di
Paolo Coccorese

Trecento ritratti, i nomi e le storie di 34 «pezzi» della cittài. Lo studio LeftLoft, punta sul senso di appartenenza. Perché sotto la Mole la domanda è naturale: «Ma tu di che quartiere sei?»

Per rispondere alle critiche — inevitabili, ma forse anche un po’ sopra le righe — arrivate ancora prima del lancio ufficiale, il sindaco Stefano Lo Russo ha deciso di tatuarsi sul braccio la scritta «torino:». Non è il battesimo per una nuova banda di motociclisti intitolata al city brand appena nato (Nb: era un trasferello), ma un siparietto confezionato per fotografi e giornalisti al Salone del Libro, scelto come palcoscenico per la presentazione pubblica del nuovo «simbolo» cittadino. È ora di aggiungere un tassello in più alla campagna di comunicazione. Perché quel Torino «si racconta da sola» non significava soltanto fare a meno dei testimonial vip — da Piero Chiambretti a Lorenzo Sonego, rimasti infatti muti nello spot — ma anche altro. Da ieri si è scoperto che il «torino:» è pensato per completarsi con i nomi e le storie dei 34 quartieri cittadini, incarnati dai volti dei residenti più noti.

La forza del quartiere

Per costruire il nuovo logo, LeftLoft, l’agenzia milanese che ha vinto la gara internazionale indetta dal Comune, ha sfogliato con attenzione il nuovo piano regolatore. A colpire, in particolare, è stata la parte dedicata ai quartieri, figlia di una verità: ognuno convive con un attaccamento naturale alla propria borgata. Un senso di appartenenza che la campagna del city brand, coordinata dalla capo di gabinetto Valentina Campana e da Stefania Tozzini (la dirigente della Comunicazione), vuole valorizzare in questa prima fase. Insomma, «torino:» parlerà anche a chi vive all’estero, ma per ora ha scelto di raccontare soprattutto chi Torino la vive già.



















































Trecento ritratti 

Come i protagonisti dei 300 ritratti che il fotografo Daniele Ratti sta raccogliendo per immortalare testimonial speciali. Nessuna very important people — su quello si è già dato — ma torinesi capaci di rappresentare i propri quartieri. C’è, per esempio, Milo, il rapper di origine congolese che ha deciso di cantare, e far cantare, i giovani di Barriera di Milano. Lucia Preve, la signora di Vanchiglia che ha adottato le aiuole di via Balbo. Tecla Zaia, che ha portato universitari da 51 Paesi diversi a vivere a Mirafiori Sud. Fra’ Luca Minuto, viceparroco di Madonna di Campagna, che ha trascinato la sua missione anche nelle strade dei pusher. Il direttore della Casa del Quartiere di San Salvario, Roby Arnaudo. Ma anche i fratelli Rota, titolari di Antiche Sere, storica trattoria di San Paolo. O il pescivendolo Beppe Gallina, simbolo di Aurora. Sono solo i primi volti del nuovo brand.

Progetto partecipato

Un lavoro che, oltre a prevedere affissioni, uscite social e video, punta a coinvolgere l’intera città, realizzando alla lettera quello slogan: «si racconta da sola». Così, ai visitatori del Salone che ieri hanno portato a casa la spilla con il nome del proprio quartiere seguito dai due punti, è stato presentato anche un Qr code per compilare un form sul sito ufficiale della campagna. Una domanda, in particolare, spicca sulle altre: «Raccontaci un luogo del cuore del tuo quartiere, una persona o un episodio che lo rappresenta». Un invito a partecipare alla costruzione di un progetto di comunicazione pensato come un «cappello» per raccontare, da dentro, il vero volto di Torino. Che non è uno, ma tanti. Come i 34 quartieri. Perché sotto la Mole, quando conosci qualcuno, la domanda arriva quasi sempre naturale: «Ma tu di che quartiere sei?». A Milano, per esempio, non succede.


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15 maggio 2026