Vassallo è fotografo prima che regista, e si vede, nel senso buono, quello in cui “si vede” è un complimento e non una constatazione. La macchina da presa ha l’occhio di chi sa che un dettaglio vale un continente: una composizione rigorosa, quasi pittorica, che all’improvviso cede alla pasta umana dei protagonisti, al loro odore di cucine e di paura. Niente commento fuori campo, niente cartelli didascalici, niente del paternalismo da documentario da festival che spiega allo spettatore cosa deve sentire. Vassallo inquadra e si fa da parte. Come un buon bartender: prepara, serve, sparisce.

Basti pensare alla scena con cui apre il film: una donna islamica, velata, attraversa New York portando in giro — evidentemente per una consegna — una maglietta con l’effige di Trump. Appena dopo un discorso televisivo in cui il candidato tuona contro gli immigrati che dipinge come mostri e assassini. Non c’è didascalia. Non serve. Vale da sola più di mille articoli, saggi o, Dio ce ne scampi, thread su X.

Le immagini si susseguono con un effetto caleidoscopico: cieli americani abbacinanti, rodei, vacche, strade rurali che tagliano il nulla, zucche di Halloween, manifesti elettorali sbattuti dal vento. Marilyn Monroe e Ronald Reagan che fanno capolino dagli schermi come fantasmi di un’altra America. La ruota magica di Coney Island — ma non ci sono più né i guerrieri della notte di Walter Hill né Alvy Singer e Annie Hall di Woody Allen. Più che un Luna Park, è diventato un Lunar Park, quello caro a Bret Easton Ellis: un luogo inquietante che assomiglia all’originale senza esserlo più. Tra le Dixon Duchess della pallavolo e i Dixon Duke del football non si tratta dei nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers, ma del crepuscolo di un American Dream per chi negli States non ci è nato ma li ha desiderati e amati, quegli Stati non più Uniti.

Foto di Mercedes Corveddu