di
Massimo Gaggi
Gente geniale, così il presidente americano ha definito i big che si è portato dietro per convincere Pechino ad aprire aziende in Usa, ma dovrà fare concessioni sulle forniture strategiche
Leader della tecnologia e della finanza americana, dal capo di Apple Tim Cook a quello di BlackRock, Larry Fink, arrivati a Pechino prima ancora del presidente. Elon Musk che ha viaggiato a bordo dell’Air Force One: dopo le liti e la fredda riappacificazione, segni dl ritorno a un rapporto cordiale tra i due ex
best buddy.
E lo spettacolare «recupero» di Jensen Huang, il ceo di Nvidia: non faceva parte della missione presidenziale annunciata dalla Casa Bianca ma, grazie a una convocazione «last minute», ha raggiunto Trump durante lo scalo in Alaska per fare rifornimento. Così il presidente è arrivato a Pechino circondato, più che da diplomatici ed esperti di geopolitica, da imprenditori e negoziatori commerciali. «Gente geniale», li definisce.
Leader di molti dei più potenti gruppi del capitalismo tecnologico e finanziario americano che hanno indotto qualcuno a ironizzare: «I tycoon del capitalismo Usa arrivano in Cina accompagnati da Donald Trump». Ironia, certo, anche perché non siamo a una prima assoluta: nove anni fa, nella visita fatta durante il suo primo mandato, Trump era accompagnato da una delegazione di businessmen doppia rispetto a quella attuale.
Ma stavolta i leader delle imprese servono di più a un presidente che arriva al negoziato con Xi Jinping indebolito su vari fronti: l’arma dei dazi in gran parte spuntata perché molti di quelli che ha varato sono stati dichiarati illegittimi dalla magistratura; l’economia interna in sofferenza per l’impennata dell’inflazione e il calo dei salari, anche se la Borsa va bene e il Pil cresce grazie ai massici investimenti in intelligenza artificiale; l’impossibilità di riaprire Hormuz con la forza militare che obbliga Trump a chiedere aiuto al leader cinese.
E, allora, il presidente, che ha comunque Hormuz come priorità, presenta un’agenda orientata al business: dice che la sua prima richiesta a Xi è aprire alle imprese americane. E promette effetti «magici» sull’economia cinese. Niente di nuovo: correva il 1998 quando Bill Clinton a Pechino spiegava ai leader del PCC che il liberalismo applicato al commercio fa miracoli.
Ma sul tavolo del vertice ci sono alcuni affari concreti che, se andranno a buon fine, possono rendere meno aspro il confronto tra le due superpotenze, consentendo a Trump di tornare a casa con contratti da presentare come fattori di rilancio dell’economia Usa, di riequilibrio dei suoi conti con l’estero e di sostegno a settori in difficoltà, come l’agricoltura.
Per riuscirci, però, dovrà fare concessioni, soprattutto sulle tecnologie americane di punta, oggi off limits per i cinesi.
Gli stessi nomi della delegazione di imprenditori indicano gli scopi della missione: Robert Kelly Ortberg, il capo di Boeing, è a Pechino perché spera di siglare l’accordo per la vendita di un gran numero di jet commerciali (si parla di centinaia di B 737 Max) mentre la presenza del ceo di un gigante dell’agricoltura, Brian Sikes di Cargill, indica la volontà di Trump di premere sui cinesi affinché contribuiscano a ridurre lo squilibrio negli scambi commerciali Usa-Cina anche comprando più soia, cereali e altre derrate alimentari.
Il presidente vuole anche che la Cina acquisti petrolio e gas americano, ora che si è chiuso il rubinetto del Venezuela mentre quello dell’Iran è ostruito. Ma nella delegazione non c’è nemmeno uno rappresentante di big oil (tutti alle prese con l’emergenza Hormuz) e la materia è assai delicata: la Cina, che arriva al vertice da posizioni di forza, non ha voglia di diventare dipendente da forniture del suo avversario strategico che potrebbero essere interrotte in qualunque momento.
Un nodo centrale anche per le tecnologie informatiche. Le imprese americane che operano in Cina lamentano grandi limitazioni: soffre, ormai, anche Elon Musk, un tempo considerato, con le sue fabbriche cinesi (Tesla e pannelli solari), un ambasciatore ufficioso di Pechino alla Casa Bianca. Ora si cerca di ripristinare fiducia reciproca attraverso gli affari come promette anche Tim Cook: la sua Apple produce ancora molto in Cina, ma ha spostato varie produzioni altrove in Asia su pressione di Washington.
Ci sarà una correzione della rotta? È quello che ci si chiede soprattutto con riferimento al giallo di Huang, recuperato in extremis. Svista della Casa Bianca che lo aveva dimenticato o il segnale di un possibile sblocco del braccio di ferro Usa-Cina sui microprocessori? Dopo molte remore, Trump aveva autorizzato Nvidia ad esportare gli H200: chip molto avanzati, ma non quanto i Blackwell di ultima generazione. Fin qui, però, le imprese cinesi non li hanno acquistati: da un lato Pechino preme per avere i modelli più avanzati, dall’altro teme di diventare dipendente dagli Stati Uniti per questa tecnologia, esponendosi al rischio di improvvise interruzioni delle forniture o di qualche trappola informatica. Vedremo se la diplomazia sotterranea di Huang ha prodotto risultati.
Infine molti investimenti nelle due direzioni orchestrati, oltre che da Fink, da Steven Schwarzman di Blackstone, David Salomon di Goldman Sachs e altri banchieri. Da gestire mediaticamente con cautela: c’è già chi parla di America colonizzata dagli investimenti cinesi mentre quelli americani in Cina rischiano di apparire in contrasto con la volontà di Trump di riportare in patria tutte le produzioni.
13 maggio 2026 ( modifica il 13 maggio 2026 | 21:57)
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