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Redazione Milano
L’avvocato Gianluigi Tizzoni quantifica una cifra intorno ai 350/400 mila euro, bloccati su un conto dedicato. Alla famiglia non interessano i soldi, «prioritario l’accertamento della verità»
«È svilente, immaginare che» l’aspetto economico legato al risarcimento «costituisca anche solo un remoto pensiero per la famiglia Poggi. Per loro era prioritario l’accertamento della verità, oggi qualcuno la vuole mettere in discussione e nelle sedi opportune, quindi in aula, affronteremo questo tema». Così il legale dei genitori di Chiara Poggi, Gianluigi Tizzoni, secondo cui sono disposti «a restituire la somma» ricevuta come ristoro per la perdita della loro figlia, qualora intervenga una sentenza che possa cambiare il quadro e le responsabilità.
«Si romanza molto su cifre folli. I Poggi ad oggi sono arrivati a 350/400 mila euro, cifra importante e degna, da cui vanno scorporati i costi legali e dei vari consulenti e che ovviamente verranno restituiti – aggiunge Tizzoni – Io tuttavia mi soffermo a pensare che la famiglia Poggi anche oggi, in qualche modo, è costretta ad affrontare spese e disagi e lo fa serenamente perché l’aspetto economico non è prioritario». Inoltre «quelle somme sono bloccate su un conto dedicato. La famiglia Poggi non le usa per vivere e va avanti serenamente con le propria disponibilità».
Il legale è poi ritornato a parlare dei tantissimi hater che hanno preso di mira i genitori di Chiara e che dall’anno scorso ad oggi sono stati denunciati. Querele sporte in tutta Italia, per diffamazione aggravata e pure stalking nei confronti di chi ha «insistito con argomenti usciti anche dalla fantasia più assoluta e che sono andati a incidere sulla vita delle singole persone. Hanno vissuto malissimo – ha proseguito parlando dei familiari di Chiara -. Sono stati aggrediti senza possibilità di replica come succede su queste trasmissioni su internet», dove «non c’è un reale contradditorio. Sono talmente tante che diventa impossibile seguire» i procedimenti.
Commentando le parole del ministro Nordio sul caso Garlasco, l’avvocato dichiara: «Il ministro in parte ha ragione, però non nel caso specifico. Non ha colto nel segno soprattutto dove non sa o forse non conosce il dato che l’appello bis del 2014 non è stata una rilettura degli stessi elementi ma un’integrazione e un rifacimento del processo». Nordio, riferendosi al delitto di Garlasco e alla sentenza di Alberto Stasi a 16 anni di carcere, aveva detto che la legge va cambiata perché non si può condannare dopo due assoluzioni. «A mio modesto avviso – ha proseguito il legale – il ricorso per Cassazione, che è il giudice di legittimità, deve rimanere sempre perché è il giudice che controlla il rispetto delle regole nel procedimento. Abolirlo è un non senso». «Nel caso di Garlasco – ha proseguito – i giudici dell’appello del 2011 avevano espressamente scritto di non voler addivenire alla lettura unitaria degli indizi», cosa che «è un principio sacrosanto che la Cassazione aveva affermato». Da qui la decisione di annullare la sentenza che anche in secondo grado aveva mandato assolto Stasi.
Ma per il legale c’è «molto di più: in primo grado era stata ritenuta fondamentale una testimonianza che poi è risultata falsa. Quindi chiederei al ministro: è corretto che una sentenza si regga su una falsa testimonianza?» ha aggiunto l’avvocato, riferendosi a quella resa dall’ex maresciallo dei carabinieri della stazione di Garlasco Francesco Marchetto. «È a mio avviso un punto centrale. Non è corretto sostenere che una sentenza viziata da una falsa testimonianza non possa essere impugnata». «C’è di peggio: in primo grado era stata disposta una perizia sulla camminata che era stata fatta in modo incompleto, non erano stati considerati i gradini» che Stasi aveva detto di aver sceso quando scoprì il corpo senza vita di Chiara.
Insomma, per rimediare a queste e altre mancanze e ottenere, per esempio, gli esami genetici sulle unghie della vittima, nel nuovo processo di secondo grado sono state disposte tre perizie e l’audizione di parecchi testimoni. «È durato quasi un anno, dall’aprile al dicembre 2014, anche in ossequio ai principi della Cedu che giustamente prevedono che non si possa limitarsi a rivedere i dati e le testimonianze». «Non condivido le considerazione del ministro sullo specifico caso di Garlasco – ha chiuso Tizzoni – e non condividerei mai che si possa o si debba sopprimere il giudizio davanti alla Corte di Cassazione».
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14 maggio 2026
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