di
Stefania Ulivi, inviata a Cannes
«L’intelligenza artificiale? Se non rovina la creatività è solo un effetto speciale»
Peter Jackson tra Gollum e Tintin. Ancora fresco delle emozioni per la standing ovation, sincera e appassionata, ricevuta alla cerimonia inaugurale insieme alla Palma alla carriera consegnata dal «suo» Frodo (Elijah Wood), il regista premio Oscar se ne è goduta un’altra, se possibile più sentita, in occasione del Rendez-vous con il pubblico. È l’uomo che è riuscito nell’impresa, portare sul grande scherno le saghe di Tolkien, Lo Hobbit e
I
l signore degli anelli. Che, dopo 3 miliardi di dollari e 17 premi Oscar, non accennano ad avvicinarsi alla fine, per la gioia dei fan. Il prossimo capitolo, Lord of the Rings: The Hunt for Gollum arriverà nel 2027. Ma non sarà lui a dirigerlo, precisa.
«Il film riguarda la psicologia di Gollum, e la sua dipendenza. Ho pensato che Andy Serkis (l’attore che lo ha sempre interpretato, ndr) fosse più adatto di me a farlo, visto che conosce il personaggio meglio di chiunque altro. Gli ho dato massima libertà. Sarà entusiasmante, vedrete». Si tratta di una sorta di spin off-sequel di quanto narrato ne Il signore degli anelli, con Aragorn sulle tracce di Gollum e dell’anello.
In quanto a Jackson, il regista neozelandese è al lavoro su un altro progetto ad alto rischio, legato a una promessa fatta a Steven Spielberg. «Ho lavorato con Fran Walsh su una sceneggiatura di Tintin, la stavo scrivendo proprio qui fino a qualche ora fa in camera d’albergo. Finalmente sto tornando nel mondo dell’eroe di Hergé, lo adoro». Nel 2011 produsse Le avventure di Tintin di Spielberg
, l’accordo prevedeva che il collega americano avrebbe prodotto il sequel diretto da lui. «Steven ha girato il suo film, 15 anni dopo io non ho ancora fatto il mio. Mi sento un po’ a disagio…»
Cannes per lui è veramente un luogo del cuore, conferma. «Non sono un ragazzo da Palma d’oro, mi commuove l’idea di riceverla. Il percorso della saga de Il signore degli anelli è partito da qui». Ma ancora prima, sulla Croisette ha trovato la spinta per fare sul serio con il cinema. Era il 1988, lui ragazzo in bermuda in giro per il Marché du Film cercava interlocutori per il suo esordio, Fuori di testa. «Ricevere il badge fu come ricevere il biglietto d’oro da Willy Wonka. Ma sono arrivato sul red carpet in pantaloncini corti. E la sicurezza mi ha mandato via».
All’epoca, ricorda, non c’era molto spazio per il cinema di genere. Le cose sono cambiate, il merito è anche suo. «Questi film sono un’ottima palestra per chi vuol fare sentire la propria voce. Soprattutto l’horror, si muove sulla linea di confine tra ciò che vediamo e ciò che si nasconde».
La molla da ragazzo scattò grazie a King Kong, visto in tv a nove anni
. «Per me è stato uno spartiacque. Ho capito che sarei diventato un regista». Anche maestro e pioniere nell’uso delle tecnologie al servizio della narrazione.
«L’intelligenza artificiale distruggerà il mondo? Per me è semplicemente un effetto speciale, non diverso dagli altri. Non mi dispiace affatto — sostiene —. Se si crea un duplicato di qualcuno che ha concesso i diritti legalmente, non vedo il problema. Che esiste quando l’immagine delle persone viene rubata».
14 maggio 2026 ( modifica il 14 maggio 2026 | 09:39)
© RIPRODUZIONE RISERVATA