che cosa.

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Ci sono poi, pur nella statistica limitata a disposizione, casi documentati di «superdiffusione» dell’Hantavirus, ovvero di singole persone in grado di contagiarne diverse altre, dando un’accelerazione all’epidemia.
Ma le cattive notizie finiscono più o meno qui. E la peggiore di tutte, la letalità elevata, il parametro più importante per la singola persona che contrae la malattia, diviene assai meno rilevante allargando lo sguardo alla collettività.

Per la collettività, come abbiamo imparato nella primavera del 2020, conta infatti molto di più un’altra caratteristica: la facilità di trasmissione. Almeno sulla base dei dati disponibili, la trasmissibilità del virus Andes è sensibilmente inferiore a quella del Sars-Cov-2, anche nella sua forma originale. Il contagio interumano richiede un contatto ravvicinato e prolungato. Nell’outbreak di Epuyén misure di isolamento standard sono state sufficienti a interrompere la catena.

Ed è proprio questo l’altro vantaggio fondamentale che abbiamo rispetto al passato recente: le misure. Anzi: le misure e noi. Salvo mutazioni imprevedibili, se anche l’Hantavirus dovesse dimostrarsi più trasmissibile della stima attuale, impatterebbe su una popolazione mondiale molto diversa da quella «ingenua» su cui si è abbattuto il Covid. Una popolazione che era ingenua non solo dal punto di vista immunologico ma anche da quello comportamentale. 

Tutti o quasi, oggi, sono pronti a rimettersi le mascherine all’occorrenza, tutti o quasi sono allenati alle misure di distanziamento sociale. Nostro malgrado, la pandemia ci ha addestrati. L’attenzione stessa con cui non solo le organizzazioni sanitarie, ma anche i media e il pubblico hanno seguito le peripezie della nave da crociera testimonia di un’aumentata consapevolezza, raggiunta non «grazie al» ma al costo del Covid. Questo cambia tutto.

Nel gennaio 2020, quando fu lanciato l’allarme coronavirus, ci siamo trovati di fronte a un quadro opaco. Non avevamo idea di quale patogeno stavamo per affrontare. Le prime stime ci dicevano che l’epidemia aveva già superato i centomila casi in Cina, con decine di catene di trasmissione attive nel resto del mondo, la maggior parte delle quali non identificate. La sorveglianza era in ritardo rispetto alla realtà, i modelli epidemiologici dovevano operare in condizioni di grande incertezza.

Oggi il numero di casi è piccolo e, soprattutto, coerente con quello che sappiamo sulla biologia del virus. Una nave da crociera è un ottimo incubatore di malattie ma è anche un luogo chiuso, limitato, che permette un tracciamento rigoroso. Sappiamo chi c’era a bordo, dove dormiva, chi è sceso prima, dove e quando (c’era stata un’altra nave, all’inizio della pandemia di Covid, ormeggiata a Yokohama, e si era rivelata preziosissima per gli epidemiologi in quelle prime settimane di caos).

Se tutto origina veramente dai due olandesi che hanno fatto birdwatching nella discarica di Ushuaia, se non sono già loro infetti secondari, allora possiamo veramente ricostruire il contagio dall’inizio. E fra qualche mese potremo forse affermare di sapere tutto del focolaio di Hantavirus del maggio 2026 e di come è stato debellato.

Fino ad allora, tuttavia, qualche cautela resta d’obbligo. Cognitiva ed emotiva, le due aree che abbiamo scoperto così difficili da conciliare durante la pandemia. Almeno fino allo scadere dei 42 giorni dal 6 maggio conviene tenere in quarantena, insieme alle persone con contatti a rischio, tanto la nostra autosuggestione quanto le nostre certezze assolute.

13 maggio 2026 ( modifica il 13 maggio 2026 | 09:20)