Recensione di
Simone Emiliani
giovedì 14 maggio 2026
Bronco, Sid e Sophia sono i principali membri dello staff di una squadra speciale d’élite, organizzatissima e molto esperta a muoversi nell’ombra nella ‘zona grigia’ tra la moralità e l’immoralità, la legalità e l’illegalità, il potere e il denaro e la violenza. Quando Salazar, uno spietato despota, si impossessa di un miliardo di dollari, il team guidato da Sophie, chiamata “la Mamma”, entra in azione con una missione che si presenta, sin dal primo momento, quasi impossibile.
Per portarla a termine con successo non deve sbagliare nulla. Gli agenti devono così affidarsi al loro sangue freddo, alla capacità di infiltrarsi senza farsi scoprire e di usare al meglio le armi e gli esplosivi ad alto potenziale. Ma l’operazione si complica subito e si trasforma in una guerra senza esclusione di colpi con inganni, doppi giochi e tradimenti. Salazar si dimostra un nemico molto difficile da sconfiggere e quando la vita di uno di loro è in serio pericolo, quello che conta è la lotta per la sopravvivenza e ogni errore può essere fatale.
Mission: Impossible secondo Guy Ritchie.
Il cineasta non ha mai diretto nessun capitolo della saga. Forse il suo cinema d’azione, fin dai tempi di Lock & Stock – Pazzi scatenati e Snatch – Lo strappo è fin troppo riconoscibile nel suo stile per adattarsi al modello, proprio per l’adrenalina pop evidente nei suoi esiti migliori ma anche per come mostra la lealtà e i tradimenti tra i personaggi, la sete di denaro, la lotta di potere. I frequenti ralenti, il lunghissimo flashback che apre questo nuovo film con l’azione che già parte nello sfondo nero dei titoli di testa, il montaggio serrato mostra evidentemente già il suo strappo rispetto alla popolare serie cinematografica statunitense.
Ma il modo in cui mostra i luoghi (i grattacieli di New York, l’isola-trappola) e la sfida estrema oltre i propri limiti della squadra di agenti speciale che cerca di recuperare con ogni mezzo i soldi fanno di In the Grey il personale Mission: Impossible del cineasta britannico. Si vede nel modo in cui definisce le figure interpretate da Jake Gyllenhaal, Henry Cavill ed Eiza González, per come mostra in modi diversi le maschere del demonio e dell’inganno di Carlos Bardem e Rosamund Pike e soprattutto nella funzione degli oggetti come cimici nascoste, la zipline e nell’esercitazione della squadra degli agenti con tutto il loro armamentario prima di fronteggiare Salazar e il suo team.
Forse la sceneggiatura dello stesso Ritchie si (auto)compiace eccessivamente nel gioco che sta costruendo a partire dalla voce-off iniziale e dialoghi che finiscono per intasare l’azione invece che dargli ritmo. Ma nel momento in cui depone le armi della scrittura ed entra nel pieno dell’azione, In the Grey decolla sia con soluzioni che rendono ancora più aspra la guerra (la confisca dei beni di Salazar), sia con quei tocchi da black humour citazionista (la voce di Katharine Hepburn in La regina d’Africa), sia infine con momenti di pura azione, esemplari nella loro essenzialità e tensione come l’agguato al café e tutta la parte finale.
Qui Ritchie gioca sul terreno a lui congeniale, non cerca più di deviare dal suo percorso con tentazioni ‘autoriali’ e porta a casa il risultato. L’atteggiamento è quello giusto, simile a Soderbergh nella saga degli Ocean’s. In più, rispetto al passato, non c’è più il sospetto di un prodotto pensato essenzialmente per la piattaforma streaming come gli ultimi suoi lavori, in particolare Il ministero della guerra sporca e Fountain of Youth. L’eterna giovinezza. Infine, ha valorizzato in pieno Eiza González, al terzo film insieme al regista, trasformandola in una specie di burattinaio nascosto ed estremamente sofisticato. In In the Grey è lei l’asso nella manica.
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