voto
6.5

  • Band:
    WITCHING HOUR
  • Durata: 00:43:06
  • Disponibile dal: 22/05/2026
  • Etichetta:
  • Dying Victims Productions

Streaming non ancora disponibile.

Alcune band cambiano pelle inseguendo una maturazione studiata a tavolino, altre si evolvono quasi inconsapevolmente, trascinando con sé il proprio integralismo sonoro e la propria attitudine fino a trasformarle in qualcosa di diverso: i tedeschi Witching Hour, che quest’anno, con il quarto album in studio, celebrano il ventesimo anno di attività, appartengono senza dubbio alla seconda categoria.
Nati fra l’adorazione per Venom (e il nome adottato, in tal senso, è emblematico), Sodom e Destruction, sono noti per l’approccio sporco e ferale che ha caratterizzato la loro proposta fin dal debutto “Rise Of The Desecrated”; il trio di Rehlingen ha progressivamente arricchito il proprio linguaggio incorporando negli anni sempre più elementi di un thrash-heavy metal epico e battagliero, con melodie e strutture più complesse e ambiziose rispetto a quelle dei primi giorni. Tale percorso è culminato con il terzo album del 2018, quel “…And Silent Grief Shadows The Passing Moon” che riusciva a conciliare la consueta violenza esecutiva a qualche barlume di melodia, specie per le chitarre armonizzate nel classico stile ‘maideniano’.

Otto anni dopo, con il marchio della Dying Victims Productions a fare da garanzia, ritornano con questo quarto lavoro, accompagnato da un certo fermento in un underground teutonico da poco reduce di pubblicazioni interessanti – come testimoniano i nuovi lavori di Cruel Force (non a caso il loro chitarrista Slaughter accompagna i Witching Hour in sede live sin dal lontano 2014), Diabolic Night e Sphinx (per dirne alcuni), band che con i Witching Hour hanno ben più di qualche antenato in comune.
Sin dalle prime note, si percepisce la volontà del trio di ampliare ulteriormente il proprio spettro sonoro, a partire dall’introduzione pianistica dal gusto funereo – che ben rispecchia le macabre e solenni vibrazioni espresse dall’artwork – a fungere da apertura su scenari gotici, prima che il disco esploda in un soprassalto di riff di chitarra vorticosi, di basso pulsante e batterie stratificate che confermano immediatamente quanto la band abbia ormai abbandonato la semplice dimensione black/thrash degli esordi, mutando in una creatura sospesa tra heavy metal classico, speed e thrash metal melodico dalle tinte sepolcrali.
I brani si dilatano frequentemente oltre i sei o sette minuti (con la conclusiva “…And Then Came The Flames” a superare addirittura gli undici), nel tentativo di costruire vere e proprie suite dal respiro epico e solenne, ed è qui che emergono i limiti del disco: se da un lato infatti i Witching Hour  possiedono ancora la capacità di evocare atmosfere crepuscolari senza risultare ‘artefatti’ o forzati, va detto che non tutto funziona con la medesima naturalezza. Le melodie chitarristiche mantengono quella malinconia dal sapore antico che aveva reso interessante il precedente lavoro, il basso continua ad avere un ruolo sorprendentemente centrale e dinamico, e la produzione – curata da Sascha Bastian, chitarrista e batterista della band – riesce a valorizzare ogni dettaglio, ma il connubio fra il tessuto strumentale e quello vocale inizia a  mostrare delle crepe.

Mentre il thrash-heavy metal del terzetto ha ormai puntato verso coordinate sempre più raffinate (per il genere s’intende), melodiche e atmosferiche, la componente vocale continua a rimanere ancorata a un’idea molto più primitiva del loro sound, appiattendo la costruzione delle dinamiche e delle atmosfere in generale.
Jan Hirtz – che qui suona anche la chitarra – mantiene il suo classico registro ruvido e sgraziato, perfettamente adatto al black/thrash degli inizi, ma decisamente meno convincente all’interno di composizioni che cercano pathos, dinamica ed epicità, stavolta particolarmente monocorde.
In diversi momenti si crea quasi una frattura fra il lavoro strumentale – sempre più stratificato – e un cantato che finisce invece per appiattire le finezze strumentali e le sfumature emotive dei brani, realizzando un contrasto il quale, invece, sul capitolo precedente funzionava meglio: ed infatti, alcuni passaggi più lenti e atmosferici perdono mordente proprio quando dovrebbero elevarsi definitivamente, mentre certe sequenze di riff finiscono col somigliarsi più del dovuto, facendo emergere una certa dispersione compositiva, come se il salto evolutivo dei Nostri fosse avvenuto senza la totale coesione necessaria per realizzarlo.
Nelle cavalcate, va detto, sopravvivono bagliori di piacevole – seppur derivativa – composizione e, ad onor del vero negli intrecci di accordi e nelle armonie di chitarra si avverte l’influenza tanto dei primi Maiden quanto quella delle sovraincisioni melodiche dei Metallica di “Ride The Lightning”, laddove in taluni passaggi la furia dei primissimi Running Wild lascia ancora sopravvivere il fascino barbarico degli esordi  (“Where Time Has Ceased To Exist”).

Forse questo quarto capitolo non possiede l’equilibrio del suo predecessore, ma, nonostante queste riserve, non ci sembra giusto liquidare il disco come una delusione, anche perché è indubbio che nelle furiose cavalcate funebri dei nuovi brani continui ad agitarsi una personalità autentica e un selvatico spirito creativo, sempre più distante dal revivalismo degli esordi, testimone del fatto che i Witching Hour tentano di emanciparsi definitivamente dall’ombra dei propri numi tutelari senza rinunciare del tutto alla rozza ferocia che ne aveva definito l’identità.
Date queste premesse, qualora i Witching Hour riuscissero definitivamente nell’impresa, parleremmo forse di una delle più interessanti realtà della scena heavy metal underground proveniente dalla Germania.