CREMONA – «A Cremona, ai tifosi, alle istituzioni, a tutte le persone e a tutte le aziende che hanno fatto parte di questo percorso va il mio grazie più sincero e profondo».
Ci sono addii che non fanno rumore. E poi ce ne sono altri che arrivano come una sirena nella notte, improvvisi ma inevitabili, lasciando dietro di sé il silenzio di un palazzetto vuoto e il peso di una storia che cambia città. La Vanoli lascia Cremona, lascia la provincia che l’aveva vista nascere e crescere, per trasferirsi a Roma. La notifica ufficiale è arrivata martedì 12 maggio 2026: il titolo sportivo passa nella Capitale grazie all’acquisizione del progetto da parte del gruppo guidato da Donnie Nelson e Rimantas Kaukenas. Roma ritrova così la Serie A, mentre Cremona perde una delle sue realtà sportive più amate.
È la fine di un viaggio iniziato trent’anni fa a Soresina, diventato poi simbolo di un territorio intero. Un’avventura che nel tempo aveva saputo trasformarsi da piccola favola di provincia in presenza stabile della massima serie. Una squadra capace di vincere una Coppa Italia nel 2019, due campionati di Serie A2, una Coppa Italia e una Supercoppa Lnp. Ma soprattutto capace di dare identità a una città.
Martedì sera, all’agriturismo Del Cortese di Soncino, alla Gambisa, durante la tradizionale festa di fine stagione, Aldo Vanoli si è presentato davanti a sponsor, amici, tifosi e collaboratori con un pizzico di malinconia negli occhi. Più che un presidente, sembrava un uomo chiamato a salutare una parte della propria vita.
«Dal 2003 a oggi ho avuto il privilegio di sostenere insieme alla mia famiglia e dal 2011 di guidare in prima persona un progetto sportivo capace di andare ben oltre i risultati del campo. Con passione, entusiasmo e senso di responsabilità abbiamo costruito una realtà in grado di competere ai massimi livelli della pallacanestro italiana. E lo abbiamo fatto con risorse molto inferiori rispetto ad altre società».
È forse questo il punto che più gli sta a cuore. L’orgoglio di chi sa di avere costruito qualcosa contro ogni pronostico. Cremona non aveva il budget delle grandi piazze, né strutture all’avanguardia, né un bacino enorme. Eppure la Vanoli è rimasta lì, anno dopo anno, a giocarsela con tutti. Ogni stagione è stata una sfida ma abbiamo sempre investito nelle idee e nelle persone. Abbiamo fatto squadra dentro e fuori dal campo, con una gestione attenta e conti sempre sotto controllo.
La Vanoli in effetti non è mai stata soltanto una squadra. Era un pezzo di domenica per migliaia di persone. Era il PalaRadi pieno nelle notti importanti, era la trasferta organizzata all’ultimo minuto. Una comunità, come la definisce lo stesso Vanoli. «Le persone che ci hanno accompagnato in questi anni sono state la vera forza del club. È proprio questo legame che mi ha spinto a riflettere con grande attenzione sul futuro».
Un futuro che, negli ultimi mesi, aveva iniziato a diventare sempre più complicato. Il basket moderno corre veloce, chiede investimenti continui, strutture, sponsor, progettualità internazionali. E tenere in piedi quasi da soli una società di Serie A, in una realtà piccola come Cremona, stava diventando un peso enorme. «Ho cercato in ogni modo di garantire stabilità al progetto, ma un modello basato su un impegno personale così diretto è difficile da sostenere nel lungo periodo».
Da qui la ricerca di nuovi investitori, i contatti, le trattative, i tentativi di mantenere il club sul territorio. «Abbiamo esplorato diverse possibilità per continuare il percorso a Cremona. Purtroppo le condizioni non si sono concretizzate».
Poi è arrivata Roma. Una proposta forte, internazionale e ambiziosa. Un gruppo disposto a investire e a rilanciare il progetto in una piazza storica del basket italiano. «Si è concretizzata una manifestazione di interesse da parte di importanti investitori stranieri che hanno espresso la volontà di sviluppare il nostro progetto nella città di Roma con una visione di lungo periodo».
La frase che più colpisce, però, arriva subito dopo: «Così la Vanoli in qualche modo non morirà. La sua matricola non scomparirà, la sua storia non sarà cancellata, ma entrerà a testa alta in una nuova dimensione. L’ho già detto, il Falco, nostro simbolo da sempre, non muore: lascia il nido e spicca il volo. L’abbiamo cresciuto come un figlio e, proprio come succede ai figli, a un certo punto è giusto lasciarlo andare».
Dentro questa immagine c’è tutta la malinconia di una città che vede partire una delle sue squadre più amate in questi anni.
Vanoli non nasconde il dispiacere. «È una decisione che non ho maturato con leggerezza. So bene cosa significa questo passaggio per il territorio e per tutte le persone che hanno accompagnato il nostro percorso».
Ma nel dolore trova spazio anche la gratitudine. Soprattutto pensando all’ultima sera al PalaRadi. «Quell’applauso così lungo, convinto e caloroso risuona ancora nelle mie orecchie. Mi ha profondamente commosso e ripaga di tutti gli sforzi fatti in questi anni».
Resteranno i ricordi. Le salvezze conquistate all’ultima giornata. Le imprese impossibili. La Coppa Italia alzata nel 2019. Le facce di chi c’era dall’inizio, da Soresina fino alla Serie A. Resterà soprattutto l’idea che, per trent’anni, una piccola provincia lombarda sia riuscita davvero a sedersi al tavolo dei grandi.
Da oggi però il futuro parla romano. E mentre nella Capitale si prepara un nuovo inizio, a Cremona resta il rumore dolceamaro di una storia che chiude i battenti senza essere mai davvero finita.

