Garlasco (Pavia) – “Alla luce degli approfondimenti disposti con le più avanzate tecnologie, si ritiene che non sia possibile determinare con certezza tipo di calzatura e di conseguenza la taglia che aveva lasciato le impronte sulla scena del crimine”.
Per la nuova inchiesta della Procura di Pavia sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco il 13 agosto 2007, le scarpe indossate dall’assassino non sono né di marca Frau né di numero 42. È questa la conclusione a cui sono arrivati i consulenti tecnici Giampaolo Iuliano (colonnello del Ris di Roma) e Nicola Caprioli, gli stessi della consulenza dattiloscopica che attribuisce “per 15 minuzie” l’impronta palmare 33 all’indagato Andrea Sempio, nell’ulteriore incarico conferito dai pm il 23 maggio dello scorso anno.

Andrea Sempio
Una “rivalutazione – allo stato attuale della scienza e della tecnica – delle impronte di calzatura evidenziate dal Ris di Parma nell’abitazione della famiglia Poggi – il quesito posto dalla Procura – al fine di stabilirne le dimensioni e, conseguentemente se possibile, accertare il numero della calzatura che ha deposto le suddette impronte in reperto, confrontandosi con le pregresse relazioni”. Nella relazione, depositata il successivo 9 settembre dello scorso anno, i consulenti concordano “con la consulenza tecnica Nerdelli/Mattei in merito alla rilevanza delle impronte di scarpa ‘a pallini’”, che sono le impronte lasciate dalle suole delle scarpe dell’assassino.
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I consulenti spiegano di non aver potuto fare nuovi “campioni sperimentali” in quanto le ditte Frau e Margom “dichiaravano di non avere più la disponibilità delle suole oggetto in essere”, ma hanno effettuato “la misurazione della traccia 6 anche tramite il software ‘Leica 3DR’, utilizzando i dati acquisiti tramite laser scanner dal Ris di Cagliari” nel sopralluogo del 9 giugno dello scorso anno. Sovrapponendo la traccia 6 al campione sperimentale di calzatura Frau numero 42 della precedente consulenza hanno rilevato “un disallineamento dei tasselli”. Togliendo così un’altra certezza a quando accertato nei precedenti procedimenti e stabilito nelle sentenze che per il delitto hanno condannato a 16 anni di carcere Alberto Stasi.
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E dalla Procura generale di Milano ieri è emersa la possibilità che per decidere se presentare un’eventuale richiesta di revisione debba prima chiedere alla Procura di Pavia l’invio di ulteriori atti, come appunto le consulenze tecniche, che integrino la sola relazione dei pm inoltrata finora. Con la stessa Procura generale milanese ha espresso la volontà di confrontarsi la difesa del condannato, con gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis che stanno studiando degli atti per chiedere la revisione “entro l’estate”. “È un’indagine stratosferica – dice l’avvocata Bocellari – che non riguarda solo Alberto Stasi, non riguarda solo Andrea Sempio, ma c’è molto di più”.

Alberto Stasi
Il riferimento è agli atti della nuova indagine che hanno riguardato la rilettura e l’approfondimento della precedente inchiesta conclusa con l’archiviazione nel 2017 (per la quale è alle battute finali anche l’indagine di Brescia sulla presunta corruzione in atti giudiziari). “Un quadro molto grave” per i legali di Stasi quello della “fuoriuscite di denaro” dalla famiglia Sempio. Per “pagare quei signori lì” come diceva Giuseppe Sempio, mentre il figlio Andrea intercettato in auto il 9 febbraio 2017 dice “cacciando i soldi si sistema”.
La Procura di Pavia contesta pure a Sempio che sia “palesemente inverosimile” il suo passaggio casuale il pomeriggio del 13 agosto 2007, allegando le piantine e mostrando che casa Poggi non era sul percorso verso la casa della nonna, anzi era “esattamente nella direzione opposta”.

