Si addice allora a Napoli il ciclismo. Se è vero, come sarà vero oggi, che il Giro d’Italia arriva qui per il quinto anno consecutivo, come solo negli anni 30 dei bisnonni e nei nostri gioiosi anni 60 era accaduto. Il Giro d’Italia la più importante manifestazione dello sport italiano a costo zero per lo spettatore è metaforicamente ai piedi di una Napoli cordiale, da Grand Tour, non tronfia, non sbruffona.
APPROFONDIMENTI
Al Plebiscito
Partenza stamane da Paestum Capaccio, dopo la tappa di ieri partita da Praia a Mare e terminata a Potenza: maglia rosa il portoghese Alfonso Eulalio, che ha detronizzato Giulio Ciccone, e vittoria di tappa allo spagnolo Igor Arieta. Non ce ne eravamo accorti ma il Giro ama Napoli più ancora di quanto ami Milano, che talora di recente l’ha snobbata. Napoli, e stavolta Piazza del Plebiscito come traguardo, in uno sprint totalmente inedito, volgendo infatti le spalle al mare. Svanita la possibilità di un ulteriore traguardo su via Caracciolo. Un traguardo a Piazza del Plebiscito, cuore sentimentale della città, Toledo in fondo, Chiaia sulla sinistra, la Basilica di San Francesco di Paola a cingere i primi e gli ultimi del gruppo: è un tuffo al cuore. Zenit di uno sprint atipico, lasciando via Marina per risalire via Acton in leggera salita, e la curva ultima a destra ulteriormente incrinata dai sampietrini, Piazza del Plebiscito, di fronte a Palazzo Reale, incoronerà un primo nobile. Sarà Paul Magnier, il giovane irresistibile principe francese, sarà Jonathan Milan, un gigante friulano che attende la giusta ventura, sarà Dylan Groenewegen, un veltro olandese che spunta dove non c’è spazio per i mortali, chissà.
Il Giro d’Italia dai Templi al lungomare: festa per la carovana rosa
E se invece il finale della piana e non lunga Paestum Capaccio-Napoli di 141 km ci riservasse, proprio nell’ottica di un chilometro finale anomalo per i velocisti puri, l’affondo geniale di un finisseur, uno di quei mefistofelici acrobati che sanno cogliere la pausa del plotone, per schizzare via come un dardo, protetto dalla nuvola favorevole degli eroi omerici? Pensiamo a Diego Ulissi, Diego nel nome di Maradona raccontava, a Cristian Scaroni, allo stesso Thomas Silva, un uruguagio che a Suarez e Cavani preferiva Pantani, se non ad un Filippo Ganna, che di chilometri lunghi da rendere brevissimi è campione del mondo, in pista e anche su strada.
30 anni dopo Cipollini
Certo, la fantasia brulica di immagini fantastiche, da puntare sull’icona di Piazza del Plebiscito, dove il Giro d’Italia era arrivato a Napoli solo in un’altra edizione, la Caserta-Napoli del 1979, ma era una cronometro, ed era un podio straordinario: Francesco Moser, primo e in maglia rosa, davanti a Knut Knudsen e a Giuseppe Saronni, che il Giro l’avrebbe poi vinto. Chi vincerà? potrebbe essere chissà addirittura Jonas Vingegaard, se non Giulio Ciccone, l’abruzzese già in rosa conterraneo di Madonna, o proprio il giovane Giulio Pellizzari, che di Vingegaard corre da alter ego. E già, perché poi a Napoli, se di ciclismo prettamente italiano vogliamo raccontare, un vincitore ci manca dal Mario Cipollini del 1996. Trenta anni dopo ricominciamo a tessere la paziente trama del Giro con una maglia che sia emblematicamente – siamo pur sempre devoti a Napoli – di sottofondo azzurra.