di
Marco Confalonieri*

«Era tempo di Covid, ma la diagnosi di Hantavirus non fu difficile per i colleghi sloveni, che erano abituati a periodiche epidemie di questo tipo di virus, legato all’arvicola dopo la cosiddetta “pasciona” del faggio»

Sono direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio all’Università di Trieste, dirigo la Struttura di Pneumologia dell’Ospedale cittadino e abito nel comune di Trieste, ma a soli tre chilometri dalla vicina Slovenia. La Slovenia è una nazione verde principalmente montana e coperta di boschi.

Nella tarda primavera del 2021 sono stato richiesto di interessarmi per una consulenza esterna di un caso di grave polmonite occorso alla moglie di un triestino di origine slovena che era stata ricoverata per grave polmonite in un ospedale sloveno non lontano dal confine di Gorizia. 



















































Eravamo in tempo di pandemia, ma mi fu subito detto che il test COVID era negativo e che la giovane paziente non aveva mai avuto alcuna patologia prima di allora. La donna era stata a visitare la cascina dei genitori, posta ai margini del bosco, e si era adagiata a riposare nel fienile. 

Pochi giorni dopo aveva avuto febbre con dolori muscolari e forte malessere oltre a tosse con striature di sangue. All’ingresso in ospedale era stata trovata in insufficienza respiratoria e renale, perché oltre alla polmonite bilaterale aveva anche nefrite. 

La diagnosi di Hantavirus non fu difficile per i colleghi sloveni che erano abituati a periodiche epidemie di questo tipo di virus che causa una febbre emorragica, con possibile coinvolgimento anche di rene e cuore. L’utilizzo di cortisonici a basso dosaggio e prolungato per almeno una settimana aveva contribuito a ridurre la forte infiammazione, simile a quella delle «tempeste citochiniche» da COVID e aveva posto in salvo la paziente italo-slovena che poi era stata dimessa senza conseguenze.

Perché i medici sloveni pensarono subito all’Hantavirus? Perché c’erano già stati più di un centinaio di casi quell’anno e questo avviene periodicamente pochi mesi dopo la «pasciona» del faggio ovvero la periodica iperproduzione di faggiola, il frutto del faggio, che aveva di colpo fatto aumentare la popolazione dell’arvicola, il piccolo roditore dei boschi che è ghiotto di questi frutti che avevano tappezzato nei precedenti mesi autunnali i numerosi boschi di faggio sloveni. 

I colleghi sloveni mi dissero che queste epidemie hanno una cadenza circa decennale, perché la produzione esagerata di frutti del faggio non avviene spesso, ma circa ogni dieci anni. Come aveva potuto infettarsi con l’Hantavirus la nostra giovane donna? Visitando la cascina dei genitori dove i piccoli topi dei boschi avevano lasciato tracce di saliva e urina infettate dal virus.

Ora, la epidemia di hantavirus della nave da crociera proveniente dalla Patagonia ha spaventato molti per un riflesso condizionato dalla recente pandemia di COVID-19. Anche l’Hantavirus, come i coronavirus, può dare gravi forme di polmonite potenzialmente mortale, ma la contagiosità interumana è molto inferiore e non possiamo paragonare l’impatto delle due diverse infezioni virali. L’Hantavirus non è un nuovo virus per la specie umana, come lo era il SARS-CoV-2, è sempre esistito.

*Direttore della Struttura Complessa di Pneumologia Ospedale Universitario di Trieste

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14 maggio 2026 ( modifica il 14 maggio 2026 | 08:12)