di Paolo Giordano
Il cantautore dialoga con Paolo Giordano per l’uscita dell’autobiografia «Luca non parlava mai»: la malattia, i sentimenti, Dalla e Jovanotti, la moglie Marina. «Mio padre era contrario alla proprietà privata, alla fine non aveva nulla da lasciarci: la sua eredità più importante sono i suoi diari»
«Non amo molto parlare, ancora meno parlare di me». Esordisce così Luca Carboni. Non lo fa per parafrasare il titolo del suo libro, Luca non parlava mai. Né tantomeno per spocchia. Semmai sta porgendo delle scuse anticipate, per quando si troverà a esitare nelle risposte, a dubitare di quello che ha appena detto, a lasciare una frase a metà seguita da un lungo silenzio. Eppure il libro lo ha scritto, e nel libro parla proprio di sé. Della sua vita, della sua musica, delle persone che lungo il percorso lo hanno cambiato. Il progetto è nato dopo la malattia, un tumore polmonare per cui è stato curato, prima con la chemio poi chirurgicamente. E il racconto inizia da lì, dall’ospedale, dalle infusioni della mattina insieme agli altri pazienti, che diventano malgrado le ritrosie una comunità. Come se ci fosse un legame diretto fra l’esperienza terrorizzante eppure così ordinaria del cancro, e la carriera eccezionale di cantautore.
«Nel periodo della malattia mi sono allontanato dalla musica» mi dice. «Ho lavorato sulla pittura e sul disegno. Mi davano consolazione, anche perché richiedevano meno energie. Nel frattempo meditavo, ascoltavo audiolibri. Nemmeno dopo l’intervento, quando mi sono tornate un po’ di forze, l’istinto è stato di riprendere il disco lasciato in sospeso. Ho invece coinvolto Luca Beatrice per esporre i miei quadri. Nel costruire la mostra, intitolata Rio Ari O, lui mi ha spinto ad allargare lo sguardo, a tirare fuori anche tutto il resto di me, i bloc-notes, gli appunti, le liste che ora si trovano all’inizio dei capitoli. Schizzi, disegni, tentativi di romanzi. Fogli sparsi, compresi quelli che avevo abbandonato nella vecchia casa e che mio padre aveva conservato con cura».
Il libro mantiene una traccia di questa origine frammentaria. Non è un’autobiografia in senso classico. Non si avverte, ad esempio, quell’aura di predestinazione così comune nei resoconti di que- sto tipo. Qui tutto è pervaso dal pudore, eppure i sentimenti filtrano. Il più commovente è proprio la tenerezza del padre di Luca, che ha annotato, nei suoi diari, tutto ciò che il figlio faceva, come uomo e come artista.
«Mio padre era contrario alla proprietà privata (non ha mai posseduto una casa). Alla fine non aveva niente da lasciarci, solo piccoli oggetti. La sua eredità più importante sono i suoi diari. La ricchezza di sguardo che aveva su di me, e che trapela da quegli appunti, l’aveva per tutti e cinque noi fratelli, e anche per i suoi genitori. Nella stessa pagina trovavi scritto: “Luca concerto a Bologna”, “Elisabetta operata al gomito” poi “esame di fisica trenta e lode” su mio fratello maggiore. Sapevamo di questa sua attività, ma abbiamo avuto accesso ai diari solo quando abbiamo iniziato ad accudirlo».
Leggendo il libro, ricomponendo i frammenti, si ha l’immagine di una vita al riparo da grandi dolori, da lacerazioni, anche da tormenti artistici troppo acuti. Con l’unica eccezione della malattia, che ha comunque avuto un esito positivo. Mi sono chiesto se sia andata veramente così la vita di Luca Carboni, o se sia una scelta di racconto. «In effetti non ho vissuto grandi traumi o sofferenze, nemmeno crisi creative profonde. Semmai ho rimandato, quando non mi sentivo pronto. Mi sono preso molto tempo, infatti in quarant’anni ho realizzato pochi dischi in confronto ad altri.
Dalla musica sono sempre entrato e uscito. Ogni volta cercavo di dimenticare tutto e di ripartire da capo. Per questo i miei dischi sono così diversi fra loro». Il libro è anche un catalogo di incontri decisivi. Fra tutti, come ci si aspetta, giganteggia quello con Lucio Dalla, che per primo ha incoraggiato Carboni a cantare i pezzi che scriveva. L’ingresso di Dalla in scena – coricato su un frigorifero dei gelati – è puramente romanzesco. «Sento ancora l’esigenza di ascoltare la musica di Lucio. Soprattutto del Lucio cantautore. Come è profondo il mare, Dalla e Lucio Dalla. Ma anche il Qdisc, dove c’era Telefonami tra vent’anni. Che poi è la fase in cui l’ho conosciuto. Era appena diventato orfano. Dopo la morte di sua madre gli era venuto fuori tutto. Era illuminato».
