Ricerca, salute e nuove terapie, il giovedì alle 18
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Un amminoacido già molto diffuso come integratore alimentare potrebbe aprire nuove prospettive nella prevenzione del morbo di Alzheimer. È quanto emerge da una ricerca condotta in Giappone e pubblicata sulla rivista scientifica Neurochemistry International, secondo cui l’arginina sarebbe in grado di limitare alcuni dei processi associati alla malattia neurodegenerativa.
APPROFONDIMENTI
Gli studiosi hanno osservato che questa sostanza naturale riduce l’accumulo delle proteine beta-amiloidi, considerate tra le principali responsabili dei danni cerebrali tipici dell’Alzheimer.
I test, effettuati su moscerini della frutta e modelli murini, hanno mostrato anche una diminuzione dell’infiammazione cerebrale e un miglioramento delle capacità comportamentali nei topi trattati.
L’arginina non è un farmaco sperimentale: si tratta di un amminoacido presente naturalmente in molti alimenti ricchi di proteine, come carne, pesce, latticini, uova, frutta secca e legumi. Da anni viene utilizzato anche sotto forma di integratore per diverse applicazioni mediche grazie al suo buon profilo di sicurezza.
L’Alzheimer
La malattia di Alzheimer colpisce oggi oltre 50 milioni di persone nel mondo. Una delle caratteristiche principali della patologia è l’accumulo nel cervello di proteine beta-amiloidi che, aggregandosi, formano placche considerate tossiche per i neuroni e associate a processi infiammatori. Negli ultimi anni sono stati sviluppati farmaci specifici per rimuovere queste placche, ma i benefici clinici sono risultati limitati in molti pazienti. Inoltre, alcune terapie possono provocare effetti collaterali importanti, come edema o microemorragie cerebrali, oltre ad avere costi molto elevati.
I test del team giapponese
Per questo il team giapponese ha scelto un approccio differente: invece di eliminare le placche già formate, i ricercatori hanno studiato la possibilità di impedirne la formazione. L’arginina agirebbe infatti come “chaperon chimico”, aiutando le proteine a mantenere una struttura corretta e riducendo il rischio di aggregazione anomala. Gli esperimenti di laboratorio hanno mostrato che concentrazioni più elevate di arginina riducono la formazione delle fibrille tossiche di beta-amiloide. Le immagini ottenute al microscopio hanno evidenziato fibre più corte e meno sviluppate rispetto ai campioni non trattati.
Successivamente gli studiosi hanno testato la sostanza su modelli animali geneticamente modificati per sviluppare sintomi simili all’Alzheimer umano. Nei moscerini della frutta l’arginina ha limitato l’accumulo di amiloide e i danni neurologici. Nei topi, invece, il trattamento somministrato attraverso l’acqua potabile ha ridotto il numero di placche presenti in aree fondamentali del cervello come ippocampo e corteccia cerebrale. Secondo i ricercatori, il dato più interessante è che l’arginina non sembrerebbe diminuire la produzione delle proteine beta-amiloidi, ma ostacolare direttamente il processo che porta alla loro aggregazione. Nei topi trattati sono stati osservati anche effetti positivi sul comportamento: maggiore attività, più movimento nei test di laboratorio e una riduzione dei marcatori infiammatori associati all’Alzheimer.
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