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Nel cuore della Penisola Arabica, tra autostrade che tagliano il deserto e convogli di mezzi pesanti in movimento giorno e notte, sta nascendo una delle più imponenti riconversioni logistiche degli ultimi anni. La crisi di Hormuz, aggravata dall’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele, ha costretto i Paesi del Golfo a reinventare in tempi record le proprie rotte commerciali, trasformando camion, ferrovie e porti del Mar Rosso in una gigantesca alternativa terrestre alle tradizionali vie marittime.


APPROFONDIMENTI

Quella che fino a poco tempo fa sembrava solo una semplice infrastruttura regionale è diventata oggi un corridoio strategico essenziale per l’economia globale. Le lunghe colonne di camion che attraversano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman ricordano, in versione moderna, le antiche carovane commerciali che per secoli hanno collegato il Golfo al Mediterraneo e all’Africa.

Con le tensioni geopolitiche che continuano a minacciare uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta, governi e multinazionali hanno iniziato a spostare merci via terra per evitare il blocco dei traffici nello stretto da cui transita una quota decisiva del commercio energetico mondiale.

La rivoluzione di Maaden

Tra i casi più emblematici c’è quello di Maaden, il colosso minerario controllato dallo Stato saudita.

Dopo l’intensificarsi della crisi regionale, l’amministratore delegato Bob Wilt ha avviato una massiccia operazione di emergenza per mantenere attive le esportazioni di fertilizzanti, fondamentali per la catena alimentare globale.

Nel giro di poche settimane l’azienda ha moltiplicato il numero di camion impiegati lungo le tratte interne saudite, arrivando a migliaia di mezzi operativi ininterrottamente tra il Golfo Persico e i porti del Mar Rosso. Ogni camion viaggia con due autisti per garantire continuità giorno e notte, in una corsa contro il tempo che punta a evitare carenze nei mercati agricoli internazionali.

La scelta di spostare grandi quantità di merce attraverso il deserto nasce dalla necessità di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz, diventato sempre più vulnerabile alle tensioni militari. Sebbene il trasporto terrestre sia più costoso e meno efficiente rispetto alle rotte marittime, la strategia sta consentendo ai Paesi del Golfo di limitare i danni economici e mantenere in movimento parte degli scambi internazionali.

Anche i grandi operatori globali della logistica stanno adattando le proprie reti. Aziende come MSC Mediterranean Shipping Company e Maersk hanno iniziato a utilizzare collegamenti terrestri attraverso la Penisola Arabica per aggirare le aree più esposte del Golfo Persico.

Come cambia la geografia commerciale

Il risultato è una vera e propria riconfigurazione della geografia commerciale della regione. Porti secondari, fino a ieri marginali, sono diventati snodi essenziali. È il caso di Khor Fakkan, porto affacciato sul Golfo dell’Oman che ha registrato un’esplosione del traffico merci. Se prima della crisi transitavano poche centinaia di camion al giorno, oggi le autorità locali gestiscono migliaia di mezzi pesanti quotidianamente.

Il porto, gestito dalla società Gulftainer, era tradizionalmente utilizzato come hub di trasbordo tra navi. Con il conflitto, però, il suo ruolo è cambiato radicalmente: i container vengono ora scaricati e caricati direttamente su camion diretti verso centri logistici, magazzini e aree industriali dell’intera penisola.

Per sostenere il nuovo volume operativo, l’azienda ha assunto centinaia di lavoratori in tempi rapidissimi, riconvertendo personale amministrativo in operatori di piazzale e addetti alla gestione dei convogli. Nuove aree di smistamento sono state costruite nel giro di pochi giorni per far fronte alla crescita del traffico.

Anche il settore ferroviario sta assumendo un ruolo sempre più centrale. Negli Emirati Arabi Uniti, Etihad Rail ha recentemente effettuato il primo grande trasporto ferroviario di automobili nel Paese, collegando il porto di Fujairah alla capitale Abu Dhabi. Un segnale della volontà del Golfo di costruire infrastrutture alternative capaci di ridurre la vulnerabilità delle rotte tradizionali.

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Oleodotti e terminali sul Mar Rosso

Nel frattempo, i grandi esportatori energetici della regione stanno puntando su oleodotti e terminali sul Mar Rosso per mantenere attive le spedizioni di petrolio e gas. Saudi Aramco ha intensificato l’utilizzo della rete Est-Ovest che collega i giacimenti sauditi al porto di Yanbu, mentre gli Emirati stanno ampliando il ruolo strategico di Fujairah come punto di uscita del greggio verso i mercati internazionali.

La crisi ha mostrato con chiarezza quanto il commercio globale fosse dipendente da un singolo passaggio strategico. Per decenni la priorità è stata massimizzare velocità ed efficienza attraverso Hormuz; oggi invece governi e aziende stanno investendo nella resilienza, anche a costo di aumentare tempi e spese di trasporto.

Nel caso di Maaden, la sfida è diventata anche politica e industriale. L’Arabia Saudita considera il settore minerario uno dei pilastri della diversificazione economica voluta dal piano Vision 2030. Il gruppo saudita sta infatti ampliando la produzione di fosfati, oro e alluminio, oltre a collaborare con partner statunitensi su progetti legati ai metalli strategici e alle terre rare.

Per continuare a esportare fertilizzanti, l’azienda ha dovuto adattare rapidamente anche i porti del Mar Rosso, che non erano progettati per gestire enormi volumi di fosfati. Sono stati costruiti depositi temporanei, installati nuovi sistemi di tubature e riconvertite infrastrutture per il trasporto di materiali chimici corrosivi.

Nonostante l’aumento dei costi logistici e il fatto che molti camion rientrino vuoti dopo le consegne, il boom dei prezzi internazionali delle materie prime sta compensando le spese aggiuntive. E soprattutto sta permettendo alle esportazioni saudite di continuare a raggiungere Africa, Asia e Sud America.

Secondo diversi analisti del settore, quanto sta accadendo nel Golfo rappresenta uno dei più grandi esempi recenti di adattamento logistico in tempo di crisi. Carichi che fino a pochi mesi fa sembravano destinati a rimanere bloccati riescono ancora a raggiungere i mercati internazionali grazie a una rete improvvisata di camion, treni, porti e corridoi desertici. Una trasformazione nata dall’emergenza ma che potrebbe ridisegnare in modo permanente il commercio mediorientale e gli equilibri economici della regione.


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