Dal 25 maggio Cat People riporta in sala Bianca (1984) e La messa è finita (1985). Due film che hanno intercettato prima degli altri le crepe sentimentali e politiche dentro cui l’Italia continua, ostinatamente, a muoversi.
«Va bene, continuiamo così, facciamoci del male!» (Michele Apicella)
Tutto Bianca è già in questa battuta. Pronunciata — per una questione di Mont Blanc scavato con il cucchiaio nel posto sbagliato, per una faccenda di equilibri della panna e della castagna che l’interlocutore non capisce, non vuole capire, non ha gli strumenti per capire — con quella miscela inimitabile di sarcasmo, dolore e rassegnazione attiva che è la firma stilistica e morale di Nanni Moretti. Una battuta che non è solo una battuta. È un programma. È una dichiarazione di poetica. È, a ben guardare, il modo in cui un’intera generazione ha imparato a descrivere la propria relazione con il mondo.
Perché il dolore, in Moretti, non è mai muto. Anzi, parla troppo. Parla di scarpe basse portate scalcagnate, di piante che muoiono nonostante le cure, di amici che deludono e di Mont Blanc trattati come cannoli siciliani. «Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo», dice ancora Michele Apicella. E si capisce subito che non sta parlando di scarpe. Come Freud non parlava mai solo di quello di cui parlava, così Moretti non parla mai solo di quello di cui parla. Il cinema come disciplina dell’allusione: ogni oggetto è un sintomo, ogni lamentela è una cosmologia.
Dal 25 maggio Cat People Distribuzione riporta in sala Bianca (1984) e La messa è finita (1985). Non due film da museo, non due classici da riverire a distanza di sicurezza. Due organismi vivi, capaci di reagire al presente con una forza che il tempo, invece di consumare, ha moltiplicato. Rivedere Moretti nel 2026 non è un atto nostalgico. È una verifica. Un misurare quanto il presente fosse già scritto dentro quel cinema, con un anticipo che a tratti sfiora il profetico.
