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Tra i busti di Dante e Leonardo, sotto il grande affresco di Mario Sironi dipinto nel 1935 — un’opera monumentale che raffigura l’Italia circondata dalle arti e dalle scienze, ancora attraversata da evidenti richiami simbolici al fascismo — Leone XIV ha fatto il suo ingresso nell’Aula Magna della Sapienza Università di Roma accolto da una standing ovation.


APPROFONDIMENTI

È la stessa Aula nella quale, diciotto anni fa, venne impedito di parlare a Benedetto XVI. Stavolta, invece, un altro Papa entra senza contestazioni, dentro un clima profondamente diverso, quasi a voler chiudere simbolicamente una delle fratture più dolorose tra il Vaticano e il mondo accademico italiano.

Leone XIV sceglie però di non evocare direttamente quella ferita. Nessun riferimento polemico, nessuna rivincita esplicita nei confronti del predecessore costretto nel 2008 a rinunciare alla visita dopo le proteste di una parte del corpo docente e degli studenti.

Il Pontefice preferisce guardare avanti, sottraendosi a qualsiasi logica identitaria o conflittuale. Eppure tutto, nella scena, sembra parlare anche di quella memoria: il Papa accolto dove un altro Papa era stato respinto.

Fin dall’inizio del suo intervento Leone prova a stabilire un legame diretto con gli studenti. «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo», dice quasi subito, consegnando all’Aula una frase destinata probabilmente a diventare la sintesi più citata della giornata.

Poco prima, entrando nell’ateneo accolto dalla rettrice Antonella Polimeni e dal cardinale Baldo Reina, aveva già tracciato il perimetro culturale della visita parlando del rapporto tra fede e ragione: «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità alla fine cerca Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione».

Il discorso di Leone

Il discorso preparato per il corpo accademico assume subito un respiro globale. Non è un intervento universitario, ha più un taglio pastorale. Leone XIV intreccia il tema della formazione con quello delle guerre, delle disuguaglianze, delle trasformazioni tecnologiche e della crisi spirituale dell’Occidente contemporaneo.

Loda apertamente la collaborazione nata tra la Sapienza e la Chiesa per consentire ad alcuni studenti di Gaza di continuare gli studi nonostante il conflitto. Un esempio concreto, secondo il Papa, di università intesa non come spazio neutrale o autoreferenziale, ma come luogo capace di custodire umanità e responsabilità civile. Il centro del suo intervento resta però l’inquietudine delle nuove generazioni. Leone racconta di aver ricevuto centinaia di domande dagli studenti e sceglie di soffermarsi soprattutto sul disagio diffuso prodotto da «un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia». È qui che arriva una delle frasi più forti del discorso: «Noi non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo».

Nel linguaggio di Leone XIV ritorna così una critica già presente nel magistero di Papa Francesco, ma sviluppata con accenti più filosofici ed esistenziali: la denuncia di una civiltà tecnocratica che rischia di trasformare l’essere umano in funzione produttiva, dato statistico o semplice terminale digitale.

Da qui il passaggio successivo, quello sulla guerra. «Che mondo stiamo lasciando?», domanda il Papa all’Aula Magna lasciando volutamente aperto l’interrogativo. La risposta arriva subito dopo: «Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra».

Secondo Leone XIV esiste ormai «un inquinamento della ragione» che dal piano geopolitico si riversa dentro le relazioni sociali, alimentando polarizzazione, semplificazioni ideologiche e costruzione sistematica del nemico. È un passaggio che sembra riferirsi non solo ai conflitti armati contemporanei — Ucraina, Gaza, Libano, Iran — ma anche al clima culturale sempre più radicalizzato dell’Occidente.

Per questo il Papa richiama esplicitamente il valore della memoria storica: «Il dramma del Novecento non va dimenticato». E torna a evocare il «mai più la guerra», collegandolo direttamente al principio costituzionale del «ripudio della guerra» inserito nell’articolo 11 della Costituzione italiana.

Il riferimento non è casuale. Leone XIV lega infatti il tema della pace alla responsabilità politica ed economica dell’Europa contemporanea. «Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme», osserva. Poi aggiunge una frase destinata inevitabilmente a suscitare dibattito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».

Il Papa affronta anche il tema delle intelligenze artificiali, indicando un altro fronte cruciale della contemporaneità. «Occorre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti».

È un passaggio che riflette la crescente preoccupazione della Santa Sede verso l’automazione delle decisioni militari e l’utilizzo dell’AI nei sistemi bellici contemporanei. Da qui l’appello finale agli studenti: trasformare l’inquietudine in responsabilità storica e profezia civile. «Non cedete alla rassegnazione», dice il Papa. «Studiate, coltivate, custodite la giustizia». Poi la conclusione, quasi programmatica per il suo pontificato: «Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera».


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