Se dovesse scegliere una canzone di Dalla, una sola, da spedire come messaggio nello spazio? «Forse L’anno che verrà. O Anna e Marco. Quelle che avevano una vocazione popolare comunque. Perché per Lucio era importante arrivare a tutti. Essere semplice pur rispettando le sue esigenze intellettuali».
E se dovesse sceglierne una sua, di Luca Carboni, da spedire nello spazio per farsi capire da una civiltà aliena? «È difficile. Ho sempre portato avanti due anime, quella più drammatica e quella più ironica. Bisognerebbe mettere insieme almeno Farfallina e Ci vuole un fisico bestiale». Nel libro, tuttavia, compare una sintesi efficace della sua poetica: «Io, attraverso l’amore, cerco di raccontare tantissime cose. Sparare canzoni d’amore è l’unica, vera, grande arma che ho a disposizione». Avevo intuito questo aspetto della sua scrittura – cantare di amore per parlare del mondo – ascoltando, a vent’anni, Mi ami davvero. Lì, il contrasto fra la verità della persona amata e la falsità circostante è esplicito. Ma l’amore delle canzoni pop è quasi sempre quello iniziale, giovanile, l’amore-innamoramento. Mentre Carboni ha una storia coniugale lunga e stabile. «Ma l’amore riserva sempre delle sorprese! Dopo molti anni ti scopri ancora all’inizio di qualcosa. Emergono lati di te e dell’altra persona che non sapevi. Anche da grandi può capitare all’improvviso di sentirsi come I ragazzi che si amano di Prévert». Fa una pausa molto lunga, come allontanandosi dietro un pensiero, forse valutando se condividerlo. Poi, adombrato, dice solo: «Mi sono perso».
Il nuovo libro di Luca Carboni
Gli chiedo quanto sua moglie, Marina Vanni, sia stata presente nel suo percorso artistico. Dal libro non è così chiaro. Prevale una continua istanza di protezione, di lei e della loro privacy. «Io ho sempre fatto quello che sentivo, però lei era sempre lì vicino. È stata anche una giudice, con cui avevo l’esigenza di confrontarmi, pur senza censure. Prima di avere un figlio vivevamo tutta la musica in due, con la sensazione che la musica stessa ci tenesse legati. Praticamente eravamo una band. Quando abbiamo fatto il tour con Lorenzo (Jovanotti, nel 1992), lui trovava strano che ci fosse sempre Marina con noi. Mi aveva detto: non vedo l’ora di avere una dimensione simile alla tua. E poi gli è successo, con Francesca». Nel libro Carboni racconta i suoi esordi come l’emergere di una soggettività nuova. Gli anni ottanta, il crollo dei grandi sistemi di pensiero, il rigetto delle ideologie, la fine della storia eccetera. I cantanti, forse per la prima volta, si concentravano sul proprio vissuto personale.
«Quando ho cominciato avevo l’impressione di essere molto individualista rispetto agli artisti che mi avevano preceduto. In realtà, oggi so che non raccontavo davvero di me, quanto della mia gene- razione. Di un’emozione collettiva. Mi muovevo insieme agli altri. Il pop è un’esperienza condivisa che alcuni riescono a sintetizzare in una voce. Non è un caso che la sua storia sia fatta dai giovani. Quando diventi adulto cambia. Non sei più uno “contro”. Come padre, per esempio, non puoi essere contro i figli. Allora subentra un altro sguardo, più indirizzato verso te stesso. Per assurdo, è da grandi che si diventa davvero individualisti. E anche se resti attento a quello che accade fuori, non riesci più a riassumerlo attraverso di te».
Forse l’arco storico iniziato negli anni ottanta raggiunge il suo termine proprio adesso, sono molti a sostenerlo, e nell’arrivare a conclusione ci mostra i suoi lati più oscuri. Tuttavia non so che cosa si affacci al suo posto, perciò domando a Carboni se lo sappia lui, musicalmente almeno. «È un mondo musicale nuovo, che mette insieme molti aspetti che noi avremmo trovato contraddittori. La dance e il cantautorato, Guccini e il jazz, il rock e De André. Una trasversalità che per la mia generazione non sarebbe stata ammissibile. Devo ancora capire se è interamente positiva o se è un appropriarsi acritico di elementi disparati. A volte una cosa mi sembra interessantissima e poi si smentisce il momento dopo. Qualcosa di quello che sta succedendo nella musica mi sfugge. Ma sono sempre disposto a scoprire». Non si lascia trascinare facilmente nel nostalgismo, ma lo faccio io per entrambi. Ascoltando i suoi primi dischi si ritrova un’epoca che aveva, mi pare, una spontaneità diversa. O forse sbaglio a chiamarla spontaneità, forse era altro.
