Il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping visto dalla Cina (dove ero fino a due giorni fa) è molto diverso. Per molti osservatori europei questo summit nasce sotto il segno della guerra in Iran. I cinesi non assegnano a questo conflitto l’importanza preponderante che ha in Europa. Secondo loro la guerra del Golfo sarà discussa, ma solo dopo altri temi. Sul tavolo ci sono Taiwan, i chip, le terre rare, gli investimenti, le sanzioni e i dazi, le catene di produzione e fornitura integrate. Dietro tutto questo c’è una domanda quasi «esistenziale»: fino a che punto Stati Uniti e Cina vogliono ancora convivere dentro un sistema globale condiviso, e fino a che punto invece si stanno preparando a un mondo diviso in blocchi rivali?

L’immagine della relazione sino-americana è cambiata, non da ieri. Una volta era dominata dall’idea dell’interdipendenza: la Cina fabbrica del mondo, l’America mercato dei consumi e centro finanziario globale. Oggi quella relazione è diventata una miscela instabile di competizione strategica, rivalità tecnologica e cooperazione obbligata. Nessuno dei due può permettersi una rottura completa. Ma nessuno dei due considera più l’altro un partner affidabile. Ecco cinque punti da osservare quando Trump e Xi si incontrano a Pechino.



















































1) Sull’Iran Pechino si trova in una posizione ambigua. Da un lato ha tutto l’interesse economico a una de-escalation. La Cina dipende dal petrolio mediorientale, e il blocco o l’insicurezza delle rotte marittime rappresentano una minaccia diretta alla sua sicurezza energetica. Inoltre l’economia cinese, già rallentata, soffrirebbe un nuovo shock globale se i costi dell’energia e dei trasporti deprimono la domanda dei loro clienti (Europa prima di tutto). D’altro lato esiste un calcolo geopolitico più cinico. Ogni volta che gli Stati Uniti devono concentrare risorse militari e attenzione strategica nel Golfo, la pressione americana sull’Indo-Pacifico si riduce. Per Pechino, vedere Washington intrappolata in Medio Oriente non è una cattiva notizia. È una vecchia lezione della geopolitica: impegnare il rivale lontano dal teatro principale. Questa è anche una delle ragioni per cui il prolungamento del conflitto in Ucraina non dispiace a Xi Jinping: in una prima fase ha assorbito risorse strategiche americane, ora continua a pesare sugli arsenali di Nato, Europa, Russia… sì, anche il logoramento militare di Putin non è affatto sgradito ai cinesi. Per questo sull’Iran il summit Trump-Xi probabilmente produrrà dichiarazioni sulla necessità di riaprire pienamente Hormuz, stabilizzare i mercati energetici e garantire la sicurezza delle rotte commerciali. Tanta retorica, pochi fatti. Coordinamento limitato, più simbolico che sostanziale. Nessuno si aspetta una vera convergenza strategica. Ai margini, non è escluso che il dossier iraniano sia un disturbo, per quanto marginale. Washington accusa aziende e intermediari cinesi di sostenere indirettamente i programmi missilistici e dei droni iraniani. Negli ultimi giorni il Tesoro americano ha imposto sanzioni contro individui e società in Cina e a Hong Kong accusati di facilitare i traffici iraniani. Anche alcune raffinerie cinesi sospettate di acquistare greggio iraniano sono finite nel mirino. La risposta di Pechino è stata doppia e rivelatrice. Pubblicamente il governo cinese ha invitato le imprese a non conformarsi alle sanzioni americane. Ma dietro le quinte avrebbe anche chiesto alle banche di congelare nuovi prestiti ad alcune società coinvolte. È il tipico equilibrio della diplomazia cinese: sfidare Washington sul piano politico evitando però di esporsi troppo ai rischi finanziari. Questa dinamica riassume la nuova natura della globalizzazione. La Cina non può apparire debole davanti alle pressioni americane, soprattutto se esse minacciano la sua sicurezza energetica o colpiscono grandi gruppi industriali cinesi. Allo stesso tempo Pechino sa che un’escalation incontrollata danneggerebbe prima di tutto la sua economia.

