Il caro carburanti non accenna a diminuire e manca sempre meno al termine dell’ultima proroga del taglio delle accise (previsto fino al 21 maggio). Nel frattempo il prezzo alla pompa rimane alto (anche oltre i 2 euro a litro) e il Governo ha previsto una serie di misure per contrastare il fenomeno. Con 147 voti a favore la Camera ha convertito in legge il primo dei tre decreti carburanti varati dal governo da marzo a oggi, il Dl 33/2026. Un via libera che però sembra già rivelarsi inefficace.

Il decreto era nato il 18 marzo con l’obiettivo di frenare i rincari seguiti alla chiusura dello Stretto di Hormuz. La misura più importante, il taglio delle accise di 24,4 centesimi al litro su benzina e gasolio, è stata poi prorogata fino al 1° maggio. Il problema è che mentre il governo tagliava le accise, le quotazioni internazionali del petrolio continuavano a salire, eliminando quasi completamente il beneficio. Il risultato è che il prezzo reale percepito dagli automobilisti è rimasto sostanzialmente alto.

Le altre misure


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Oltre al taglio accise, il decreto ha introdotto agevolazioni per le categorie più esposte ai rincari del gasolio. Alle imprese dell’autotrasporto è stato infatti riconosciuto un credito d’imposta commisurato alla maggiore spesa sostenuta tra marzo e maggio rispetto a febbraio, con un plafond massimo di 100 milioni. Per il settore della pesca è previsto invece un credito del 20% sulle spese per il carburante nello stesso periodo, con un tetto di 10 milioni. Entrambe le misure devono essere ancora attivate con decreti attuativi, ma intanto la legge c’è.

Il testo ha poi potenziato per tre mesi il ruolo del Garante per la sorveglianza dei prezzi del Ministero delle Imprese, affidandogli (con l’ausilio della Guardia di Finanza) il monitoraggio dell’intera filiera per individuare e reprimere eventuali speculazioni. Un intervento che nella fase iniziale aveva prodotto qualche risultato, contribuendo a ridurre la percentuale di impianti che aumentavano i listini invece di abbassarli.

Il provvedimento è costato 527,4 milioni di euro, coperti attraverso tagli ai ministeri. Il Senato ha però approvato un emendamento che chiede di fare chiarezza su quali voci siano state effettivamente ridotte. Una domanda tutt’altro che marginale, visto che questo è solo il primo di tre decreti e le risorse da trovare non finiscono qui.

L’impatto sulle famiglie


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La preoccupazione su quali risorse economiche prevede di utilizzare il Governo è legata anche all’impatto che la crisi internazionale sta avendo sulle famiglie italiane. Secondo uno studio del Codacons elaborato sui dati Istat, la guerra in Iran sta costando a una famiglia media italiana circa 926 euro in più all’anno a parità di consumi, con i combustibili liquidi saliti del 38,4% in soli due mesi.

Rispetto a questa dimensione del problema, 527 milioni sembrano pochi. E il meccanismo scelto dal governo (tagli temporanei alle accise, prorogati di volta in volta) replica il modello usato durante la crisi del 2022 e anche allora i risultati erano stati controversi. La domanda che resta aperta è se abbia senso continuare a tamponare con misure emergenziali o se serva qualcosa di più strutturale. Che magari richiederà più tempo e passaggi politici impegnativi, ma forse potrà rivelarsi più utile anche in prospettiva di un contesto internazionale altamente instabile.