«Gli anni in cui ero ventenne, pur con tutti gli strascichi degli anni di piombo e al netto dei danni che avrebbero prodotto, erano di grande libertà. Per tutti. Con Lucio arrivavamo in moto in piazza Duomo a Milano, o in piazza Maggiore a Bologna. Non c’erano le ztl, non c’erano orari, i posti restavano aperti fino alla mattina. Si beveva in mezzo alla strada senza timore delle multe. La socialità era più aperta. C’erano stimoli ovunque, per tutti, non solo per i privilegiati che si occupano di arte. La vita media era meno impaurita, meno progettata da altri. Eravamo meno sorvegliati. Secondo me è stato l’ultimo periodo in cui l’uomo era senza tempo». Anche nel libro cita molti luoghi: Bologna e San Luca, l’Appennino, l’Isola d’Elba, Trastevere.

Perfino una puntata alle Svalbard. «Parlare di luoghi era un modo per sfuggire un po’ da me. Ma è vero che ho sempre amato le descrizioni. Le due sponde della Senna nei libri di Simenon, la campagna in quelli di Herman Hesse. Penso che i luoghi plasmino le persone che si muovono al loro interno molto più di quel che immaginiamo, che ne condizionino le esistenze. Volevo che la mia musica venisse raccontata anche attraverso i posti da cui è scaturita».
In Inno nazionale, che aveva un testo caustico e un videoclip dirompente (girato da Alex Infascelli), Carboni reagiva invece al suo tempo, all’avvento della Lega Nord. La Lega originale, quella di Umberto Bossi, che ormai ci appare quasi innocente nelle sue istanze secessioniste. Gli chiedo una cosa dell’Italia di oggi che non gli piace, e una che al contrario apprezza. «In quella canzone parlavo del meridionale che diventa razzista contro i meridionali solo perché vive a Bologna.
Dagli anni novanta il razzismo ha cambiato bersagli, non è più contro altri italiani, ma è sempre lì. Spietato. Non mi piace vivere in un clima di paura, di tensione costanti. Qua, in periferia, ci sono anche gruppi di quartiere, che mettono cartelli, che fanno le ronde. Quello che mi piace invece…». Un’altra lunga pausa. Poi: «Quello che mi piace è che gli italiani, nonostante tutto, sanno ancora trovare la felicità». Per il momento la scrittura di musica nuova è in attesa. Ma c’è un tour in corso, che a suo modo, proprio come il libro, viene dall’esperienza di aver esposto le proprie opere pittoriche. Infatti condivide il titolo della mostra, Rio Ari O. Sono le prime sillabe con cui Carboni è arrivato sui giradischi d’Italia, nel 1980. Le parole successive erano: «Ci stiamo sbagliando ragazzi, noi che camminiamo sul mondo». Camminare sul mondo.
Al contrario di molti colleghi della sua generazione, e perfino di alcuni della generazione precedente, Luca Carboni non sembra avere nessuna smania di essere continua- mente esposto. Non si affanna dietro i featuring, non cerca hit dell’estate né palchi eclatanti. Nel libro arriva a teorizzare questo atteggiamento parsimonioso. Ritiene che per ogni artista esista una soglia massima di successo sostenibile. «Non ho mai gestito con dei calcoli il mio esserci o non esserci. Ho sempre seguito l’istinto. Avere l’attenzione del pubblico è importante, ma io ho un limite psicofisico di popolarità. Se vado oltre, la sofferenza prevale sul piacere. Me ne sono reso conto nei momenti in cui l’ho superato, momenti fortunati a cui sono grato, ma dove mi sono ritrovato a fare fatica». All’inizio, d’altra parte, non immaginava neppure di essere un frontman.
È stato Lucio Dalla a spingerlo a cantare, quasi a costringerlo. Gli chiedo se dopo tutti questi anni riesca ancora a immaginare una vita alternativa, non da frontman e lui, inaspettatamente, risponde di sì. O quasi di sì. «Avevamo una band e avevamo un cantante. Eravamo molto simili ai R.E.M. e io avevo le mie soddisfazioni creative. Funzionava bene. Avrebbe potuto funzionare». Ma è andata così. «Già. È andata così».
15 maggio 2026 ( modifica il 15 maggio 2026 | 08:01)
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