2) Molto più dell’Iran, il capitolo principale del vertice di Pechino riguarda commercio e investimenti. Qui Trump vuole presentarsi come il leader capace di ottenere risultati concreti e immediati. È probabile che torni dalla Cina annunciando grandi contratti simbolici: acquisti di Boeing, aumento degli acquisti di derrate agricole americane, forse nuovi accordi energetici. Sono operazioni che hanno un forte valore politico interno: permettono al presidente di mostrare che la sua diplomazia muscolare produce vantaggi tangibili per l’economia americana. Per Xi Jinping, invece, il summit serve soprattutto a dare un segnale di stabilizzazione. La leadership cinese sa che investitori e mercati internazionali guardano con crescente preoccupazione al deterioramento delle relazioni con Washington. In questo senso l’incontro ha soprattutto una funzione psicologica: abbassare la temperatura, rassicurare, suggerire che la competizione resta gestibile. Non a caso attorno a Trump si muove una delegazione del grande capitalismo americano. Elon Musk, Tim Cook, Larry Fink, Jensen Huang. È una fotografia interessante dell’America contemporanea: finora questi cosiddetti Oligarchi non sono affatto riusciti a dettare la politica estera; dai dazi alle restrizioni sulle vendite di microchip, fino ai limiti sui visti, Trump ha governato più per l’America MAGA che per il grande capitale. La presenza del capo di NVIDIA nella delegazione è particolarmente significativa. La guerra tecnologica sui semiconduttori è ormai il cuore della competizione strategica fra Washington e Pechino. Gli Stati Uniti cercano di impedire alla Cina l’accesso alle tecnologie più avanzate nei chip e nell’intelligenza artificiale. La Cina risponde usando il proprio dominio sulle terre rare e su segmenti cruciali delle catene industriali. Qui emerge una contraddizione. A Washington, il potere politico considera la Cina il principale rivale strategico. A San Francisco, Austin, New York, le grandi imprese americane continuano a fare buoni affari sul mercato cinese. Apple produce e vende in Cina. Tesla vende ancora molto in Cina nonostante la concorrenza locale sempre più agguerrita. NVIDIA, campione mondiale nei microchip più avanzati per l’intelligenza artificiale, vuole continuare ad avere accesso ai clienti cinesi. L’operazione di «decoupling» o divorzio già avviata da Biden, resta incompleta e piena di ambiguità. Per questo si discute della creazione di organismi permanenti di consultazione commerciale e finanziaria, una sorta di «board» bilaterale incaricato di gestire le tensioni economiche e verificare il rispetto degli accordi reciproci. Sarebbe una forma di istituzionalizzazione della rivalità: non eliminare il conflitto, ma renderlo più prevedibile. Gli investimenti rappresentano il terreno più delicato di tutti. Gli Stati Uniti sono lieti di accettare acquisti agricoli o commerciali cinesi. Ma aprire settori strategici agli investimenti di Pechino è ormai politicamente impossibile. Le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale dominano il dibattito americano, sia a destra che a sinistra.

3) Poi c’è Taiwan, barometro della relazione sino-americana. A Pechino il tema viene definito la «linea rossa inviolabile». È qui che ogni parola conta. Gli osservatori cercano di capire se Trump possa modificare anche solo in qualche sfumatura il linguaggio tradizionale americano sull’isola. Da decenni Washington usa formule volutamente ambigue: non sostiene l’indipendenza taiwanese ma garantisce sostegno militare e deterrenza contro tentativi di annessione militare. Una minima variazione semantica potrebbe avere conseguenze enormi. Trump ha già lasciato intendere che discuterà con Xi delle forniture militari americane a Taiwan. Per Taipei questo è un segnale inquietante. Per il Giappone ancora di più. Tokyo osserva con crescente nervosismo ogni oscillazione americana sulla questione taiwanese, perché considera una crisi nello Stretto come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. Qui emerge un’altra strategia cinese: usare Taiwan per creare frizioni fra Washington e gli alleati asiatici. Se gli alleati iniziano a dubitare della solidità dell’impegno americano, l’intero sistema di contenimento della Cina si indebolisce. Tuttavia anche Xi Jinping deve muoversi con cautela. La leadership cinese non vuole apparire aggressiva proprio mentre cerca di stabilizzare i rapporti economici con gli Stati Uniti. La priorità di Pechino, in questa fase, è preservare almeno l’apparenza della stabilità.

4) L’intelligenza artificiale rappresenta il quarto grande tema del summit, anche se sarà trattato con prudenza. Qui siamo già entrati in una nuova guerra fredda tecnologica. Gli Stati Uniti accusano la Cina di furto sistematico di modelli AI e proprietà intellettuale. Pechino considera le restrizioni americane sui chip un tentativo di contenimento strategico. Eppure entrambi sanno che l’AI introduce rischi troppo grandi per essere lasciati senza alcun coordinamento. Si parla quindi della creazione di canali di «deconfliction», una parola presa dal linguaggio militare: evitare incidenti, incomprensioni, escalation incontrollate. Per Xi Jinping, mostrarsi disponibile su una governance globale dell’intelligenza artificiale ha anche un valore simbolico. La Cina vuole presentarsi non solo come potenza tecnologica emergente, ma come co-architetto delle nuove regole globali. Nel frattempo però la competizione continua. Pechino vuole guadagnare tempo, grazie all’accesso ai microchip Usa più avanzati, per sviluppare una filiera domestica autonoma dei semiconduttori e ridurre la dipendenza dall’Occidente. Washington cerca di rallentare questo processo. Entrambi sanno che la supremazia nell’AI avrà implicazioni militari, industriali e geopolitiche.

5) Infine c’è il tema della tregua commerciale. L’attuale sospensione di certi superdazi scade in novembre. Se il summit andrà bene, probabilmente verrà prorogata. Nessuno crede che le tensioni strutturali siano superate. Trump continua a usare i dazi come strumento di pressione politica. Anche quando i tribunali limitano alcune sue iniziative, la sua amministrazione cerca nuove basi legali per introdurre tariffe punitive. Pechino, dal canto suo, ha rafforzato gli strumenti legislativi per colpire aziende straniere accusate di discriminare le catene di fornitura cinesi. È il segno di una trasformazione storica. La globalizzazione non sta finendo, ma si sta militarizzando. Commercio, tecnologia, energia, investimenti, logistica: tutto viene ormai valutato attraverso la lente della sicurezza nazionale. Per questo il vertice Trump-Xi non produrrà probabilmente grandi accordi storici. Non siamo più nell’epoca delle aperture strategiche alla Nixon o delle grandi integrazioni economiche degli anni Novanta. Siamo nell’epoca della gestione competitiva dell’interdipendenza.

13 maggio 2026, 16:41 – modifica il 13 maggio 2026 | 17:05