Roma, 15 maggio –  Si susseguono con cadenza pressoché quotidiana i messaggi rassicuranti delle autorità sanitarie nazionali e internazionali relativamente alla possibilità di focolai epidemici provocati dall’hantavirus.

A ribadire non c’è nessun allarme al riguardo è stato ancora una volta il ministro della Salute Orazio Schillaci (nella foto), che nella risposta al Question time alla Camera in merito ai rischi di diffusione dell’Andes in Italia e all’efficacia del nuovo piano pandemico e del Servizio sanitario nazionale rispetto alla possibile evoluzione dei contagi, ha detto con chiarezza che “i cittadini devono stare tranquilli, l’Hantavirus si conosce e monitoriano. Non è il Covid. Qualcuno, in maniera autolesionistica, ha detto che eravamo fermi. Non è così, c’è stata risposta concreta, tempestiva e coordinata. Emaneremo altre indicazioni se e quando le evidenze scientifiche lo diranno”.

Ma a ribadire che il  focolaio di hantavirus scoppiato sulla nave Mv Hondius pone “un rischio molto basso per il pubblico indistinto”, dato che, “se tutti seguiremo le linee guida sulla quarantena, eviteremo ulteriori trasmissioni” del virus ha provveduto anche Gianfranco Spiteri, capo della sezione Global Epidemic Intelligence and Health Security dell’Ecdc europeo (nella foto),  nel corso di un briefing con la stampa online da Stoccolma,

La direttrice del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, Pamela Rendi-Wagner, riconosce che si tratta comunque di una “situazione molto complessa”, dato che “coinvolge 23 diverse nazionalità” e che il “periodo di incubazione” della malattia è molto lungo, “fino a 6 settimane”.

Andreas Hoefer, esperto di microbiologia ed epidemiologia molecolare, spiega che “tutte le sequenze” ottenute finora “sono identiche”, cosa che indica l’origine del focolaio da “un evento singolo di trasmissione da animale a uomo”, una zoonosi.

Gli ultimi dati Oms e le ipotesi sul “paziente zero”

Intanto l’Oms, nel suo ultimo rapporto rilasciato il 14 maggio, informa che i casi di hantavirus segnalati al 13 maggio sono in totale 11, “inclusi 3 decessi (tasso di mortalità del 27%). Otto casi sono stati confermati in laboratorio come infezione da virus Andes, due sono probabili e un caso rimane non conclusivo ed è in fase di ulteriori accertamenti”.

Quello rilasciato ieri dall’agenzia sanitaria dell’Onu è il terzo bilancio sul cluster di hantavirus diffuso a dalla notifica – il 2 maggio scorso – di casi di grave malattia respiratoria a bordo della nave da crociera Mv Hondius. Dal report precedente pubblicato l’8 maggio, precisa l’Oms “sono stati segnalati altri due casi confermati in Francia e Spagna”, oltre al “risultato non conclusivo per un caso negli Stati Uniti. Tutti i casi riguardavano passeggeri della nave” precisa l’Oms. E da qui partono tutte le ipotesi in ordine a chi possa essere il “paziente zero” che ha innescato il focolaio epidemico. Quella più accreditata, sulla base delle informazioni disponibili, è che il primo a contrarre l’infezione, prima di imbarcarsi, sia stato un passeggero rimasto esposto a roditori roditori sulla terraferma. Le indagini sono in corso per chiarire le circostanze e la fonte del focolaio, in collaborazione con le autorità di Argentina e Cile, dove il virus Andes è endemico, ma le fonti di informazione hanno già riportato l’identità di quelli che potrebbero essere i principali indiziati. Si tratta del settantenne ornitologo olandese Leo Schilperoord e di sua moglie Mirjam, 69 anni, anche lei ammalatasi e deceduta pochi giorni dopo il marito, Avrebbero contratto l’infezione  durante la visita in una discarica a cielo aperto vicino ad Ushuaia, nella Terra del Fuoco, dove si erano recati per vedere gli uccelli rari, al termine di un viaggio di cinque mesi in Sud America concluso con l’imbarco sulla nave da crociera MV Hondius, dove avrebbero appunto innescato il focolaio. Le evidenze attuali, compresa l’analisi preliminare delle sequenze genetiche, suggeriscono una successiva trasmissione inter-umana a bordo della nave, con sequenze virali quasi identiche tra i diversi pazienti.

Report UniPi, contenuti online su hantavirus                                                        aumentati del 500%, il vero rischio è l’infodemia  

Ma, al di là di tutte le rassicurazioni, il gran parlare degli ultimi giorni sull’hantavirus – comprensibile, soprattutto dopo Covid – qualche conseguenza ha già cominciato a produrla: la produzione di contenuti online legata al virus è infatti aumentata del 500% negli ultimi sette giorni monitorati. Sebbene in questa fase non si riscontrino ancora filoni strutturati di misinformazione o campagne di disinformazione organizzate nel nostro Paese, il sistema rileva i primi inequivocabili segnali di una deriva infodemica.

Ad analizzare la situazione informativa nel periodo 6-12 maggio è il Risp, Report infodemico per la sanità pubblica prodotto dal Pisa Public Health Research Lab dell’Università di Pisa, diretto da Caterina Rizzo (nella foto), professore ordinario del Dipartimento di Ricerca traslazionale e delle Nuove tecnologie in Medicina e Chirurgia e coordinato da Cesare Buquicchio, direttore scientifico del progetto CreSP – Comunicazione del rischio in emergenza per la Sanità Pubblica,  e realizzato da Francesco Gesualdo, Veronica Bartolucci e Diana Romersi. 

Il report, riferisce un comunicato, fotografa tre tendenze principali: un riflesso condizionato alimentato dalla memoria del Covid-19 che genera una forte polarizzazione sui social media e sfiducia immediata verso esperti e istituzioni;  una crescente pressione dei media generalisti, i quali, alla ricerca di engagement, tendono a sovradimensionare la reale portata epidemiologica dei contagi attuali; la tendenza dei profili creator di lifestyle e generalisti a usare hantavirus in chiave ironica o attraverso i “meme”, decontestualizzando l’informazione sanitaria per generare visibilità personale.

“In questo scenario, l’attività di social listening non è solo un esercizio di monitoraggio, ma uno strumento per identificare le azioni prioritarie di comunicazione del rischio e contrasto alla disinformazione da mettere in atto” si legge nella nota del Risp. “È prioritario identificare e colmare tempestivamente i vuoti informativi che emergono dalla discrepanza tra l’elevato volume di ricerche da parte dei cittadini (sintomi, mappe di diffusione, rischi occupazionali) e la limitata disponibilità di contenuti informativi ufficiali e basati sulle prove scientifiche”.

La nota osserva anche che a fronte di una sovrabbondante produzione di contenuti online, la comunicazione social del Ministero della Salute nel periodo osservato si limita a un solo post su hantavirus che rimanda alla sezione FAQ del sito del dicastero. Da qui un rilievo critico: “La storia delle recenti emergenze sanitarie insegna che ogni spazio lasciato vuoto dalla comunicazione istituzionale viene rapidamente colonizzato da narrative distorte” si legge nella nota diffusa dal Risp, che conclude ricordando che “agire sui segnali precoci qui delineati è fondamentale per prevenire la cristallizzazione di nuove distorsioni narrative nel dibattito pubblico”. Che è un po’ come dire che il rischio di possibili derive infodemiche va contrastato con decisione, invitando implicitamente chi può (e deve) fare qualcosa a farlo.