La maglia rosa 2017 segue la corsa come analista tv: “Per anni la mia vita è stata un circolo vizioso, quando ho smesso mi sono sentito libero. E ho scoperto la corsa”
14 maggio 2026 (modifica alle 09:30) – POTENZA
C’è un Giro d’Italia che Tom Dumoulin non ha mai davvero lasciato. Non quello delle classifiche, delle cronometro vinte o del Trofeo Senza Fine alzato al cielo di Milano nel 2017. Ma quello più intimo, fatto di ricordi, ferite, liberazione e nostalgia. A Potenza, mentre il gruppo arrancava sulle strade lucane e il connazionale e amico Koen Bouwman (ieri 7°) provava l’assalto da lontano, quattro anni dopo essere stato aiutato proprio da Dumoulin a vincere nel capoluogo della Basilicata, l’ex campione olandese osservava tutto da bordo strada. Non più corridore. Non ancora distante dal ciclismo. Oggi Dumoulin è analista tv per la Nos, ma il suo sguardo tradisce ancora l’anima del vincitore. E quando parla del Giro, la voce cambia.
Tom, dove tiene il Trofeo Senza Fine?
“È a casa, custodito gelosamente nel salotto”.
Il ricordo più bello del Giro?
“La festa insieme ai compagni di squadra in Piazza Duomo. C’era anche la mia famiglia”.

C’è una tappa che ricorda con piacere?
“Quella di Oropa. Vinsi in maglia rosa e fu una tappa spartiacque. Sapevo che Pantani aveva vinto anche lui al Santuario di Oropa. Mi avvicinai al suo tempo di scalata e ne fui orgoglioso”.
Insomma, si è studiato bene la storia del Giro.
“Sì, ma sto ancora studiando! Anzi, vi annuncio che scriverò un libro e che uscirà prima del Giro 2027, a dieci anni dalla mia vittoria. Ci sono ancora tante cose del Giro che non conosco”.
Un altro ricordo speciale della corsa rosa?
“La cronometro iniziale del Giro 2016. La mia prima vittoria e anche la mia prima maglia rosa”.
Ad Apeldoorn batté Roglic per un centesimo.
“Le strade erano piene di tifosi orange e fu emozionante. Poi mi ritirai per problemi fisici, ma dentro di me sapevo che l’anno dopo avrei potuto vincerlo”.
Dopo il trionfo raccontò di aver avuto quasi un rigetto del ciclismo.
“Sentivo di piegarmi continuamente alle esigenze degli altri. Sponsor, tifosi, squadra, tecnici. Tutti avevano un’idea precisa di ciò che dovevo fare. Ma nessuno mi chiedeva: ‘Tom, come stai?’. Era estenuante. Ho iniziato a sentirmi depresso. Sono arrivato persino a odiare il ciclismo. A odiare la bicicletta”.
Infatti si è ritirato molto prima di quanto tutti immaginassero.
“Ricordo che il giorno dopo il ritiro continuavo a farmi domande: cosa devo fare oggi? Cosa devo mangiare? Quale allenamento mi aspetta? Non riuscivo a uscire da quel circolo vizioso. Per anni la mia vita era stata soltanto ciclismo”.

Che sensazione è stata smettere?
“Mi sono sentito liberato”.
Per questo ha capito Simon Yates dopo il suo ritiro?
“L’ho capito perfettamente, perché mi sono trovato nella stessa situazione”.
Oggi, però, lei appare diverso. Più leggero. Più sereno. Adesso sembra felice.
“Sì. Ho ricominciato anche ad andare in bici per allenamento e divertimento. E ho scoperto anche la corsa: ho partecipato a diverse maratone. Inoltre, dall’anno prossimo sarò il direttore dell’Amstel Gold Race. Insomma, sto facendo tutto ciò che da ciclista non avrei mai fatto. È il momento di divertirmi e decidere finalmente da solo cosa fare”.
Il presente, però, resta il Giro. Che idea si è fatto dell’edizione di quest’anno?
“Che mi sarebbe piaciuta tantissimo quella cronometro piatta di 42 chilometri! Non sarà decisiva, ma dirà molto sulla classifica”.
Le cadute hanno già fatto vittime importanti come Adam Yates e Buitrago.
“Il ciclismo sa essere davvero crudele. A volte è pericoloso. Quando scivoli sull’asfalto bagnato a 60 all’ora e colpisci un guardrail… cosa puoi farci? Non esiste protezione contro questo”.
La seconda tappa ha già mostrato il primo affondo di Vingegaard, suo ex compagno di squadra.
“Davvero ottimo. Ho visto bene anche Van Eetvelt e un Pellizzari in forma. Quello è stato un primo test, ma troppo breve per dire davvero qualcosa. L’alta montagna racconterà tutta un’altra storia”.
“Non posso che dire Jonas Vingegaard. Ha vinto due Tour battendo Pogacar e anche una Vuelta. Se non avrà problemi, vincerà il Giro e completerà la tripla corona”.

Anche se ha perso Wilco Kelderman?
“Una brutta perdita il suo ritiro. Lo conosco bene, era mio compagno alla Sunweb l’anno della mia vittoria al Giro. Lui cadde nella tappa del Blockhaus. Corsi e ricorsi storici… stavolta in favore di Jonas”.
E Pellizzari? L’Italia sogna con lui.
“È bravo e spero davvero per voi italiani che possa farcela. So quanto crediate in lui e quanto aspettiate un vincitore italiano dal 2016. Ma Jonas è uno dei più grandi. Ha battuto Pogacar. E la Visma oggi è la squadra più all’avanguardia del mondo”.
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